Cronaca
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Torre Annunziata - Toghe sporche, disposti sequestri per 1,5 milioni ai beni immobili del giudice Iannello

Le fiamme gialle stimano che negli ultimi cinque anni le sue disponibilità economiche siano praticamente lievitate.

tempo di lettura: 2 min
di Raimondo De Luca
22/12/2018 08:16:18
Torre Annunziata - Toghe sporche, disposti sequestri per 1,5 milioni ai beni immobili del giudice Iannello

Toghe sporche, disposti i sequestri per beni e proprietà del 'cerimoniere' delle sentenze truccate presso Tribunale di Torre Annunziata. Le fiamme gialle, infatti, stimano che negli ultimi cinque anni le sue disponibilità economiche siano praticamente lievitate. Altro che tempi duri.

Antonio Iannello, giudice di pace oplontino sino all'arresto dello scorso 27 settembre, avrebbe reinvestito l'improvvisa fortuna nell’acquisto di auto di immobili poi intestati a familiari. Una fortuna - sostengono oggi la magistratura inquirente e la guardia di finanza - frutto di un giro di sentenze comprate.

Per il giurista si sono infatti aperte le porte del carcere a causa di un ramificato giro di mazzette intascato mentre era seduto dietro la scrivania del suo ufficio. Chiare ed inequivocabili le immagini che hanno portato a sgominare l'intera cricca.

Ieri mattina, in esecuzione di un provvedimento di sequestro preventivo d'urgenza, gli uomini del gruppo della guardia di finanza di Torre Annunziata hanno messo i sigilli ad alcuni dei beni nella disponibilità diretta o indiretta di Iannello. Oltre un milione e mezzo di euro il valore complessivo del patrimonio requisito.

Sotto chiave sono finiti due immobili a Scafati, ma anche altri numerosi beni mobili. Tutto materiale che, secondo gli inquirenti, Iannello non avrebbe potuto permettersi in condizioni 'normali'. I pm sono giunti a questa conclusione dopo aver confrontato i redditi dichiarati dal togato e gli investimenti da lui fatti. Troppo evidente la sproporzione.

Tale attività si inquadra in un più ampio contesto d'indagine sviluppato dai finanzieri oplontini e coordinato nel tempo dalle Procure della Repubblica di Torre Annunziata, Roma e Nocera Inferiore. Il lavoro ha consentito di ricostruire un quadro indiziario dal quale emerge una sistematicità di condotte di «corruzione in atti giudiziari» perpetrate da diversi giudici di pace, numerosi avvocati e svariati consulenti tecnici, con riferimento a pratiche e contenziosi riguardanti sinistri stradali, in talune circostanze caratterizzati da profili di falsità.

In particolare, la complessa attività criminale architettata si basava, in prima battuta, in un «accordo illecito» tra il giudice di pace e l'avvocato di parte che condividevano la scelta di un «perito compiacente», al quale affidare la consulenza oltremodo favorevole.

Una volta selezionato il tecnico, questi provvedeva ad elargire la prima parte della «mazzetta» al giudice di pace in segno di «riconoscenza» per la nomina ricevuta. Successivamente, il medesimo consulente beneficiava di un indebito e «generoso» compenso da parte dell'avvocato per l'ottenimento di una perizia particolarmente favorevole.

In un'ultima fase, la dinamica corruttiva si perfezionava attraverso la «redazione congiunta» della sentenza, concordata dal legale di parte e dal giudice di pace, con quest'ultimo che riscuoteva dal professionista la seconda parte della «tangente» in base all'importo indebitamente ottenuto dal «verdetto pilotato».

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