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Pasqua di Speranza, di ripresa morale e socio-economica

tempo di lettura: 6 min
di Antonio Ziino
12/04/2020 09:49:56
Pasqua di Speranza, di ripresa morale e socio-economica

Pasqua per i cristiani costituisce la massima solennità dell’anno liturgico, in quanto commemora la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel calendario segue la via crucis, che si è svolta pacatamente secondo le indicazioni del governo, recepite dalla Santa Sede, a causa dell’epidemia virale. E’ una solennità, di quest’anno che per la sua singolarità ricorda un po’ le feste del periodo bellico, in particolare del dopoguerra: stesse strade deserte, negozi chiusi perché non avevano nulla da vendere, popolazione desolata continuamente in cerca di cibo diventato merce preziosa e quindi introvabile se non nel mercato nero.

Bisogna aggiungere che allora conoscevamo i nostri “nemici”, mentre oggi, purtroppo, nonostante i progressi della medicina (che non è una scienza ma un insieme di scienze) ci vengono in soccorso la farmacologia e la tecnologia “sanitaria” che hanno fatto enormi progressi.

Nella Pasqua senza dubbio, la Chiesa, fin dall’antichità, intese continuare la solennità omonima giudaica, ma imprimendole subito un suo significato proprio. Specialmente in Oriente, una falsa etimologia della parola (quasi derivasse dal greco πάσχειν «patire») fece accentuare il ricordo della passione e della morte (ancora oggi i Greci chiamano il venerdì santo della Crocifissione). L’interpretazione paolina, che contrappose la festa cristiana a quella ebraica, nel 2° e 3° sec. originò una questione piuttosto vivace fra l’Oriente, che intendeva mantenere la data ebraica (14 nisān, qualunque fosse il giorno della settimana), e l’Occidente, ove il giorno di P. si faceva cadere sempre di domenica; nel Concilio di Nicea (325) si decise di far cadere la P. nella domenica che segue il plenilunio successivo all’equinozio di primavera (21 marzo). La controversia tra cristiani celti e romani circa la data della Pasqua si concluse in favore dell’uso romano nel sinodo di Whitby (664). 

Naturalmente, il tutto va inquadrato nel cosiddetto periodo pasquale incentrato sulla via crucis, riguardante la “passione” e termina con il lunedì in albis, che per noi è il ricordo, ormai, della gita a Pozzano.Ma non solo. A Napoli e provincia sono ben note le manifestazioni liturgiche che legano il popolo di Dio e non solo, ai riti della settimana santa. Nel circondario Stabiese, si distingue Sorrento, con la sua secolare Via Crucis che iniziava il percorso dall’antica chiesa di San Catello, esistente nella piazza e poi demolita, per poi proseguire per le vie con altre chiese.

A Castellammare di Stabia, Si ricorda la processione della Chiesa di San Francesco a Quisisana ben nota per la missione sacerdotale dei francescani e per la continuità dei riti, anche più volte secolari. La Via Crucis, presieduta dal Papa, che si svolgeva intorno al Colosseo, quest’anno è stata bloccata a causa dell’epidemia virale.

