Valeria Racconta
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Villa Leviosa

tempo di lettura: 21 min
di Valeria Cimmino
17/01/2015 15:01:03

Mi trasferii a villa Leviosa una settimana prima della vigilia di Natale. L'aria ed il clima che regnava in quella casa e che mi accolse sin dal primo momento in cui vi misi piede, mi sembrò l'ambientazione adatta per trascorrere le feste; isolata in una cupa e riflessiva solitudine. Dopo tante vane ricerche di una nuova abitazione, questa sembrò fosse arrivata nel momento più propizio, così appena l'agente immobiliare me la mostrò, senza neanche aspettare di saperne il costo, decisi che l'avrei comprata.
Una volta completata la trattativa di acquisto, affrettai i tempi del trasloco; fu semplice poiché portai con me solo oggetti personali e di famiglia e lascai nel vecchio appartamento tutta la mobilia, le suppellettili e qualunque cosa mi collegasse a David.
Villa Leviosa era una villa in stile vittoriano, molto vasta e tenuta abbastanza bene. L'agente immobiliare aveva insistito nel farmi notare che per una sola persona quell'abitazione era troppo grande e che se avessi avuto la necessità di tenere i mobili che erano appartenuti ai precedenti proprietari, non essendo in possesso dei miei, (come le avevo riferito), avrebbe potuto provvedere a cercarmi una villetta ulteriormente già ammobiliata, ma in uno stile più moderno e consono ad una giovanissima ventiquattrenne. Tuttavia dopo averla fortemente ringraziata, le avevo riferito di essere tenacemente convinta che quella fosse la casa giusta per me.
Ed era vero; la trovavo perfetta: era immensa e ciò avrebbe contribuito a darmi quel senso di solitudine di cui avevo bisogno, poi era cupa ed arredata con mobili antichi, l'ideali per uno stato d'animo turbato come era il mio in quel periodo.
La gente mi suggeriva di fare cose divertenti, allegre, spensierate, di stare fra gli amici; esattamente tutto ciò che stavo cercando di evitare. Distrutta ed a pezzi come ero, circondarmi di felicità, non avrebbe fatto altro che accrescere il mio senso di dolore, perché avrei solo visto gioia intorno a me, una gioia che non avrei potuto provare e forse mai più avere e ciò mi avrebbe reso ancora più affranta. La sofferenza non va coperta, deve essere elaborata e forse solo così, se non avrà provocato danni irreparabili, potrà estinguersi.
David era stato il mio fidanzato per ben dieci anni, da due convivevamo in un piccolo appartamento al centro di Londra. L'anno prossimo ci saremmo dovuti sposare; era quasi tutto già organizzato, poi un giorno ci fu quel terribile incidente con l' auto.

La seconda volta che varcai Villa Leviosa lo feci da proprietaria, con in mano qualche scatolone contenente le poche cose che avevo portato con me.
L' agente immobiliare mi aveva dato alcune informazioni, che io avevo distrattamente e con poco interesse ascoltato, sui precedenti proprietari: mi sembrava di aver percepito che fossero due persone "squisite e magnanime", deceduti molto anziani a distanza di pochi mesi l'uno dall' altra, erano stati molto ricchi e benestanti già di famiglia e "avevano dedicato la loro vita al prossimo", mi sembrava di aver udito che avessero fondato un istituto per ... anziani, o bambini, o forse tossicodipendenti, e con questo pensai di aver già ricordato troppo.
Mi affacciai ad una delle porte finestre del grande salone al pian terreno che dava sul giardino laterale, notai che il prato era tenuto bene e le piante erano rigogliose. Mi sembrava di aver capito che la villa fosse rimasta vuota per undici anni e mi chiesi chi ne avesse avuto cura in tutto quel tempo, probabilmente gli ereditari. Non avendo mai avuto figli i signori Leviosa avevano lasciato parte del proprio patrimonio alla loro fondazione "Casa Leviosa", fra cui anche la villa che io avevo acquistato.
La campagna inglese con le sue serafiche estensioni pianeggianti interrotte inaspettatamente da grandi distese d'acqua erano il rifugio ideale per elaborare il mio immane dolore.
La villa si trovava in un piccolissimo villaggio distante da Londra circa 450 km, confinante con la cittadina di Gateshead; dalla finestra in lontananza riuscivo perfino a scorgere il lago del vittoriano Saltweel Park.
Qui probabilmente gli abitanti si conoscevano tutti, questo era uno degli svantaggi dell' abitare in piccoli centri, ma sicuramente se non avessi dato loro confidenza, essi non avrebbero importunato me.
Diedi un' occhiata in giro, salii al primo ed al secondo piano, gli ambienti erano puliti ed in ordine, c'erano tutti i mobili ma nessun oggetto ed indumento personale di chi mi aveva preceduto, neanche in cantina od in soffitta. Misi sul letto le lenzuola che avevo comprato il giorno prima a Londra e lo preparai. Feci una doccia e mangiai un toast che avevo con me dalla mattina e andai a dormire.
Il giorno seguente mi aspettava una giornata di "lavori": avrei dovuto sistemare le mie poche cose e poi uscire a comprare tutto ciò di cui avevo bisogno: vestiti, utensili, spesa. Nel pomeriggio avrei dovuto attendere l'arrivo di una ditta specializzata in traslochi per la consegna del materiale e degli attrezzi da lavoro e di tutte le mie opere. Ero un' artista; dipingevo e facevo sculture in cristallo e ferro. Esponevo le mie opere in una galleria londinese, ma avrei potuto lavorare ovunque, avevo solo bisogno di spazio, tranquillità ed ispirazione.

