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Faito accoglie i vacanzieri del 'Lunedì in Albis'


Una secolare tradizione degli stabiesi.

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Al popolo napoletano tutto e, in particolare quello del comprensorio stabiese-sorrentino, con l’avvicinarsi della Pasqua, la più importante festa del cristianesimo, viene subito in mente Monte Faito, con i  suoi abeti, i suoi faggi e castagneti, con le sue villette, ma soprattutto con gli spiazzi e le attrezzature sociali,  per svagarsi. Poi ci sarà l’immancabile visita al Santuario di San Michele, meta anche di secolari pellegrinaggi.

Monte Faito, lo sanno un po’ tutti, comprende "diverse circostanti alture, montagne e montagnette", che si innalzano ad un migliaio di metri fino a raggiungere quota millecinquecento circa. Le principali attrazioni sono il paesaggio, le selve, i bellissimi panorami che consentono la visione dei due golfi, quello di Napoli, chiuso dalla caratteristica sagoma del Vesuvio, e quello di Salerno. Oggi è certamente il villaggio, con le sue villette, ristoranti, locali caratteristici, che fanno del Faito, la meta preferita dagli stabiesi e dei napoletani. Ma non è la "Montagna" di una volta, la nostra montagna che teniamo in condominio con la Penisola sorrentina.

Da ragazzi, ma non solo, si andava sul Faito per fare una bella scalata, mancavano le stradine ben fatte, mancava l'autobus, non c'era la funivia con corse ad orari comodi. Eppure si andava: zainetti, borsoni, piccole taniche per attingere alla fonte l'acqua della lontra, limpida, fresca, pulita (forse), non si era troppo "igienisti" come oggi... Si andava anche per raccogliere castagne. Raggiunto, però qualche spiazzo, si sistemava un po' di roba, si deponeva qualche giaccone di troppo, si accendeva un fuoco per arrostire qualche pezzo di carne che poi l'imperizia di ragazzi e ragazze, ne facevano uscire dei brandelli bruciacchiati pressoché immangiabili perché si confondevano con i tizzoni. Ma si sa, i ragazzi non vanno per il sottile, si tirava da qualche zainetto una radiolina, o, privilegio di pochi, qualche "giradischi", si faceva un po' di baldoria, si tiravano fuori timballi di maccheroni, cotolette, uova sode, pezzi di salame, casatiello e quant'altro le mamme riuscivano a pigiare nei pur capienti involucri, si mangiava alla rinfusa, e poi...dopo diverse ore, quando l'aria frizzante cominciava a farsi sentire, già dopo mezzogiorno, ...addio raccolta di castagne ed altri propositi. Era d’obbligo, però,  la visita a san Michele: guai tornare a casa e dire alle mamme “non abbiamo avuto tempo, ci siamo distratti…faceva freddo…”.

Quindi, l’obiettivo principale della gita era la Chiesa. Forse per i più era proprio la visita alla chiesa che non poteva mancare. Bisogna ricordare anche che era l’epoca che vedeva l’incremento della motorizzazione. Con l'arrivo delle "500", infatti,  le cose cambiarono un po': Questi bugigattoli che viaggiavano paurosamente in bilico e dondolavano continuamente per ogni curva, portavano sul tettino tavolini, sedie e sgabelli, qualche materassino, un "carrozzino" per neonati, contenitori di ogni specie e dimensioni, compreso fornacelle e sacchetti di carbone, piatti e piattini. Inutile dire che l'abitacolo era inzeppato di gente, grandi e piccini. Ma erano altri tempi...

Già, perché uno sguardo al passato ci riporta  un po’ alle origini, diciamo della valorizzazione del Faito proprio con la costruzione, in più tempi, della chiesa che, fatta, rifatta, fino alla moderna costruzione sono passati oltre cento anni (prima, si dice, la chiesetta era di legno) «ma in seguito - come ha lasciato scritto il Vescovo fra Pio Tommaso Milante (1750) - venne in miglior forma costruita l'ordinata chiesetta di soda fabbrica; ove fu situata la Statua marmorea del Santo Arcangiolo, e quelle colonnette parimenti di marmo che l'antica tradizione vuole, che San Catello portasse con se da Roma avute in dono dal Pontefice».




