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Castellammare - Traffico di reperti, l'inchiesta passa anche per il comprensorio

I dettagli di queste indagini parlano di una campagna di scavi clandestini cominciata nel 2011 nell'area da 60 ettari dell'"Antica Cales", nel Casertano.

tempo di lettura: 3 min
di Federica Rispoli
26/01/2015 00:00:22
Castellammare - Traffico di reperti, l'inchiesta passa anche per il comprensorio

Immagine dal web

Passa anche per Castellammare l'inchiesta dei militari di Caserta e della Tutela del Patrimonio Culturale che nei giorni scorsi ha portato al recupero di oltre 1500 reperti archeologici e all'esecuzione di misure cautelari nei confronti di 19 persone che facevano parte di un'associazione per delinquere finalizzata allo scavo e al traffico internazionale di reperti. Tra le persone finite ai domiciliari, infatti, ci sono anche dei soggetti di Castellammare, tombaroli esperti che hanno depredato terreni e siti archeologici negli ultimi anni.

I dettagli di queste indagini parlano di una campagna di scavi clandestini cominciata nel 2011 nell'area da 60 ettari dell'"Antica Cales", nel Casertano. Dall'inchiesta, con l'intervento anche dei militari del Nucleo Patrimonio Tutela Culturale di Napoli guidati da Carmine Elefante, è emersa l'esistenza di una organizzazione abbastanza strutturata, in cui ogni elemento avevo il proprio ruolo. Sono stati recuperati oltre 1500 reperti, alcuni contraffatti; la maggior parte dei quali era destinata a finire in Spagna e Stati Uniti. "I committenti sono tutti privati collezionisti - ha detto in una conferenza stampa alla Procura di Santa Maria il vicecomandante del Nucleo Tutela Patrimonio di Roma Luigi Cortellessa - non abbiamo riscontrato al momento l'interesse dei Musei, che dopo le indagini degli anni scorsi ben si guardano dall'esporre reperti di dubbia provenienza. Al momento inoltre non è emerso neanche il coinvolgimento della criminalità organizzata". I tombaroli sono stati filmati in azione con telecamere a infrarossi ed apparecchiature satellitari ed intercettati. In alcune immagini diffuse dagli inquirenti, i cacciatori di reperti vengono ripresi nel momento in cui appongono i cosiddetti "spilloni" nel terreno, cioè sonde artigianali che permettono di capire se nel sottosuolo è presente qualche oggetto archeologico di valore.

Nel comprensorio stabiese, comunque, esiste una triste tradizione riguardante i tombaroli. Il ricco territorio archeologico di Stabia e dei Comuni alle pendici dei monti lattari, oltre che dell'area vesuviana che si estende dalla periferia degli Scavi di Pompei fino alla vasta area nolana, rappresentano per numero e importanza dei siti archeologici, uno dei mercati che maggiormente alimenta il traffico internazionale di reperti archeologi. In diverse inchieste le forze dell'ordine hanno accertato come tombaroli "professionisti" originari di Castellammare, Sant'Antonio Abate e Santa Maria la Carità (ultimamente dotati anche di macchinari sofisticati come i georadar oltre ai picconi e alle vanghe) riescono a vendere a collezionisti italiani (soprattutto Nord Italia) e stranieri (prima in Svizzera e poi negli Usa, in Inghilterra, più recentemente in Francia) quanto emerge dai terreni. Il prezzo poi, dipende da quanto è antico un reperto e di che materiale è fatto: il bronzo è molto ricercato e piccoli manufatti di questo materiale possono costare anche migliaia di euro. Nel giugno scorso i carabinieri fermarono tre tombaroli a Castellammare con alcuni reperti preziosi in auto. L'oro proveniente dalle Ville dell'Ozio di Stabiae, invece, ha interessato anche il clan camorristico dei D'Alessandro. A parlare del vero e proprio "sacco" è stato poco tempo fa il capoclan pentito Salvatore Belviso. In una conversazione intercettata, il boss ha parlato di una "cassetta piena di pietre antiche e oro dei tempi dei Romani. Laccettini, dobloni (...) ogni moneta valeva dieci, quindicimila, ventimila euro. Io so che cinquanta monete da dentro alla scavo di Varano le ha regalate (si riferisce ad uno zio, ndr). Ma tu hai capito più di settanta o ottanta chili di oro?".

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