La cittadina sembrava essere deserta, uscendo non avevo incontrato una sola persona ad esclusione di quelle nel negozio di alimentari e nell'unico piccolo e buio caffè del luogo. Per acquistare tutto il resto dovetti prendere l' auto ed arrivare a Gateshead.
Quando nel pomeriggio giunsero gli operai addetti al trasloco mi accorsi che fuori al cancello della villa si era accalcata una folla di persone di svariata età, c' erano bambini, ragazzi, adulti ed anziani. Erano tutti stagliati ed immobili dinanzi al giardino e mi fissavano turbati, quasi come se avessero voluto varcare la soglia d' entrata del cancello, ma non osavano farlo, sembrava che un invisibile confine segnato da un muro invalicabile impedisse loro di oltrepassare. Un brivido mi attraversò la schiena. Il cielo aveva iniziato ad imbrunirsi ed il vento scuoteva gli alberi che circondavano il viale intorno alla villa, vidi l'acqua del lago incresparsi ed in un men che non si dica fu sera. Rientrai in casa sentendo ancora sul collo lo sguardo pesante di quelle persone.

Il mattino seguente fui svegliata dal suono del campanello. Infreddolita mi feci forza per venir fuori dalle coperte ed andai ad aprire. Mentre scendevo le scale mi rimproverai di aver lasciato il cancello aperto. Mi chiesi chi potesse essere, non era possibile che perfino in un posto così isolato avrei dovuto sbattere la porta in faccia a venditori ambulanti o a casalinghe in cerca di beneficenza.
Sbuffando ricordai quanto fossi cambiata in poco tempo, quanto la vita mi avesse freddato ed inasprito il cuore e l' umore. Prima dell' incidente ero una persona splendida: generosa, solare, altruista, positiva, e poi la fuoriuscita dell'auto dalla carreggiata aveva fatto uscire dalla mia anima ogni speranza e scintilla.

