Essere tifosi del Napoli, soprattutto lontano da Napoli, non è mai stato un gesto banale. È una scelta quotidiana, spesso controcorrente, che va oltre il risultato del campo e resiste al tempo, alle stagioni sportive, ai cicli che si chiudono e a quelli che si riaprono. È un atto di appartenenza che non chiede spiegazioni, ma pretende coerenza. A Milano, città simbolo del potere calcistico e dell’efficienza del Nord, essere napoletani e tifare Napoli ha assunto negli anni il valore di una dichiarazione d’identità: silenziosa, orgogliosa, mai rinnegata.
In questo contesto nasce e cresce il Napoli Club Milano 2006, una realtà che non è soltanto un punto di ritrovo per seguire le partite, ma un presidio culturale, emotivo e sociale. Un luogo in cui il calcio diventa linguaggio comune, ponte tra storie diverse ma unite dallo stesso colore: l’azzurro. Un club che ha saputo attraversare momenti difficili, stagioni buie, risalite inattese e notti indimenticabili, mantenendo sempre intatto il senso più autentico dell’essere tifosi: stare insieme, riconoscersi, sentirsi a casa anche a centinaia di chilometri dal Golfo.
Alla guida di questa realtà c’è Giuseppe De Laurentiis, presidente del Napoli Club Milano 2006, figura che incarna perfettamente lo spirito di chi ha scelto di portare Napoli con sé, ovunque si trovi. Il suo percorso è quello di un custode di memoria, valori e relazioni umane. Perché presiedere un club Napoli fuori regione – e soprattutto al Nord – significa molto più che organizzare trasferte o coordinare la visione delle partite: significa tenere insieme generazioni, storie personali, accenti diversi e un unico sentimento che non ammette compromessi.
Nel corso degli anni, il club ha rappresentato un punto di riferimento stabile per tantissimi tifosi azzurri residenti a Milano e in Lombardia. Un luogo dove sentirsi accolti senza dover spiegare nulla, dove un gol del Napoli vale doppio perché condiviso, dove una sconfitta pesa meno perché affrontata insieme. In un contesto spesso complesso, talvolta diffidente, il Napoli Club Milano 2006 ha costruito la propria identità sulla continuità, sulla serietà e sul rispetto reciproco, diventando un esempio di come la passione possa trasformarsi in comunità.
Giuseppe De Laurentiis ha accompagnato questa crescita con uno stile sobrio, concreto, mai sopra le righe. Una visione chiara: il club come casa comune, non come vetrina. Un luogo in cui contano le persone prima dei numeri, i legami prima delle celebrazioni. In un’epoca in cui il tifo rischia spesso di diventare consumo o semplice intrattenimento, la sua idea di club rimette al centro l’essenza più pura del sentirsi parte di qualcosa.
Attraverso le parole di Giuseppe De Laurentiis emergono temi che vanno oltre il calcio giocato: l’identità, l’appartenenza, il senso di responsabilità verso una comunità, il valore del tempo condiviso. C’è la memoria di ciò che è stato, ma anche lo sguardo rivolto a ciò che verrà, con la consapevolezza che ogni generazione di tifosi ha il compito di trasmettere qualcosa a quella successiva.
Partiamo dall’inizio: come nasce il Napoli Club Milano 2006 e quale bisogno sentivate di colmare in quegli anni?
“In primis, il 2026 per noi non è un anno qualsiasi: celebriamo i vent’anni di vita del Napoli Club Milano 2006. Un traguardo importante, soprattutto se si pensa al contesto in cui siamo nati. All’epoca, subito dopo il fallimento del Napoli, a Milano non esistevano più club organizzati: erano spariti tutti.
Eravamo una decina di persone che si erano conosciute online, su un forum chiamato Calcio Napoli News. A un certo punto ci siamo detti: perché a Roma riescono a vedersi e noi a Milano nemmeno per una pizza? Da lì è nato tutto. Ci siamo incontrati, ci siamo piaciuti come gruppo e da lì è venuta naturale l’idea di fondare un club, visto che in città non ce n’erano.