Questo che viviamo oggi è un momento difficile: stiamo nelle case, secondo i consigli degli esperti.E’ certamente una pausa nel lungo cammino storico che siamo costretti ad osservare con la speranza (non perdiamo mai la speranza!), che il più presto possibile riavremo la nostra libertà e la nostra tranquillitàQuesta settimana che precede la Pasqua, anche Castellammare di Stabia rivive la celebrazione della Passione di Cristo in un clima di intensa partecipazione collettiva e di fervore religioso, secondo un rituale ed una simbologia altamente suggestiva che appresenta l’espressione più tipica dell’anima popolare di questa parte della provincia partenopea.Da noi, si arriva a Quisisana (anticamente ca- si- sana), per una delle strade che si aprono dal centro antico di Castellammare di Stabia. Per raggiungere la chiesa, si attraversa un viale fiancheggiato da una serie di archi “ciechi” con mattonelle maiolicate che raffiguravano gli episodi delle quattordici "stazioni" della Via Crucis. La storica documentazione originale, ormai quasi del tutto distrutta, in quanto le piastrelle, esposte alle intemperie, nel corso del tempo o si sono scollate per l'erosa cementificazione, o divelte da "appassionati antiquari".Le mattonelle furono commissionate dal ministro provinciale P. Bernardino Calabrese da Lioni e realizzate, nel 1844, nella fabbrica di ceramiche della ditta B. Giustiniani, mentre l'installazione ebbe seguito l'anno successivo. Nel 1936 il Guardiano del convento, P. Giovanni Addivinola, poiché molte mattonelle si erano deteriorate, fece eseguire un consistente restauro con la sostituzione anche di parecchie mattonelle che, però, a causa delle diverse colorazioni, risultarono evidenti differenze.Ora neanche gli interventi di restauro si notano più perché, come detto, è quasi tutto scomparso e sarebbe interessante ricostruire gli episodi degli ultimi scorci della vita di Gesù che si concluse con la tragica crocefissione.La presenza dei Francescani a Castellammare di Stabia è antichissima. Nel secolo XIV, a seguito delle travagliate vicende che attraversò la Chiesa, un gruppo di frati minori di san Francesco di Assisi, con il consenso dei superiori, venne a Castellammare di Stabia ed edificò, grazie alla munificenza della Casa reale d'Angiò, un monastero "molto piccolo" situato nei pressi della sponda del mare, nel luogo dove sorgeva il seminario. Secondo le ricostruzioni, la piazza prospiciente la cattedrale, era recintata e l'area utilizzata come orto. L'attuale chiesa dell'Oratorio, come abbiamo detto già in altre occasioni, costituiva un cappellone della crociera dell'annessa chiesa demolita nel 1842 perché pericolante. Per la sua posizione vicina al mare, il convento fu "tre, quattro volte... saccheggiato dai Turchi e altrettante volte risarcito dei danni...", ciò viene ricordato In Annales Minorum. E' da ricordare anche che chiesa e convento, erano di proprietà dei Francescani Conventuali e prima ancora passarono ai Frati della Regola dell'Osservanza che ottennero benefici dal pontefice Niccolò V attraverso una importante bolla rivolta, secondo la traduzione, "Ai diletti figli Frati dell'Ordine dei Minori dell'Osservanza regolare di S. Maria La Nova di Napoli, S. Francesco di Gaeta, S. Francesco di Sorrento e S. Francesco di Castello ad Mare...".Dell'antico complesso francescano presso il mare, è rimasta solo la chiesa dell'Oratorio, il convento "andò alla deriva". I Frati minori ne usufruirono dal principio del secolo decimoquarto fino al 1810, anno in cui, per effetto del decreto napoleonico relativo alla soppressione degli ordini religiosi, dovettero abbandonare i locali che furono adibiti a caserma per le truppe al servizio di Gioacchino Murat e successivamente a carcere. Dopo i moti rivoluzionari, che turbarono la vita delle popolazioni soprattutto dal 1820 al 1846, e ripristinata la dinastia dei Borbone sul trono delle Due Sicilie, anche i Frati Minori, benvoluti dal sovrano Ferdinando II, ritornarono a Castellammare di Stabia ma non più nell'antico cenobio, ma presero possesso del piccolo convento dei Cappuccini, ottenuto per concessione, ubicato a circa un chilometro di distanza, sulla strada di Quisisana. Il vecchio convento, di Piazza del Duomo, trasformato radicalmente, ospitò il seminario diocesano, che prima si trovava a Lettere, e una parte dell'edificio fu adibita a scuola elementare, mentre in altri locali, vi trovarono posto il comando della 145 Legione militare, una scuola serale di disegno, gestita dalla direzione del Cantiere navale, gli uffici dell'Azienda autonoma di cura, soggiorno e turismo.

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