Aprendo mi ritrovai dinanzi quattro donne: un' anziana, una donna sulla cinquantina, una ragazza incinta che avrà avuto all'incirca qualche anno più di me ed una bambina. Mi fissavano senza parlare.
Con una nota acida e seccata domandai: "Cosa volete?"
I loro volti si illuminarono in un raggiante sorriso, che contribuì ad accrescere la mia profonda irritazione.
"Salve signorina ... - esordì la donna, aspettando che le dicessi il mio nome, ma accorgendosi che non lo avrei fatto continuò - ... salve signorina, noi siamo alcuni degli abitanti di questa comunità e siamo venuti in rappresentanza di tutti per conoscerla e darle il nostro caldo benvenuto"
"Ringrazio tutti e ritorno a letto" risposi frettolosa
"Un momento, non vuoi dirci neanche il tuo nome?" domandò la ragazza incinta.
Restai per qualche secondo in silenzio, poi mi convinsi che mostrare resistenza avrebbe solo diluito il supplizio dei convenevoli, così mi dissi che prima avrei risposto alle loro domande, prima avrei potuto educatamente cacciarle via.
"Mi chiamo Amanda ... Amanda Dream", indecisa se farle entrare o meno balbettai: "Scusate se vi lascio fuori al freddo ma la casa è ancora in disordine, io sono in pigiama e ..." non feci in tempo a completare la frase che la bambina si infilò all' interno. L' anziana che pensai fosse la nonna la chiamò più volte ma ella sembrava essere stata rapita dalla casa e così dinanzi all' arrogante puntualità del destino, dovetti arrendermi e le feci accomodare.
Prepari un the che offrii loro con latte e biscotti. Più volte le donne tentarono di estorcere notizie sulla mia vita privata con domande formali alle quali non ero affatto intenzionata a rispondere. L'anziana accorgendosi della mia riluttanza cambiò discorso, sovrastando il chiacchiericcio fastidioso delle altre e con un tono pacato ma deciso disse: "Veniamo al vero motivo della nostra inaspettata visita, Amanda. Sei così giovane, posso darti del tu?"
Annuii ed ella continuò: "Sai che hai scelto di comprare e venire a vivere in quella che noi tutti possiamo definire come l' abitazione più importante del paese?"
"Per quanto mi è costata, direi di si"
"Oh no cara, non intendevo da quel punto di vista. Senza togliere valore economico ed architettonico alla struttura, volevo dire che ha un grande ed inestimabile valore emotivo ed affettivo per l'intera comunità"
"Non ne conosco i motivi ma naturalmente le credo, però mi chiedo perché mai ora lei lo stia dicendo a me ... forse avreste dovuto chiedere all' ente che me la ha venduta di non farlo."
"Hai ragione piccola, tu non sai assolutamente niente ... siamo noi che te l' abbiamo venduta, noi tutti siamo i titolari dell'Istituzione di beneficenza Casa Leviosa."
Non pronunciai una parola, non sapevo cosa dire, avevo le idee confuse, preferii aspettare che continuasse.
Stavolta fu la donna più giovane a parlare: "Casa Leviosa è una specie di orfanotrofio, diciamo che è una grande casa in cui vivono tutti i bambini che non hanno una famiglia. Essi sono figli di tutti noi; insieme li cresciamo, dando loro cure, mandandoli a scuola, comprando loro tutto il necessario, da quello indispensabile come cibo, abiti e libri a quello di cui ogni bambino ha ugualmente necessità come i giocattoli. I bambini vengono cresciuti come stessero in una vera famiglia; vanno al cinema, al parco giochi, fanno sport ... insomma ci occupiamo di loro completamente"
Riprese la parola l' anziana:"L' ente fu fondato circa settanta anni fa dai signori Leviosa. Margaret e William Leviosa sembravano essere due persone con le quali la vita si era fortemente e malignamente accanita: entrambi erano figli unici ed entrambi non potevano avere figli. Sembravano destinati ad una vita in solitudine - Sentii il cuore sussultare - ed invece "Dio toglie, dio da". Un giorno il fato li fece incontrare ed amare e da una grande solitudine hanno creato ed edificato una straordinaria comunità. Si trasferirono qui ed acquistarono le ville più grandi del paese: questa in cui vennero ad abitare e quella di Casa Leviosa, in cui fondarono l' istituto per i bambini.
Da allora divennero non solo i genitori degli orfani, ma un po' di tutti, anche di chi aveva una famiglia o di chi come me, aveva quasi i loro stessi anni. Hanno vissuto una longeva vita di amore e grande senso della famiglia.
Alla loro morte hanno lasciato in egual misura a noi tutti, i loro averi e le due abitazioni e naturalmente la gestione dell' istituzione. Purtroppo per sostenerne le spese siamo stati costretti a vendere la villa in cui avevano vissuto i coniugi."
L'anziana terminò il suo racconto, prese fiato e bevve un sorso della bevanda dalla tazza. Nonostante l' età avanzata che si manifestava con un volto rugoso, l' esile corpo e capelli completamente canuti, che portava raccolti in una lunghissima treccia, aveva ancora bei lineamenti, da giovane doveva essere stata molto bella, come d'altronde lo era quella che dalla notevole somiglianza credo fosse sua figlia e le due nipoti.
Allontanai quel digressivo pensiero e ritornai a riflettere su ciò che avevo appena appreso: "Oh, è una storia straordinaria ... commovente ma ancora non ho capito bene io cosa c'entro e cosa volete da me" affermai sulla difensiva.
Stavolta fu la ragazza a parlare: "Ecco, fra quattro giorni, come ben sai, sarà la vigilia di Natale ... ecco per tradizione ... ogni Natale è stato festeggiato dall' intera comunità in questa casa, sia quando erano in vita i Leviosa, sia dopo, abbiamo scelto di continuare con questa usanza."
Sbarrai gli occhi e la guardai perplessa, osservai le altre e vidi quel fastidioso benevolo sorrisino stampato sui volti, ebbi l' impulso violento di penderle a schiaffi e buttarle fuori a malo modo, invece feci un profondo respiro e simulando il loro stupido ghigno canterellai: "Ho capito male o mi state chiedendo di trascorrere tutti insieme nella mia casa le feste natalizie?"
"Bravaaaa ... hai indovinato ... meriti un bacino!" urlò la bambina.