Grazie a un contatto con l’AINC abbiamo seguito l’iter per la costituzione e ci siamo inizialmente iscritti all’associazione. Dopo qualche anno ci siamo allontanati tornando ad essere un club indipendente, fino a quando non è nata la UANM. Il progetto ci è piaciuto, lo abbiamo votato e abbiamo deciso di farne parte, per sentirci un tassello di qualcosa di più grande.
Per me il club deve essere soprattutto questo: un punto d’incontro. A Milano sono passate tante persone che grazie al club hanno trovato amici, casa, qualcuno addirittura l’amore. È bello sapere che chi arriva in una città grande e dispersiva come Milano può trovare un luogo dove sentirsi subito a casa, condividere una partita, parlare la stessa lingua, creare legami.
Oggi ci appoggiamo a un pub in centro, il CarlsbergØL. È un locale molto grande, arriva a circa 500 posti, e quando c’è il Napoli lo riempiamo. Io mi muovo sempre in anticipo con il gestore: uno, due, tre sale a seconda delle prenotazioni. Lui ci accoglie con grande disponibilità, ha capito che siamo un gruppo tranquillo, che vuole solo stare bene e divertirsi.
Negli anni si è creato un rapporto di stima reciproca: noi troviamo l’organizzazione ideale, lui sa di avere un pubblico serio e appassionato. Durante gli scudetti gli abbiamo perfino messo la sciarpa del Napoli al collo, dicendo: a questo punto, festeggi pure tu!.
Quando arriviamo, addobbiamo le sale con bandiere e sciarpe, e si capisce subito che il Napoli è in casa. Negli ultimi dieci anni ci siamo tolti tante soddisfazioni, ma negli ultimi tre ancora di più. E questo rende tutto ancora più bello da condividere”.
Raccontaci un po’ il significato del vostro logo.
“Il nostro logo è sempre stato qualcosa di particolare. Racchiude due mondi: il Golfo di Napoli con il Vesuvio e il Duomo di Milano. All’inizio questa fusione si coglieva più facilmente, era un segno più “grezzo”, poi nel tempo lo abbiamo stilizzato, affidandolo a grafici molto bravi. Oggi è più essenziale: a un primo sguardo magari non lo noti, ma quando qualcuno te lo spiega scatta la scintilla. Ti dici: “Caspita, è vero”. Ed è proprio lì la sua forza: unire, in un’unica immagine, i simboli di Napoli e Milano.
Quest’anno il club compie vent’anni e ho deciso di registrare ufficialmente il logo. Anzi, a breve provvederò a tatuarmelo. Niente di estremo, qualcosa di piccolo, ma significativo. È un po’ come un figlio: avevo trent’anni quando ho fondato il club, oggi ne ho cinquanta, e sento che questo percorso merita di essere portato anche sulla pelle.
Sono molto legato anche allo slogan: “La nebbia negli occhi, Napoli nel cuore”. Qualcuno potrebbe dire: è normale che ti piaccia, l’hai creato tu!. Ma la verità è che è un ribaltamento geniale degli stereotipi. Qui a Milano ci prendiamo spesso in giro con goliardia. C’è chi parla di “razzismo al contrario”, ma non è così: è giocare con gli stereotipi, restituirli con ironia”.
Cosa significa oggi, a quasi vent’anni dalla fondazione, rappresentare Napoli e la napoletanità in una città come Milano?
“Ciò che mi ha sempre affascinato di più è la capacità del club di unire le persone e le loro storie. È un aspetto che considero bellissimo, perché va ben oltre il calcio. L’idea del club è nata relativamente presto: abbiamo subito avvertito l’esigenza di creare qualcosa di nostro. Non è stato immediato, ma era un pensiero che avevo da tempo.
Ho sempre avuto in testa l’idea di costruire dei punti di aggregazione, dei luoghi capaci di mettere insieme persone, esperienze e situazioni diverse. Forse perché, caratterialmente, mi piace unire, creare connessioni, dare forma a una comunità”.
