Redazione
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Il mare, nostrum e di nessuno

Lettera alla redazione.

tempo di lettura: 6 min
di Lettera alla redazione
11/03/2016 11:17:58

Ogni tanto, qualcuno ricorda l'incidente occorso, il 10 gennaio 1992, alla nave portacontenitori TOKIO EXPRESS, quando, uno di questi scatoloni, durante una violenta tempesta nel Pacifico settentrionale, cadde fuori bordo, si ruppe e libero´ il suo carico, consistente in 28.800 paparelle, castori, rane, tartarughine, tutti giocattolini di plastica, destinati alle vasche da bagno dei bambini nordamericani. 

E, da allora, questi aggeggi permettono, ancora oggi, di stabilire l'influenza di venti e correnti marine che, nel frattempo, li hanno trasportati in tanti mari del mondo.

Si consideri che, eccetto il trasporto marittimo alla rinfusa, tutto il resto avviene ormai in contenitori standardizzati, milioni di scatoloni, che non arrivano tutti a destinazione. Si calcola che 10mila di essi, per incidenti, avarie, tempeste e perdite dei mezzi, anno dopo anno, vadano od arricchire tutto quello che l'umanita´ e le tempeste hanno spedito in fondo ai mari di tutto il mondo. E, quelli danneggiati, spargono il loro carico.

Le paparelle sopracitate, insieme a tutte le sostanze plastiche sversate dalla (in-)civilta´, galleggiano ormai su tutti i mari del mondo, lentamente decomposte dalle onde e dalla salsedine, spesso fagocitate dalla fauna marina ed avia, che li confondono con prede commestibili. Col passar del tempo, questi prodotti si micronizzano, affondano come una sempre piu´ fitta pioggerella, ed entrano nella catena alimentare, che raggiunge anche i nostri stomaci. 
 
Dato che, a parte le acque territoriali, i mari sono di tutti, cioe´ di nessuno, nessuno intraprende adatte misure, per almeno ridurre questa immondizia galleggiante da cui, venti e correnti hanno formato dozzine di giganteschi vortici. Il piu´ grande, il "Great Pacific Garbage Patch",tra le Hawai e la California,  ne ha accumulato ormai uno contenente circa 100 milioni di tonnellate di prodotti plastici... 

Si tratta, a conti fatti, di materie prime, derivati di petrolio, ritrasformabili in combustibili. Ogni tanto qualcuno lancia una idea, come raccoglierli, magari utilizzando enormi reti galleggianti, in cui questo materiale andrebbe ad impigliarsi. Ma, quando si tratta di entrare nei particolari d'uso, regna un imbarazzante silenzio...

E questi vortici crescono......

Qualcuno fa degli ingenui, commoventi tentativi, come gli addetti ecologici della Marina di Jeranto, che hanno dotato una propria barchetta di piccole sistemazioni di raccolta, con cui "pescano" dall'acqua qualche busta gallleggiante, una delle tante, che la corrente ha portato a doppiare Punta Campanella. 

Quando le Marine Militari introdussero la mina, come arma subacquea, nacquero ben presto le prime contromisure, come tagliarle dai loro ancoraggi, tramite adatte cesoie e simili sistemi. Questi sistemi furono, col tempo, sempre piu´ perfezionati, fino al cosiddetto dragaggio in corsa,  eseguito a velocita´ sostenute. Con l'introduzione della mina di fondo, con acciarino magnetico/acustico/a pressione, l'ancoraggio scomparve, e con essi i classici sistemi di dragaggio meccanico. 
 
Questa soluzione, che permette di "dragare" larghe superfici, con un sistema di raccolta ben piu´ ampio, rispetto alla larghezza dello scafo che lo usa, sarebbe utilizzabile, dopo adatte variazioni, anche per la raccolta della plastica galleggiante. 

Ma una tale attrezzatura, per ovvi motivi, non e´ applicabile a scafi commerciali, che hanno da servire determinate rotte e nel modo piu´ rapido possibile. Costruire navi ad hoc, dedite solo a questo scopo, e´ una soluzione poco economica, specialmente oggi, con il prezzo del petrolio in cantina. Tanto le acque extraterritoriali sono di tutti, cioe´ di nessuno e, di conseguenza, ognuno aspetta l'altro, e nessuno fa niente.  E la plastica galleggiante cresce e, senza chiederne il permesso, spiaggia poi da qualche parte. Guardatevi il nostro arenile...E siamo ritornati a casa.