In meno di un minuto, con le tazze fumanti di the non ancora terminato sul tavolo , le feci andare via portando con loro un sonoro ed irremovibile rifiuto.

Nei giorni che seguirono non feci altro che pensare alle parole di quell' anziana donna: "Dio toglie,Dio da". A me Dio aveva tolto e molto e l' unica cosa che mi aveva ridato era l' ulteriore dolore del ricordo. Ero scappata via, a chilometri di distanza dalla mia vecchia vita, lontana dalla memoria, da qualunque cosa che mi facesse rivivere il passato ed invece anche lì, il ricordo degli eventi accaduti mi aveva seguito.
Tutta la storia dei coniugi Leviosa altro non poteva che farmi riaffiorare alla mente ciò che più desideravo allontanare. Sembrava che il beffardo e crudele fato lo avesse fatto di proposito.
La mia vita era bella. Io ero felice, io e David sembravamo fossimo perfetti l'uno per l'altra. Per me non c'era mai stato nessun altro al di fuori di lui, lui era tutta la mia vita, era me. Era stato il primo e sarebbe stato l'unico uomo per me.
Poi quella sera rientrò più tardi da lavoro, io lo stavo aspettando, insieme saremmo dovuti andare a cena a casa di un suo socio. Entrò agitato, fece una doccia rapida e si cambiò. Uscimmo di fretta. In auto sull' autostrada andava più veloce del solito, un po' troppo. Lo pregai di rallentare ma non mi diede ascolto. Poi gli squillò il cellulare, era il suo socio. David rispose, scusandosi del ritardo e rassicurando l'uomo che a breve saremmo arrivati. Fu forse la distrazione o la poca lucidità causatagli dall' alcol che aveva ingerito a mia insaputa ma l'auto sbandò, fece tre o quattro giri su se stessa e poi si ribaltò
Né io né David morimmo, ma io persi la vita in un altro modo; in seguito all' incidente mi furono asportati utero ed ovaie poiché erano stati gravemente danneggiati nell'impatto.
Ma la cosa più grave fu che sebbene la colpa fosse stata palesemente di David, egli non volle più sposarmi e mi lasciò perché non avrei mai più potuto dargli dei figli.

