" Vivere è la cosa più preziosa al mondo". Non mi stancherò mai di ripeterlo ai miei figli, nipoti e pronipoti.
Avevo compiuto da pochi mesi diciassette anni, quando in Germania nella sanguinosa notte detta dei " Cristalli", tra il 9 e il 10 novembre 1938. i tedeschi saccheggiarono e distrussero abitazioni, negozi e sinagoghe e uccisero e ferirono alcune decine di ebrei. Con quella persecuzione, che preannunciò quel che sarebbe avvenuto più tardi, le autorità tedesche, diedero in sostanza via al genocidio degli ebrei.
Io sono Sarah Wisenthal ho da poco superato gli ottanta e sono ebrea. Sono nata in Germania a Rostock, nel 1931, seconda di quattro sorelle, da un'agiata famiglia ebrea. Dopo le leggi razziali emanate da Hitler nel 1933, un gruppo de famiglie ebree della mia città, tra cui mia zia, emigrò in Polonia a Danzica. Mio padre decise di rimanere in Germania per combattere e difendere il nostro popolo, ma fu suo desiderio che sua moglie e le sue quattro figlie partissero per Danzica.
Tuttavia mia madre decise di non abbandonare mio padre in questa sua, infondo, inutile battaglia.
Le mie sorelle, la prima di ventuno anni, e la terza di quattordici, partirono con mia zia. Io ritenevo stupido fuggire, così andai incontro al mio destino, restando con i miei genitori nella città in cui ero nata e cresciuta, con noi restò anche Ruth, mia sorella minore, poiché mia zia non poteva portarla con sé, sia per questioni economiche, sia perché non se la sentiva di doversi occupare di una bambina così piccola, Ruth aveva solo sei anni.
Io e mia sorella dovemmo abbandonare la scuola che frequentavamo, ed io continuai i miei studi presso un liceo ebraico. Ero così giovane ed avevo così tanti sogni. Infondo credo che furono proprio i sogni che mi permisero di vivere bene per almeno qualche anno.
Nonostante ogni giorno molti ebrei venissero catturati, io continuavo ad amare la vita e a vivere ogni attimo, per quello che era, nel migliore dei modi. Trovavo i miei insegnanti molto simpatici e ben preparati, avevo tanti amici, in particolare Peter Schultz, il mio migliore amico. In segreto presi una grossa cotta per un mio compagno di classe, Elias Schlegel; aveva un anno più di me, era allegro e molto esuberante, credo che anche io gli piacessi. Tuttavia non ci siamo mai confessati niente di tutto ciò, forse fu il tempo a mancarci. Verso la fine di Dicembre del '40, infatti, la polizia nazista fece irruzione nella sua abitazione, e lui fu inviato con la sua famiglia ad Auschwitz. Credo che per me le cose iniziarono a cambiare dopo quell'episodio. Preparai uno zaino pieno zeppo di provviste in caso di fuga. Lo stesso fece Peter. Non molto tempo dopo anche la sua famiglia fu tragicamente catturata, lui non era fortunatamente in casa. Non avendo nessun con cui stare, venne a vivere con noi.
Poi un pomeriggio iniziò a piovere a dirotto, così io, Peter, Ruth ed io miei genitori restammo a casa. Stavo studiando matematica, quando ad un tratto sentii delle sirene, voci di gente che scappava, che urlava e subito rumori sempre più vicini e poi fortissimi sulla nostra porta di casa.
Mia madre e mio padre si guardarono rapidamente con aria rassegnata, ma erano nello stesso tempo ancora pieni di speranza. Ricordo mamma, con una tale determinazione negli occhi scaraventare me, Ruth e Peter fuori al balcone e mandarci un bacio.
Immediatamente la polizia irruppe dentro casa. Mio padre si parò davanti alla mamma. Noi ci appiattimmo al muro, volevo gridare, mi sentivo così inutile ed impotente, provavo un peso, un forte dolore al cuore, mentre sentivo i miei genitori urlare e vedevo i tedeschi distruggere ogni cosa solo per dispetto, e prendere a calci il mio cane. Ridevano, poi uno di loro catturò mio padre e lo condusse fuori dall'abitazione, un altro afferrò mia madre che si voltò per verso di noi; così per l‘ultima volta potei vedere i sui grandi occhi bruni, colmi d'amore, ma anche pieni di odio. Poi finalmente i rumori cessarono, erano andati via tutti. Continuavo a rivedere gli occhi di mia madre ancora così vivi, al contrario dei miei ora così spenti.
Restammo in quella casa quasi un giorno, cercai di riprendermi, non sapevo se essere felice, poi capii che lì non eravamo al sicuro, perciò prendemmo le nostre provviste ed iniziammo a vagare per la città, in cerca di un rifugio. Entrammo in un tombino, restammo non so per quanto tempo in quelle fogne. Poi un giorno ci rendemmo conto che non potevamo più continuare a vivere in quella condizione. Così uscimmo e ci ritrovammo di nuovo in città. Aspettammo la notte, dopo di che scappammo. Vagammo per tutta la notte fino a quando non ci ritrovammo fuori nelle campagne tedesche. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo più tranquilla. Immense distese di erba verde, larghi pascoli e tante case apparentemente sicure.
Ma i nazisti erano ovunque, anche lì.
Era mattino presto e le strade erano quasi vuote. Camminando per i sentieri del piccolo paesino, nei pressi delle campagne, notai una chiesa cattolica. Decisi di entrarci. Ruth iniziò a piangere, così comparve dinnanzi a noi un sacerdote. Gli raccontai il nostro incubo. Egli in gran segreto decise di aiutarci. Mandò a chiamare un uomo, Hans Schangaurr. Era un contadino, aveva quarantasei anni e viveva in una fattoria in aperta campagna. Ci portò a casa con lui, ci presentò la sua famiglia; la moglie Joannah, ed i loro tre figli maschi di dodici, dieci, cinque anni. Fu così che ci ritrovammo a vivere per molti anni in una famiglia cattolica, fingendoci cattolici.
Fummo trattati sempre con grande affetto e presentati a tutti i loro conoscenti, come nipoti.
Poi un giorno, dopo tanti anni, capimmo che era finalmente tutto finito, la guerra, lo sterminio, tutto finito, ed io, Ruth e Peter eravamo salvi. Hans cercò di avere informazioni sulla mia famiglia. Riuscì a contattare mia zia, unica superstite oltre noi. Andammo così a vivere da lei in Italia ad Imola.
In seguito seppi che i miei genitori, dopo essere stati catturati, furono deportati prima a Mauthausen, poi a Westerbork, il più grande campo di concentramento tedesco in Olanda. Nel Dicembre 1944 furono colpiti da tifo e a Febbraio 1945 mia madre morì, pochi giorni dopo mio padre.
Panda fermata ad un posto di blocco. Uomo e donna in manette.
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