Dovrebbe essere noto a tutti che, delle diverse specie di tonni esistenti, il "nostro" tonno rosso, quello che, ogni anno, entra nel Mediterraneo per riprodursi, e´ il piu´ richiesto dagli amatori di sushi e sushimi. Sul mercato ittico di Tokio questi sempre piu´ rari pesci realizzano ormai incredibili prezzi, sebbene si tratti di pesce congelato, acquistato sul luogo di pesca da navi-fattorie giapponesi, che lo trasportano in Patria.  Ma la possibile quota di pescato si e´ talmente ridotta, che questo tipo di affare si avvia. rapidamente, alla scomparsa. Per cercare di mantenerlo in vita, sono sorte diverse iniziative, tra l'altro quella della acquacultura, dove avanotti, pescati dagli sparuti branchi, fintanto che ci sono, sono immessi in apposite gabbie, nutriti e "curati" con insetticidi, pesticidi, antibiotici ed ormoni, per limitare le malattie tipiche di un allevamento in un ambiente cosi´ ristretto e stanziale. Per non parlare dei relativi fondali, bruciati da tutto quello che cade dalle gabbie. E questi tonni, dopo aver raggiunto un peso commerciabile, debbono ancora essere trasportati dalle coste iberiche fino al Giappone.

Per questo motivo, il piu´ grande complesso cantieristico spagnolo aveva, anni fa, abbozzata una soluzione navigante, utilizzando uno scafo progettato ad hoc, di cui non me ne sono note le caratteristiche, eccetto la lunghezza: 190 metri.

Alla partenza, questo scafo avrebbe imbarcato 400 tonnellate di avanotti, in gabbie, 20-25 kg. di mangime per ogni chilo da aumentare, tutta una serie di addittivi, e sarebbe rimasto in navigazione PER NOVE MESI. All'arrivo in Giappone, grazie ad una forma di allevamento molto intensiva, il peso degli avanotti si sarebbe triplicato, da 400 a 1.200 tonnellate di tonni VIVI, ma ancora ben prima di raggiungere la loro eta´ riproduttiva.

Se si considerano i costi di ammortamento e gestione  per questa costruzione, l'acquisto dei tonnarelli, del relativo mangime piu´ addittivi, i costi per il combustibile e l'equipaggio, andata (e ritorno a vuoto), ci si puo´ immaginare il ricavo previsto sul mercato ittico di Tokio, che avrebbe resa ancora pagante questa iniziativa... 

Partendo da questo progetto di massima, avevo schizzato una simile soluzione, basata su di uno scafo trimarano, propulso da impianti eolici-solari, in grado di ospitare catene alimentari per la produzione a bordo del mangime, natante concepito come facolta´ universitaria di biologia marina, dove gran parte dei compiti di bordo sarebbero stati sbrigati da studenti e dottoranti. E, dato che c'ero, avevo sistemato un impianto prodiero per la raccolta di rifiuti galleggianti, molto ampio, considerata la larghezza di questo trimarano di 100 metri, rifiuti da prelevare dagli accumuli presenti durante la rotta Europa-Giappone e ritorno, e da trattare a bordo, ricavandone combustibili liquidi (pirolisi). Due piccioni, con una fava...

Questa soluzione, molto piu´ pagante dell'idea originale spagnola, permetterebbe di poterne realizzare un certo numero, da far gestire da diverse universita´ europee.

Questa soluzione, corredata dai reativi schizzi, non comparve solo su questo sito, ma fu spedita anche alla Direzione della FINCANTIERI, che non rispose.

Forse avevano paura che questa idea, presentata da uno Stabiese, potesse far nascere la logica domanda, perche´ non costruire anche questi scafi nel non ancora realizzato bacino di costruzione, a Castellammare, tanto piu´ che la larghezza di questi scafi non ne permetterebbe la facile realizzazione negli altri, esistenti bacini. 

Ma le remore, i motivi, per cui la centrale di questo gruppo cantieristico non ci senta, da questo orecchio, sono ben noti...

Antonio Mascolo

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