Si è conclusa con una significativa manifestazione di affetto la sessione delle tesi di laurea all’Università di Salerno che ha dedicato al professor Gabriele De Rosa la Piazza antistante l’Ateneo. Riproponiamo il profilo dello studioso anche su questo sito per la notevole raggio di ascolto, a cento anni dalla nascita. Nato a Castellammare di Stabia nel 1917, De Rosa è stato senza dubbio, uno dei migliori interpreti della storiografia legata alle tematiche sociali del sud. Si tratta di un’opera di significativo interesse perché – ha detto il Rettore Aurelio Tommasetti nel corso dell’inaugurazione – rappresenta il primo tassello di un intervento più complessivo che migliorerà ulteriormente la sicurezza, la funzionalità e la vivibilità del Campus
L’Università di Salerno ha intitolato la Piazza prospiciente il grande complesso dei massimi studi previsti dall’ordinamento scolastico italiano, al suo fondatore lo stabiese Gabriele De Rosa, in occasione del centenario della nascita dello studioso.
Il professore De Rosa. era nato a Castellammare di Stabia il 24 giugno del 1917 (morirà a Roma l’otto dicembre 2009, giorno dell’Immacolata, ricorrenza particolarmente cara agli stabiesi). Storico di alto profilo culturale, De Rosa è unanimamente considerato lo storico più acuto del movimento cattolico italiano. L’Ateneo salernitano gli ha intitolato oltre a varie iniziative istituzionali, la Piazza che apre gli ingressi al complesso: si tratta di un’opera di significativo interesse perché – ha detto il Rettore Aurelio Tommasetti nel corso dell’inaugurazione – rappresenta il primo tassello di un intervento più complessivo che migliorerà ulteriormente la sicurezza, la funzionalità e la vivibilità del Campus.
Mi sento in dovere di parlare di questo nostro grande concittadino in occasione del centenario della nascita, ricordando la sua figura di uomo di cultura e di politico, alle autorità amministrative e culturali stabiesi, invitandole a considerare l’opportunità per la concessione di un riconoscimento ufficiale degno della personalità. Ma per esperienza riconosco che per queste cose le Autorità sono sempre così distratte. Spero di sbagliarmi. De Rosa, dopo gli studi iniziati qui, raggiunse la famiglia (proprietaria di tre pastifici tra Castellammare di Stabia e Gragnano, di tre ville di cui una a Varano) a Roma dove si era trasferita. Successivamente si trasferì a Potenza dove completò gli studi liceali. Conseguita la laurea in legge fu anche attivo uomo politico nella Sinistra Cristiana poi aderì al PCI e diventò redattore de l’Unità e di numerose riviste scientifiche, fu uomo di vasta cultura, apprezzato in tutti gli ambienti scientifici e politici per la sua competenza ed esperienza nei vari campi della cultura. Eletto senatore prima per la Dc (capogruppo) poi nel Ppi. Determinante per la sua formazione e approfondimento degli studi sul cattolicesimo, fu l’incontro con don Luigi Sturzo; rimase poi fortemente influenzato dallo studio di saggi di Benedetto Croce riguardanti il cristianesimo. Vinse il primo concorso in Italia di Storia Contemporanea. E’ stato autore di numerosi saggi di storia sociale e religiosa. Insegnò in varie università e in quella di Fisciano, profondendovi molte energie per farla sorgere, ne divenne anche primo rettore
Il nome di Gabriele De Rosa - è stato più volte ricordato dai suoi autorevoli biografi - si inserisce a pieno titolo tra le figure più rappresentative della storiografia italiana del Novecento. I suoi studi hanno avuto il merito di svecchiare e superare vecchie impostazioni, indicando nuove e significative piste di ricerca. Le sue indagini si sono orientate principalmente verso la storia del movimento cattolico italiano, la figura di Luigi Sturzo, la storia della Chiesa, della pietà popolare e della religiosità nell’Italia moderna e contemporanea. “Si tratta di studi che hanno consentito una rilettura originale e incisiva della storia politica, sociale e religiosa del nostro paese in età moderna e contemporanea, in un costante equilibrio fra l’analisi delle forze profonde che agiscono nella società e lo studio delle istituzioni politiche e delle classi dirigenti”.