Mons. Emanuel, vescovo di Castellammare di Stabia, convocò il «Comitato» nominato nel 1933 dal Vescovo Pasquale Rogosta, e insieme con il  solerte bancario, ragioniere Amilcare Sciarretta, si portò sul Faito e constatò che la «spianata» della vetta più alta (1445) era insufflciente, pensò di realizzare il nuovo tempio più giù a quota 1280 circa, su suolo dei principi Colonna, avuto in dono Mons. Emanuel col comitato da lui presieduto, invitò i cittadini di Stabia, della Penisola Sorrentina e di Eboli Campagna, a dare il loro contributo per l'erezione del nuovo tempio di san Michele. Il tempio fu progettato dall'ing. Guglielmo Vanacore (allora capo dell'ufficio tecnico del Comune di Castellammare) con la collaborazione dell'architetto Carmine Trotta. Il 24 ottobre 1937 fu posta la prima pietra alla presenza di fedeli e autorità.

Intanto pervenivano le raccolte di fondi e il comm. Sciarretta continuò le «scalate» sul Faito invitando i membri delle comitive a portare qualche mattone per il nuovo tempio (scalata del mattone, iniziato già nel 1932). Nel 1940 la costruzione raggiungeva il metro e mezzo di altezza. Poi i lavori furono sospesi per la guerra. Nel 1947, la costruzione fu ripresa con il contributo dello Stato. La mattina del 24 ottobre del 1950, mons. Emanuel, con l'arcivescovo di Sorrento, Serena e il Vescovo di  Campagna Palatucci, alla presenza di autorità e numeroso pubblico, inaugurò la nuova chiesa. Un concerto campanario di quattro bronzi, offerti dalle città di Castellammare, Penisola Sorrentina, Pimonte e di Pompei, furono benedetti la domenica precedente.

L'interno del tempio, è stato parzialmente disegnato dall'architetto Sirio Giametta come l'edicola che accoglie la statua in marmo di San Michele, opera dello scultore napoletano Rubino (offerta dal personale della Banca d'Italia). Sempre il comm. Sciarretta, nel 1960, propose la realizzazione di una grande croce luminosa da collocare sulla vetta più alta del Faito e visibile da una vasta area geografica. Il progetto, che pure ebbe notevoli e importanti adesioni, è rimasto purtroppo nel cassetto. E’ un peccato, perché,  oltre gli aspetti religiosi, la Croce (con alla base sale per convegni, ristoranti, un museo, ed altri ambienti), potrebbe costituire un valido attrattore per più ampie schiere di turisti e conseguente incremento di iniziative socio-economiche con possibilità occupazionali.

Ma le cose, si sa, specie dalle nostre parti, tra beghe politiche, mancanza di finanziamenti, contrastanti idee sia sulla progettazione, sia sulla realizzazione di un’opera, diventa  tutto più difficile. 
Monte Faito, però, è così, è stato sempre così e probabilmente tale rimarrà. Intanto, facciamo cenno a qualche data storica, a qualche avvenimento, a fatti del passato.

Certo, oggi esiste il Santuario, officiato dall’abate canonico don Catello Malafronte, parroco della Chiesa di S. Antonio, di Castellammare di Stabia, ma secoli fa forse nulla esisteva: le prime notizie risalgono almeno a mille anni or sono. E di san Catello e sant’Antonino?, hanno pregato in qualche grotta, in qualche rudimentale chiesetta. Ma quanto tempo fa?, se lo domandano molte persone.

Sia oggi, quindi, sia come nei secoli passati, il santuario di san Michele, costruito e ricostruito in diversi posti, prima in legno, poi in "solida fabbrica", accoglie numerosi fedeli, specialmente nel giorno della Sua festa: il 29 settembre.

Negli anni Cinquanta è stato costruito un nuovo tempio che è meta di pellegrinaggi provenienti anche da lontane località


mercoledì 17 aprile 2019 - 10:32 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

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