Cronaca
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Discarica in fiamme nei pressi del ponte del San Marco, un altro incendio nell'estate dei roghi

Nube tossica verso i quartieri. È l'ennesimo incendio dopo Moregine, via Spinelli e il Vesuvio: segnalazioni ignorate, territorio esposto.

tempo di lettura: 2 min
di Alessio Esposito
02/09/2025 07:20:51
Discarica in fiamme nei pressi del ponte del San Marco, un altro incendio nell'estate dei roghi

Una colonna di fumo nero si alza sotto il ponte San Marco, alla periferia di Castellammare di Stabia. Brucia una discarica abusiva, a pochi metri dal viadotto autostradale. L’odore acre viaggia con il vento, le linee di case chiudono le finestre, i telefoni delle centrali operative squillano senza sosta. Sul posto corrono i vigili del fuoco per circoscrivere l’area e mettere in sicurezza la viabilità. La domanda, però, è più veloce delle sirene: com’è possibile che quella discarica fosse ancora lì, dopo anni di segnalazioni?

L’incendio di ieri non è un episodio isolato: è la tessera più recente di un mosaico di roghi che ha marchiato l’estate. A Moregine, nella periferia di Pompei, a inizio agosto, le fiamme hanno divorato un deposito di auto sotto sequestro; a metà mese, sempre a Pompei, in via Spinelli, è bruciato un capannone di abiti usati; e intanto il Vesuvio ha mostrato ancora una volta la vulnerabilità dei suoi versanti, con immagini devastanti che hanno fatto il giro dei social. Tre quadri, un’unica scena: periferie fragili, aree di margine trasformate in ricettacoli di scarti, vegetazione secca che diventa miccia.

Nel raggio di pochi chilometri convivono micro-discariche croniche, capannoni dai profili opachi, depositi temporanei che diventano permanenti, controlli a macchia di leopardo. Quando il caldo spinge verso l’autocombustione o quando la mano criminale cerca scorciatoie nello smaltimento, basta poco perché l’emergenza salti dalle chat di quartiere ai bollettini dell’aria.

C’è poi la salute pubblica. Se i rifiuti in fiamme sono misti - plastiche, gomme, tessuti, vernici - la nube può contenere composti nocivi. In questi casi servono rilievi ambientali rapidi, messaggi chiari ai residenti (finestre chiuse, limitare gli spostamenti, protezioni per i più fragili) e una catena di comando visibile: chi decide cosa, quando, con quali strumenti. È gestione dell’emergenza, ma anche fiducia nelle istituzioni.

L’altra metà del problema è la prevenzione. Bonificare senza presidiare significa rincorrere l’ultimo rogo. 

La cronaca, intanto, corre: oggi tocca a Castellammare, ieri è toccato a Pompei, domani chissà. È legittimo aspettarsi che, dopo lo spegnimento, arrivino bonifica, recinzione dei varchi, controlli ripetuti e un rapporto pubblico sugli esiti dei rilievi. Ma l’estate del 2025 lascia una lezione più generale: senza programmazione e coordinamento stabile, il territorio resta una polveriera a cielo aperto.

L’immagine della nube nera sotto il San Marco è destinata a restare. Per cambiare scena serve un metodo: prevenire dove oggi si spegne, mettere a sistema quello che ogni estate scopriamo di nuovo, chiudere il cerchio tra chi produce rifiuti, chi li deve smaltire e chi controlla. Perché, al di là del fumo, questa non è solo una notizia di cronaca. È il termometro di come teniamo - o non teniamo - la casa comune.

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