Ad ordinare l'omicidio di Gino Tommasino sarebbe stato Sergio Mosca, esponente di spicco dei D'Alessandro ed ora in carcere dopo l'operazione dei carabinieri di qualche giorno fa. È questa l'accusa del collaboratore di giustizia Salvatore Belviso, ex reggente del clan di Scanzano che ha raccontato ai giudici gli ennesimi retroscena di una storia ancora tutta da chiarire. Ad anticiparlo questa mattina in edicola è il quotidiano Metropolis che pone l'attenzione proprio su quello che accadde pochi giorni prima la morte del consigliere comunale del Partito Democratico. Nel negozio di corso Vittorio Emanuele, secondo quanto raccontato anche dalla moglie di Tommasino in diverse fasi del processo, si sarebbe presentato più volte il reggente Sergio Mosca che secondo Belviso era uno dei tre capi dei D'Alessandro. In sua compagnia c'erano anche Paolo Carolei ed ovviamente Vincenzo D'Alessandro che si dividevano gli affari della cosca e i territori da seguire. Ma ad ordinare l'omicidio, secondo Belviso, sarebbe stato proprio Mosca per motivi che ancora oggi non sono ancora del tutto chiari. Nel corso delle indagini è stata ipotizzata un presunto interesse del clan verso il business dei parcheggi a Castellammare di Stabia che Tommasino in un modo o nell'altro, essendo consigliere, avrebbe potuto favorire. Ma al centro dell'attenzione c'è anche una tangente che un'amica del commerciante stabiese versò al clan stabiese per una mediazione sulla parcella di un professionista, abbassata poi grazie all'intervento di Mosca. Ma perché quest'ultimo avrebbe dovuto poi ordinare un omicidio così brutale in pieno centro ed organizzarlo in così poco tempo? E perché la cifra di questa tangente, circa 30mila euro, sarebbe stata più volte citata in alcune intercettazioni? Tuttavia, dal processo è saltato fuori che i killer hanno seguito il consigliere comunale per un paio di giorni prima di ucciderlo al viale Europa mentre era in auto con il figlio adolescente. Il tutto qualche giorno dopo l'ultimo incontro fra Tommasino e Mosca all'interno del negozio di famiglia descritto anche dalla moglie del commerciante durante il processo. Tanti ancora i dubbi da sciogliere quindi per una omicidio di cui si conoscono gli esecutori materiali (già condannati) e non i mandanti, così come i moventi.