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Napoli Calcio

Napoli - Ancelotti rimandato. Positivo il secondo posto in un anno di transizione, ma in estate va alzata l'asticella.


Lo spazio concesso a tutta la rosa permetterà di trarre importanti conclusioni. Fatale accorciare la coperta in mediana nel momento clou della stagione.

pavidas

Ancelotti rimandato a settembre. Inutile girarci intorno, anche se gli vanno riconosciute tutte le attenuanti del caso. Chiamato ad aprire una nuova era sulle ceneri del sarrismo, durante il ritiro di Dimaro svolge le prove generali di un nuovo 4-3-3. Senza Jorginho ceduto al Chelsea, provando a reinventare Marek Hamsik come play basso, con Diawara come discutibile alter ego. L’esperimento dà però risultati alterni, naufragando completamente nella serataccia di Marassi contro la Sampdoria. Squadra che non vince (né convince) si cambia, e mister Champions passa ad un più compatto 4-4-2 che sviluppa gioco più internamente che esternamente, trasformandosi in una difesa a 3 e mezzo negli appuntamenti più importanti. Soprattutto nelle notti stellari d’Europa, e contro avversari che sugli esterni si avvalgono di interpreti dal coefficiente di pericolosità altissimo. L’obiettivo dichiarato di inizio stagione? Essere competitivi fino alla fine in tutte le competizioni, a differenza delle ultime stagioni in cui si era scelto di andare all-in su un solo titolo, ritrovandosi però soltanto con un pugno di mosche in mano. Nonostante 91 punti, ed un gioco irripetibile per qualità ed efficacia.
Tutto bene (o quasi) fino a gennaio. Poi qualcosa si inceppa nella sessione invernale di mercato: Rog ceduto in prestito al Siviglia, capitan Hamsik volato via in Cina al termine di una lunga telenovela e a mercato chiuso, con Ancelotti pronto a metterci la faccia, dichiarandosi contento dell’intero organico a disposizione nonostante falle piuttosto evidenti nella zona nevralgica del campo. La sfortuna si accanisce poi su un centrocampo già quasi ridotto ai minimi termini: out Diawara per infortunio, e Fabian debilitato da una forte influenza (probabilmente suina) manifestatasi in occasione della prima convocazione con la Nazionale maggiore spagnola. Il risultato? Nel momento più delicato, la squadra va in rottura prolungata. I numeri non mentono mai, e rivelano come senza Marek Hamsik il Napoli abbia perso un punto di riferimento sul piano tecnico-tattico, per esperienza e capacità di giocare in scioltezza anche i palloni più scottanti. Dal match contro la Sampdoria (ultima con la bandiera slovacca sul rettangolo verde), gli azzurri hanno perso sicurezza: 4 pari e 5 sconfitte in 16 gare, ma soprattutto il terrore che aumenta all’ennesima potenza nel momento in cui c’è da compiere il passo definitivo verso la gloria. Normale che in questo contesto, il secondo posto consentirebbe di ritenere positivo l’anno di transizione ancelottiano, al netto di alcuni distinguo. La piazza immaginava che il tecnico di Correggio potesse invertire il trend negativo europeo lontano dal San Paolo, permettendo alla squadra di giocare le partite decisive scrollandosi di dosso la paura atavica di eterna incompiuta.


Tra Champions ed Europa League il Napoli ha vinto soltanto a Zurigo, fallendo tante prove di maturità: Belgrado (senza cinismo), Parigi (brusco calo tra l’autorete di Mario Rui ed il nuovo vantaggio di Mertens, e la grave colpa di non chiudere una partita dominata), Liverpool (persa rinunciando a giocare nonostante l’invidiabile opportunità di poter disporre di due risultati su tre contro la finalista della scorsa edizione), Salisburgo (calo di tensione incomprensibile) e Londra (30 minuti shock, con il doppio vantaggio consegnato alla truppa di Unai Emery a causa di due palle in uscita perse troppo grossolanamente). Gli azzurri rappresentano un bruco che non riesce a trasformarsi in farfalla, rimandando il volo definitivo verso il gotha del calcio.
Ora 6 finali al termine del campionato, con la Champions già virtualmente blindata ed il solo obiettivo di conservare il secondo gradino del podio sull’Inter per una questione di mero prestigio. Quindi, archiviata la stagione, bisognerà pensare al futuro con Carlo Ancelotti garante del nuovo corso. Un anno di transizione per capire quali elementi sono realmente da Napoli, così come quelli da sacrificare per aprire un ciclo più fresco. Piedi ben saldi sulla terra. Inutile fare voli pindarici e immaginare top-player che farebbero sforare il tetto di budget e monte ingaggi. D’altre parte la storia insegna che si può vincere non solo spendendo più degli altri, ma anche investendo meglio delle altre dirette concorrenti. Il secondo posto è un ottimo risultato da cui ripartire, per una società che dal 2004 ha letteralmente rivoltato come un calzino il mondo Napoli, con le grandi del nord che ormai celebrano con titoloni un pareggio strappato tra le mura amiche contro gli azzurri. Cosa neanche lontanamente immaginabile negli ultimi anni dell’era Ferlaino, e poi subito dopo con Gallo, Naldi e Corbelli. La piazza è diventata molto più esigente e non si accontenta. Il calcio è cambiato, ed in Europa senza corsa, cinismo e feroce intensità non si va da nessuna parte come evidenziano le 4 squadre di Premier League tra le migliori 8 nelle due maggiori competizioni europee per club. Programmazione a medio-lungo termine in stile Benitez, e soprattutto individuare quei profili con l’occhio della tigre ed il fuoco dentro. Perché le partite da dentro o fuori, toste ed equilibrate contro le squadre top del globo, si decidono per una questione di episodi. Serve cattiveria, quella che ti fa concretizzare l’unica palla-gol a tu per tu con il portiere avversario. Ed il cinismo, purtroppo, non si può comprare al mercato.


venerdì 19 aprile 2019 - 20:28 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

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