Il pomodoro San Marzano protagonista del Mercato della Terra e la lettera dell’ADICONSUM per dire no ai sughi spacciasti per italiani, ma prodotto con pomodori che italiani non sono.
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Questa volta il mercato della Terra ritorna non dimenticando i recenti fatti di cronaca che hanno visto come protagonisti i sughi italiani o pseudo-tali, ma che sono realizzati con pomodori non coltivati in Italia e lo ha fatto dedicando al pomodoro San Marzano il suo “Laboratorio del Gusto”, laboratorio condotto dall’enologo Giovanni Spigna . Chiara la preoccupazione dell’ ADICONSUM , alla luce dello scandalo dei sughi preparati con pomodori cinesi e recanti dicitura “Made in Italy” che ha utilizzato la manifestazione per presentare la sua lettera aperta rivolta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, al ministro dello sviluppo economico Federica Guidi e al ministro dell’agricoltura Maurizio Martina in cui si chiede una reale tutela per il “Made in Italy” ,affermando che la legislazione nazionale permetta di considerare italiano il prodotto realizzato “sostanzialmente in Italia”, senza far riferimento alla provenienza delle materie prime.
E’ da dire, a tal proposito che, ciò non è del tutto vero. La disciplina legislativa del Made in Italiy, in effetti, è sì frammentaria e rimessa, per lo più, a decreti legislativi, successivamente riconvertiti, ma chiara nel definire prodotto italiano e tutelabile con il marchio “Made in italy” quello che sia interamente prodotto in Italia .Per verificare l’evoluzione della disciplina, vale la pena ricordare la Legge 350/2003 il cui articolo 4, al comma 49, recita: “Costituisce falsa indicazione la stampigliatura «made in Italy» su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine;(…). La fallace indicazione delle merci può essere sanata sul piano amministrativo con l’asportazione a cura ed a spese del contravventore dei segni o delle figure o di quant’altro induca a ritenere che si tratti di un prodotto di origine italiana. La falsa indicazione sull’origine o sulla provenienza di prodotti o merci può essere sanata sul piano amministrativo attraverso l’esatta indicazione dell’origine o l’asportazione della stampigliatura «made in Italy»”. In effetti, la disposizione sembra far riferimento anche alle materie prime parlando di prodotti “non originari dall’Italia”, potendo, quindi, sussumere anche la fattispecie dei sughi italo-cinesi. Di poco successiva è il DL 135/2009 il cui articolo 16 dà una compiuta definizione di ciò che si intende per prodotto “Made in Italy”: “Si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come made in Italy (…) per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”. L’articolo in questione fa di nuovo riferimento alla chiarezza delle etichette dichiarando:” . Chiunque fa uso di un'indicazione di vendita che presenti il prodotto come interamente realizzato in Italia, quale «100% made in Italy», «100% Italia», «tutto italiano», in qualunque lingua espressa, o altra che sia analogamente idonea ad ingenerare nel consumatore la convinzione della realizzazione interamente in Italia del prodotto, ovvero segni o figure che inducano la medesima fallace convinzione, (…), e' punito, ferme restando le diverse sanzioni applicabili sulla base della normativa vigente, con le pene previste dall'articolo 517 del codice penale, aumentate di un terzo” . E’ evidente che il Legislatore abbia voluto considerare degno di tutela e del marchio “Made in Italy”, il prodotto che trovi la sua genesi in Italia e preparazione in territorio italiano. Un tema caro a molti consumatori come dimostrano le adesioni alla lettera proposta dall’ADICONSUM.