Il tempo scorreva lento nella più desolante solitudine. Non avevo più visto quelle donne né nessun altro abitante del paese. Non ero più uscita di casa, neanche per fare la spesa. Avevo passato la maggior parte delle giornate davanti ad una tela bianca o ad un pezzo di ferro, in cerca di ispirazione.
Il giorno successivo sarebbe stata la vigilia di Natale; avrei chiamato i miei genitori e mia sorella minore per far loro gli auguri, sperando che a mente fredda avessero finalmente accettato la mia scelta di andare via da sola.
Mi stavo preparando per andare a letto quando sentii il cellulare squillare. La chiamata proveniva da un numero sconosciuto. Risposi. Dall'altro lato udii una voce femminile suadente ed amichevole. La donna chiese di me e si presentò. Disse di essere una gallerista d'arte interessata ad esporre per l' anno nuovo alcune delle mie opere. La galleria si trovava a circa un' ora da Londra, cinque da qui. Mi diede appuntamento per discutere della faccenda da vicino per il giorno seguente alle ore 12. Ne fui molto felice almeno avrei trascorso la vigilia indaffarata e non avrei avuto il tempo di pensare a David.
Il giorno dopo mi svegliai presto e partii di primo mattino. L'aria era umida e pungente, il sole era sorto da ancora troppo poco tempo per riuscire a riscaldare l'aria.
Dopo circa sei ore di viaggio giunsi nella località indicata, impostai l'indirizzo della galleria sul navigatore e finalmente vi feci arrivo.
La galleria era molto ampia, si trovava in un grande palazzo di vetro. Quando mi avvicinai, guardando dalla grande porta a vetri, mi accorsi che era ancora in allestimento e pensai che fosse nuova e che non avesse ancora aperto. La porta era chiusa. Bussai forte col pugno. Dopo meno di un minuto vidi una figura felpata correre dall' interno in mia direzione ed aprire la porta con una chiave. Era una bella donna sui trentasette, trentotto anni, ben vestita e molto curata. Aveva dei lunghissimi capelli castani, raccolti in una coda e grandi occhi verdi.
"Come posso aiutarla?" mi domandò
"Salve, lei è Ambra Cuttige?"
"Si, sono io. Lei è ...?"
"Sono Amanda Dream, ci siamo sentite ieri sera al telefono, mi ha dato appuntamento per oggi."
Notai lo sguardo perso ed interrogativo della donna.
"Al telefono mi ha chiesto se avessi voluto esporre nella sua galleria le mie opere - continuai, mentre la donna mi guardava come se fossi pazza - sono un' artista"
"So chi è lei, ma mi perdoni ... io non l' ho mai cercata ... mi dispiace che sia venuta fin qui da Londra in un giorno per di più festivo, ma deve esserci sicuramente un errore"
"in realtà non vivo più a Londra, mi sono da meno di una settimana trasferita molto più lontano ... in un piccolo paesino nella contea di Gateshead, Sadness. In ogni caso non riesco a capire come sia possibile che lei non mi abbia telefonato, non vorrei che fosse stato il proprietario della galleria in cui espongo, poiché da molto non creo nuove opere, potrebbe avermi fatto un tranello per verificare se in realtà ne ho di nuove ma non le ho portate da lui ..."
"Certo è una coincidenza davvero strana ... sa che io prima abitavo proprio a Sadness? Mi sono trasferita qui da cinque mesi per aprire questa galleria" mi raccontò la donna.
"Ah si?"
"Senta Amanda, visto che ormai è qui e lei è un' artista, io una gallerista ... che ne pensa di trasformare in una vantaggiosa opportunità per entrambe, questo strano scherzo del destino? Che ne direbbe di esporre davvero le sue opere qui? Io inaugurerò fra due mesi ... crede di farcela a creare qualcosa per me?" mi propose con energia ed entusiasmo.
Accettai.

Passai l' intero viaggio di ritorno a pensare a quella stravagante situazione; sembrava che l' insensatezza degli eventi accaduti avesse in realtà una ragione prestabilita.

Quando arrivai a casa era ormai tardi. Avrei trascorso la sera della vigilia facendo un bagno caldo e poi davanti alla tv sul divano, mangiando cibo-spazzatura preconfezionato.
Il cancello era spalancato, lo avevo di nuovo dimenticato aperto. Attraversai il viale e mi accinsi ad entrare in casa.
Mi arrestai di colpo dinanzi la porta di ingresso; anch' essa era aperta, ma quella ero certa di averla chiusa prima di uscire.
Col cuore in gola mi feci coraggio, e stando ben attenta a non fare trambusto, mi addentrai nella villa.
L' interno era buio, non si vedeva niente. Sentivo dei rumori provenienti dal salone e dalla cucina. Mi avvicinai alla grande sala.
Ero terrorizzata. Mi feci forza e spinsi l' interruttore della luce del salone.