Lo incontravo di tanto in tanto. Quando ho avuto il piacere di vederlo, una decina di anni fa, (era anche presidente dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma), appariva stanco, affaticato, ma lucido e gioviale come sempre, e come sempre, in qualunque occasione, c’era qualcosa, o molto, da imparare. Dopo i saluti, gli dicevo “Come stai “Maestro” ? Lo chiamavo così perché veramente è stato per tutti un grande maestro, e poi mi piaceva ascoltare la consueta risposta…”Non mi sfottere e…aggiungeva: ho letto il tuo “pezzo” sull’Osservatore Romano… bisogna insistere sulla valorizzazione dei Beni culturali e auspicare la moralizzazione della vita pubblica e combattere la corruzione e lavorare sempre per il progresso della società”!
Mi procurerò, se mi sentirò all’altezza, di tracciare in qualche occasione un suo profilo, perché è stato veramente un grande uomo che molto ha dato alla cultura italiana anche come approfondimento di indagine sociologica delle province del sud.
Riporto brevemente, per rinfrescare le idee di qualche giovane, il pensiero dell’illustre concittadino, giornalista e “storico del nostro Mezzogiorno”, pr “Le malattie endemiche – diceva - sono solo la manifestazione più visibile di una malattia ancora più profonda, che rende affannoso il cammino del Sud: la debolezza organica di una classe dirigente che ha accettato la staticità sociale del Mezzogiorno come premessa ineluttabile e necessaria per garantire una gestione protetta e paternalistica del potere locale” Egli immaginava un diverso percorso storico, che non fu: il corso di una storia di terre produttive senza latifondo ed assenteismo padronale, con una borghesia non avvocatesca e formalistica, ma intelligente e coraggiosa, colta e responsabile, con una città non parassitaria e non disordinata ma al servizio di uno sviluppo nazionale ed omogeneo del contado, con un’industria in armonia con il paesaggio agrario.
Sempre nella seconda metà dell'Ottocento, emersero anche federazioni di famiglie organizzate su base regionale, che sarebbero poi diventate: Cosa Nostra in Sicilia, Camorra in Campania, la Sacra corona unita in Puglia e la 'Ndrangheta in Calabria. La presenza di tali organizzazioni criminali incide fortemente in modo negativo sullo sviluppo socio-economico soprattutto del territorio meridionale, sempre più “vulnerabile”.
A proposito del Mezzogiorno e del brigantaggio, infatti, il suo pensiero è chiaro e profondo perché osserva che sul predetto periodo i contemporanei, e dopo di loro numerosi storici, si sono divisi quando si è trattato di definire il brigantaggio, fenomeno che coinvolgeva elementi di sinistra come di destra, e la cui composizione andava dai clericali reazionari ai criminali e ai contadini, ognuno dei quali con obiettivi e ambizioni proprie.
. Il brigantaggio fu alimentato dagli stenti e dalla disperazione, dal sostegno accordatogli da contadini in miseria che avevano ben poco da perdere nella lotta, e da fuggiaschi che non avevano niente da guadagnare nel consegnarsi alle autorità. Esso fu anche un riflesso delle traumatiche circostanze dell’unificazione italiana: molti di coloro che organizzarono le bande erano ex soldati o uomini provenienti dalla milizia, giovani di umili condizioni che erano stati reclutati nell’esercito e nelle forze di polizia borbonici e vi avevano prestato un meritevole servizio, e che ora consideravano la fine della monarchia una «catastrofe» (Lupo 2002, p. 485). Sugli stessi argomenti hanno scritto numerosissimi altri studiosi, di alto livello, che mi riservo di riportare altri giudizi in una prossima occasione. Il tutto, come ho detto prima, deve essere sempre inquadrato in un ampio discorso di carattere sociale, politico, economico non solo italiano.
La vita di alcune passate generazioni, come si può notare, era difficile. Il lavoro costava “poco” (nel senso che era pagato poco). Gli strozzini facevano affari d’oro (d’altro canto, anche oggi “campano” bene… Parola di cronista!).
