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Castellammare - Camorra e coronavirus, la DIA non ha dubbi: «Dai clan aiuti alle famiglie per accrescere il consenso»

Focus sui clan di Castellammare di Stabia: D'Alessandro e Cesarano ridimensionati dalle inchieste ma sempre ben radicati sul territorio. Evidenziato il ruolo di "leader" di Scanzano di Teresa Martone

tempo di lettura: 3 min
di genesp
24/02/2021 08:53:31
Castellammare - Camorra e coronavirus, la DIA non ha dubbi: «Dai clan aiuti alle famiglie per accrescere il consenso»

I clan di Castellammare di Stabia si sono sostituiti allo Stato durante i mesi del lockdown adottando «politiche di welfare». È quanto emerge dalla relazione semestrale della DIA, Direzione Investigativa Antimafia relativa al primo semestre del 2020, quello fortemente colpito dal coronavirus. Nei documenti inviati al Ministero, sono stati descritti i clan della provincia di Napoli e dei Monti Lattari alla luce delle ultime importanti inchieste giudiziarie. Gli investigatori, tenendo conto delle indagini delle forze dell'ordine presenti sul territorio, hanno evidenziato come nei primi mesi di lockdown dello scorso anno, le attività criminali si sono concentrate sugli aiuti alle famiglie in difficoltà economiche per rafforzare il controllo del territorio e aumentare la propria sfera d'influenza. In molti quartieri gli emissari dei clan hanno anche consegnato pacchi alimentare velocizzando le operazioni che invece erano lente a livello statale. Una tattica ben precisa secondo la DIA che serviva per controllare il proprio territorio e aumentare la credibilità agli occhi delle famiglie residente. Nella relazione si parla di «un intervento potenzialmente molto più rapido ed efficace rispetto a quello dello Stato, una sorta di welfare porta a porta, utile per accrescerne il consenso».

Da qui il focus sulle cosche presenti in città. Clan stabiesi colpiti e fortemente ridemensionati ma ancora forti e radicati nel tessuto economico della città di Castellammare di Stabia. Nella città delle acque è sempre egemone la cosca dei D'Alessandro con a capo Teresa Martone, la moglie vedova del boss fondatore Michele D'Alessandro. Come già spiegato nella precedente relazione semestrale, secondo le indagini è lady camorra a controllare gli affari della famiglia di Scanzano nonostante le misure cautelari a suo carico. Estorsioni, spaccio ma anche business delle onoranze funebri (per la prima volta confermato anche dalla DIA): sono questi i principali affari dei D'Alessandro che sono riusciti ad estendere la propria sfera d'influenza su Comuni vicini e a stringere accordi con esponenti della mafia e dell'ndrangheta. Da Castellammare infatti fino allo scorso anno partiva il crack verso le cosche della provincia di Catania grazie agli accordi fra il clan Vitale (che risponde sempre a Scanzano) e clan siciliani. Ma sono i rapporti con l'imprenditoria che garantiscono introiti importanti ai D'Alessandro. Come accertato anche dalle inchieste, la cosca di Scanzano riesce ad entrare nel tessuto economico influenzando decisioni e il libero commercio.

Discorso simile anche per il clan di Ponte Persica, i Cesarano. Anche loro colpiti da numerose inchieste giudiziarie che però non hanno fatto arretrare il proprio raggio di azione. Come spiegato dagli investigatori, nella città di Castellammare ormai le cosche hanno a disposizione ingenti risorse economiche con le quali ottenere apprezzamento e credibilità dalla popolazione residente. Per rafforzare forme di consenso interne ed esterne e rappresentare un forte elemento attrattivo e aggregativo, i clan più strutturati garantiscono, ai propri affiliati e ai fiancheggiatori, una serie di garanzie marcatamente assistenziali, come incentivi economici, sistematiche coperture legali, sostegno alle loro famiglie, messa a disposizione di strutture e professionalità accessibili secondo canali privilegiati e non istituzionali. Il tutto associato ad una certa pericolosità e violenza che contribuiva ad ottenere rispetto da parte della popolazione.

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