Tra poco c’è Inter-Napoli. Che rapporto hai con i tifosi delle due sponde di Milano?
“Ho tantissimi amici, amici veri, che tifano Inter o Milan. Con loro ho sempre chiarito una cosa: durante la partita del Napoli preferisco stare per conto mio. Non voglio essere disturbato nei momenti di tensione, e amo vivere la partita in pace.
Mi è capitato spesso di seguire il Napoli dall’ufficio, perché lavorando nel settore fieristico mi capita di essere impegnato anche nei weekend. In quei momenti bastano una chiamata o un commento fuori luogo per farmi perdere la calma, soprattutto quando la partita è complicata, magari decisa da episodi dubbi. A caldo faccio davvero fatica a restare lucido, e chi mi conosce lo sa bene.
Ricordo ancora un episodio legato a un vecchio Foggia-Napoli, ai tempi della Serie C: una sconfitta pesante, e pochi secondi dopo la fine della partita un collega milanista entrò in ufficio per provocarmi. Non fu un bel momento! Il nostro punto di ritrovo con il club è un pub storico e molto conosciuto di Milano, in una zona centrale. È un posto che frequento tantissimo, quasi più di casa mia, e questo crea un clima speciale. Quando qualche amico viene lì con me rimane colpito: entro e saluto tutti, sembra quasi che sia il proprietario del locale. In realtà è semplicemente il frutto del tempo trascorso lì, del rapporto umano che si è creato negli anni.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più belli dell’esperienza del club: sentirsi a casa, condividere emozioni, creare legami che vanno oltre il risultato della partita. Se penso a un ricordo particolare vissuto negli ultimi anni, direi che il vero successo è stato proprio questo: costruire una comunità autentica, fatta di persone, passione e appartenenza.”
Cosa significa far parte della grande rete UANM - Unione Azzurri nel Mondo?
“È un’opportunità per noi, soprattutto per lanciare un messaggio chiaro: se venite a Milano, sappiate che ci siamo. Parlo della possibilità di costruire un punto di riferimento reale, con il desiderio di affermare la presenza di una comunità.
In una città grande come Milano, dire “ci siamo anche noi” ha un valore enorme. Molti arrivano qui per lavoro, altri hanno amici o parenti, e spesso nasce l’esigenza di non vivere la passione in solitudine. Succede così: vuoi vedere una partita del Napoli, non vuoi farlo da solo, cerchi un club e scopri che esiste il Napoli Club Milano 2006. A quel punto ti metti in contatto, ed entri a far parte di qualcosa di familiare.
Per me il club è esattamente questo: un’occasione per stare insieme, per sentirsi a casa anche quando si è lontani da casa. Un po’ come accade quando si è in vacanza e, quasi per istinto, si va a cercare un Napoli Club: perché ovunque ci sia il Napoli, c’è anche un pezzo di casa”.
Qual è il ricordo più emozionante vissuto insieme al Club che porti ancora nel cuore?
“Al di là delle partite più iconiche – dallo scudetto numero tre fino al quarto – il Napoli Club Milano 2006 è diventato negli anni anche un luogo di incontri e relazioni speciali. Subito dopo la conquista del terzo tricolore, ad esempio, abbiamo avuto il piacere di ospitare Maurizio De Giovanni. Fu lui stesso a contattarci con grande gentilezza: si trovava a Milano e desiderava trascorrere del tempo con noi. Ovviamente lo abbiamo accolto con entusiasmo, nominandolo socio onorario, consegnandogli la sciarpa del club e condividendo insieme la partita. È stato un momento davvero significativo.
Negli anni sono passati dal club tanti volti noti, in un clima sempre informale e autentico. Ricordo, tra gli altri, Simone Schettino, Peppe Iodice e Vittorio Eboli, giornalista di Sky TG24 e nostro socio, con il quale è sempre un piacere confrontarsi prima e durante le partite. Spesso capita che al club arrivino scrittori o artisti che vogliono presentare un libro o semplicemente vivere l’atmosfera azzurra: penso a Dario Sansone dei Foja, che è nostro socio, o a Francesco Arienzo, che ci viene a trovare con una certa frequenza.