Ciò che il buio aveva nascosto e che la luce mi mostrò, mi pietrificò.
Fui abbagliata da un intermittente scintillio di luci dorate. L' intero salone era invaso da quelle che a primo impatto mi parvero lucciole. Chiudendo e riaprendo gli occhi mi accorsi che altro non erano che illuminazioni natalizie. Guardando ancora, fui immediatamente colpita da un immenso ed altissimo albero di Natale, addobbato ed illuminato, nell'angolo in fondo alla sala. Al centro il grande tavolo era stato imbandito con tovaglie di colore rosso ed oro e con candele accese e vari ornamenti luccicanti ed era colmo di pietanze opulenti. Tutto il salone era agghindato con festoni ed decorazioni natalizie. Entrai in cucina e trovai altre numerose portate e pentole sui fornelli. Attraversai il resto del piano inferiore della villa e mi accorsi che ovunque c' erano addobbi natalizi.
Urlai in preda al panico ed alla frustrazione, incapace di capire cosa fosse successo, fino a quando non iniziarono a farsi avanti pian piano tutti i responsabili dell' accaduto. In men che non si dica l' intera popolazione di Sadness aveva invaso la mia abitazione.
"Come avete osato ... chi vi ha dato il permesso di fare tutto questo? Chi ve lo ha dato di entrare in casa mia? Perché ora questa è casa mia. Me l' avete venduta ... non è più di vostra proprietà" gridai con tutta la voce che avevo in gola.
Si fece avanti la vecchia che giorni prima era venuta da me : "Noi speravamo che facendoti una sorpresa ..."
"Non avreste dovuto farlo, non avreste dovuto pensare di farlo, non avreste dovuto sperare un bel niente ... ed ora andate immediatamente tutti fuori ... prima che bruci la casa ..." sentivo le lacrime agli occhi.
Restai immobile, senza più un filo di voce, mentre guardavo quelle persone e tutti i bambini dell' orfanotrofio, andare via con la testa bassa.
Quando l'ultimo fu uscito, restai da sola in quell'enorme villa agghindata.
Dalla tavola e dalla cucina si levavano odori appetitosi. Iniziai a guardarmi intorno. Immaginai quegli estranei che erano stati l' intera giornata ad addobbare la mia casa. Dietro ogni decorazione c' era il lavoro di una persona, c' era una vita.
Avevano pensato a tutto, mi avevano tenuta lontana con la scusa della galleria d'arte.
Ripensai agli sguardi impauriti e delusi di quei bambini, mentre urlavo.
Pentita di ciò che avevo fatto, corsi immediatamente fuori ed iniziai a correre attraversando il giardino, per raggiungerli in tempo.
"Fermi ... fermatevi ... vi prego ... vi chiedo scusa ... potete tornare in casa e ... e ... e festeggiare lì il Natale ... insieme a me" gridai.

Fu un natale bellissimo. Tante persone estranee di tutte le età riunite intorno alla tavola.
Mi sentii per la prima volta di nuovo felice da dopo l' incidente. Avvertivo solo la mancanza dei miei genitori e di mia sorella. Decisi che il giorno dopo avrei richiamato mia madre e le avrei chiesto di venirmi a trovare e magari di trasferirsi anche loro a Sadness.

Capii che il dolore della perdita, non di David, ma della possibilità di avere dei figli non sarebbe mai cessato, ma avrei potuto trovare rimedio occupandomi di tanti bambini orfani, come avevano fatto i signori Leviosa.
Dopo l' incidente avevo perso tutto, non avevo più niente, ed ora mi si era presentata un' alternativa al nulla.
Fra le tante persone conosciute quella sera incontrai anche George, un giovane di bell' aspetto, vedovo, padre di due bambine. Sua moglie malata, prima di morire aveva voluto dargli un figlio; nacquero due gemelle. Magari un giorno, il tempo ed il destino ci avrebbero unito o forse no, ciò di cui ero certa era che avevo ritrovato la speranza.


Londra 20 novembre 2015
La famiglia Dream si recò nella chiesa del quartiere a pochi isolati dalla loro abitazione. Padre, madre ed una giovane figlia attraversarono la navata centrale dell' edificio sacro e presero posto nella prima panca. Alle loro spalle la chiesa era gremita.
Il prete raggiunse l'altare e si preparò ad officiare la messa per l'anniversario della morte della giovane Amanda Dream, suicidatasi in seguito ad un incidente automobilistico, dal quale non si era mai moralmente ripresa.

Sadness 20 novembre 2015
Il sindaco ed il prete della piccola comunità di Sadness attraversarono la piazza e salirono sul palco. Salutarono i cittadini riuniti ed iniziarono la rituale annuale celebrazione in memoria dell' incendio che dieci anni prima aveva raso al suolo il paese e sterminato i suoi abitanti.

 

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