La giornata di lavoro di un contadino, per esempio, era pagata il corrispondente odierno di 3 € (15-20 Grana di allora), quella degli operai generici valeva in media 5 € che salivano a 6,50 € per quelli specializzati (dai 20 ai 40 grana); per quanto riguarda i costi dei vari prodotti, va notato che un rotolo di pane (800 grammi) costava 6 grana (1 €), un equivalente di maccheroni 8 grana (1,30 €), di carne bovina 16 grana (2,5 €), un litro di vino 3 grana (0.50 €), tre pizze 2 grana (0,32 €). Si tenga anche presente
che su mille lavoratori oltre novecento erano non qualificati, come operai generici, manovali, inservienti retribuiti con irrisori compensi. E ciò, si evince da commenti vari. Verso la metà e la fine del secolo, diversi marinai trasportavano merce in Sicilia ma per alcuni mesi non guadagnavano… la vita si svolgeva nella più squallida miseria… a dieci anni spesso si cominciava a lavorare dove si costruivano navigli in legno, la giornata di lavoro veniva pagata quattro soldi: si incominciava a lavorare alle sei del mattino e a volte si finiva alle 21 di sera. Le famiglie erano numerose e povere “i nostri padri (è stato dichiarato), impartivano l’educazione a suon di legnate e poiché i figli erano molti, qualche genitore diceva: “Meno male che la morte mi è venuta incontro… (!)”; verso la fine del secolo le cose peggiorarono per molti e padri di famiglia, avviliti per le ristrettezze economiche, si ubriacavano spendendo i pochi soldi guadagnati a scapito di moglie e figli. In quei tempi, la città contava una trentina di migliaia di abitanti, e il numero dei “ricchi” era molto limitato, infatti, non per caso, erano in attività numerosi enti caritatevoli, orfanotrofi, congreghe i cui statuti prevedevano interventi assistenziali. Molti si “arrangiavano” alla meglio: erano i venditori ambulanti, i vetturini, i pescatori che giravano con le loro spaselle sotto il braccio, con alici e pochi altri pesci, mentre con una mano reggevano un secchio con cozze, vongole e cannolicchi. Questi ultimi erano seguiti da altri strani venditori che in un catino portavano rane, le poche anguille che a quei tempi era ancora possibile raccogliere “con l’ombrello”, sulle rive del fiume Sarno, molti erano scaricanti portuali, bastonati se non correvano da un lato all’altro con sacchi sulle spalle per caricare e scaricare nel minor tempo possibile, i garzoni, sottoposti a lavori anche molto pesanti e per molte ore al giorno, rappresentavano, purtroppo, un altro aspetto negativo della gran parte della popolazione in quanto il lavoro minorile costituiva una fonte di reddito spesso essenziale per le famiglie povere, ma spesso causava un difetto dell’istruzione, determinando una sorta di circolo vizioso della povertà. Era un mondo povero e fantasmagorico dove pullulavano, specie nel centro antico, centinaia di “spicciafaccende” che sbrigavano qualche pratica burocratica o operavano nei pressi di qualche ufficio pubblico; acquafrescai che giravano anche con mummere, brocche e caraffe, con qualche mezzo limone, innumerevoli volte spremuto, per “disinfettare” l’orlo del recipiente per bere; sui marciapiedi qualcuno, nelle settimane prossime all’inverno, aggiustava gli ombrelli, di quelli che possedevano un ombrello diventato vecchio, sempre in qualche angolo di strada un altro personaggio aggiustava vasi, tianelle (da Teano) di terracotta e vazzee, si aggiravano molti venditori e raccoglitori di cianfrusaglie e “panni vecchi”, mentre sempre ai margini delle strade su piccoli slarghi o brevi marciapiedi, improvvisati “commercianti” allestivano cento altre bancarelle con mucchi di noci sgusciate, spighe, brioches, maritozzi, kraphens in concorrenza con le pochissime pasticcerie, nella quali si entrava raramente e solo in alcune domeniche, a Pasqua, Natale e in qualche altra ricorrenza o circostanza, già, perché, tanto per dirne solo qualcuna, i compleanni non si festeggiavano sempre, si festeggiava solo l’onomastico, con la “passata” di “pastarelle” e qualche bicchierino di rosolio (i familiari e i pochi invitati, si disponevano su filari di sedie lungo le pareti e venivano serviti da qualche volenterosa di casa che per l’occasione indossava il vestito buono), quasi mai con un buffet. I banchetti dei matrimoni si “consumavano” nelle case solo con dolci e rustici, ma il più delle volte le famiglie, parliamo sempre di chi aveva qualche “soldo” disponibile, facevano il pranzo e, caso rarissimo, in qualche bettola o trattoria. Tralascio il fenomeno dell’emigrazione forzata, altra grande piaga! Non crederanno queste cose soprattutto i giovani, perché vivendo oggi nell’“agiatezza”, quelli che possono godere di tale privilegio, grazie ai sacrifici degli adulti, non riescono ad immaginare un mondo così povero e depresso, ma popolato di gente che affrontava la vita con tanta “rassegnazione”, facendo la “volontà di Dio”, così si diceva e si tirava a campare
Panda fermata ad un posto di blocco. Uomo e donna in manette.