Il club, però, è anche uno spaccato autentico della Napoli che lavora e vive fuori città. Tra i soci e i fondatori ci sono poliziotti, finanzieri, professionisti e persone che si sono trasferite a Milano per lavoro. Ed è proprio questo mix che rende il Napoli Club Milano 2006 un luogo speciale: un punto di riferimento per chi cerca casa, identità e condivisione, indipendentemente dal ruolo o dalla notorietà.
Capita persino che vengano a trovarci amici di altri club o semplici appassionati di calcio. Uno su tutti è Silvio Garattini, figura di grande spessore umano e professionale, legato al mondo della ricerca e della sanità lombarda, tifoso dell’Atalanta ma innamorato del calcio. Ogni tanto passa, si siede accanto a noi e vive la partita in maniera semplice e autentica. Ed è questo, in fondo, lo spirito che cerchiamo di custodire: apertura, rispetto e passione condivisa”
Dopo lo Scudetto della scorsa stagione,cosa ti aspetti da quella attuale che in questo momento ci vede protagonisti su tutti i fronti?
“Quest’anno, lo ammetto, sono molto fiducioso: mi aspetto qualcosa di bello.Detto questo, sono perfettamente consapevole che non esistiamo solo noi. Ci sono avversari fortissimi, a partire dall’Inter, che probabilmente ha anche una rosa più completa e più forte a livello di individualità. Ma noi abbiamo Conte, e Conte sa come si vince. Anche se spesso non condivido tutte le sue scelte tecniche – ed è normale da tifoso – parliamo di un allenatore che arriva e vince anche quando nessuno se lo aspetta. Questo significa che sa esattamente cosa fare. Io tifo Napoli, Conte è l’allenatore del Napoli, e questo mi basta per essere contento.
Lo stesso discorso vale per Spalletti. Io l’ho sempre ammirato, anche prima che arrivasse a Napoli: all’Udinese, alla Roma. Quando è arrivato da noi ero felicissimo. Però ho anche una mia teoria: secondo me quello scudetto è arrivato in una stagione anomala, con una sosta particolare, condizioni irripetibili. E credo che Spalletti lo sapesse. Forse anche per questo ha deciso di andare via da vincitore, consapevole che replicare sarebbe stato difficilissimo.
Conte invece ha avuto il coraggio di restare e di misurarsi senza alibi. Non ha beneficiato di situazioni irripetibili: aveva una squadra che gli piaceva, ci ha messo del suo e ha vinto. Probabilmente ha anche valutato altre opportunità, ma ha fatto i suoi conti e ha scelto di restare. Perché vincere due scudetti consecutivi a Napoli significherebbe entrare nella storia: non ci è riuscito nemmeno Maradona.
Conte è uno che sa esattamente dove vuole arrivare, anche quando dice cose forti, che fanno discutere. Ma non parla mai a caso: trasforma anche gli aspetti negativi in elementi di coesione, come è successo in partite simbolo, penso all’esordio del campionato scorso a Verona. Magari lì per lì non lo capiamo, ci spiazza, ma poi i fatti gli danno ragione.
Facendo un excursus sul passato, non posso non tornare sullo scudetto del 2018. Quello mi è rimasto dentro. Nelle ultime giornate il Napoli stava andando avanti solo con le forze nervose, mentre altri avevano più energie. Quando capirono che lo scudetto non glielo avrebbero fatto vincere, la squadra era già svuotata.
Sarri resta un allenatore che stimo enormemente. Quel Napoli era uno spettacolo: vedere Mertens, Insigne, Callejon…quel gioco era un piacere puro. Non ha vinto, è vero, ma quello scudetto ce lo hanno tolto, e io lo dirò sempre. Oggi magari giochiamo un po’ meno bene, ma si vince. E alla fine, tra qualche anno, guarderemo l’albo d’oro: è quello che resta davvero”.
La tradizione del primo bagno dell'anno, che quest'anno è giunta alla sua 40esima edizione, si è svolta quest'anno sull'arenile stabiese.