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Torre Annunziata - Gli alunni del Liceo Pitagora intervistano Pino Maddaloni, il campione del judo italiano

Da Scampia all’oro olimpico. Dalle Vele al tatami. Due ori, due argenti e due bronzi agli Europei, e innumerevoli altre medaglie internazionali.

tempo di lettura: 6 min
26/10/2021 14:51:45

Da Scampia all’oro olimpico. Dalle Vele al tatami. Due ori, due argenti e due bronzi agli Europei, e innumerevoli altre medaglie internazionali. Pino Maddaloni è il campione del judo italiano, quello che poco più di vent’anni fa, a Sidney 2000, riuscì a salire sul gradino più alto del podio nella competizione delle competizioni: le Olimpiadi. Uno storico successo, quello conquistato ai Giochi australiani, che lo ha catapultato a buon diritto nel gotha dello sport mondiale. A distanza di due decenni, l’eco della sua vittoria a cinque cerchi è ancora altisonante. E oggi, Pino, che ha quarantacinque anni ed è il direttore tecnico del gruppo sportivo della Polizia di Stato, ha deciso di mettere la sua esperienza di vita al servizio dei più giovani, raccontando di come, con grande tenacia e spirito di abnegazione, sia riuscito a conquistare la sua rivalsa sociale attraverso il judo.

Gli studenti del Liceo Statale “Pitagora – B. Croce”  di Torre Annunziata lo hanno incontrato ed intervistato qualche giorno fa, nell’auditorium della scuola, nell’ambito di un progetto di inclusione scolastica sul tema dello sport come occasione di riscatto sociale.

Pino, com’è nata la sua passione per il judo?

“Ho iniziato a praticare questo sport, seguendo le orme di mio padre. Andavo sempre in palestra con lui e, all’inizio, non ero neanche tanto bravo; infatti, ricordo che durante i primi anni di attività agonistica ho perso quasi tutte le gare a cui ho partecipato. Nonostante ciò, più mi dicevano che non fossi bravo e che non fossi portato, più io mi caricavo e mi allenavo duramente. Credo che gli adulti dovrebbero essere più attenti a quello che dicono ai giovani. Secondo me, con la volontà e con la determinazione si possono superare molte barriere all’apparenza insormontabili”.

La sua famiglia è stata, ed è ancora oggi, un punto di riferimento per il judo italiano. Ha mai avvertito il peso della pressione?

“Non ho mai subito pressioni dalla mia famiglia. Anzi, sono stato molto fortunato perché, anche se quando ho iniziato, i miei non avevano molti mezzi, non mi hanno mai fatto mancare l’amore. Forse, i miei fratelli più piccoli hanno subito una pressione maggiore, visto il mio esempio, ma loro continuano ad essere vincenti in altri campi. Personalmente, la pressione, intesa come sfida, mi piace. Infatti, oggi collaboro nell’arbitraggio dei match di judo e ho la possibilità di correggere eventuali errori commessi dal giudice. Per intenderci: sono come una sorta di VAR nel calcio; la mia decisione viene aspettata con ansia e questo sicuramente mette tanta pressione”.

Ha vinto molte medaglie. Qual è la vittoria che ricorda con maggiore affetto? E cosa le è rimasto del suo successo olimpico?

“La vittoria che mi è rimasta più impressa è la prima, perché mi ha fatto capire che non era vero che non fossi portato per il judo, come molti mi ripetevano. Ricordo che mi diedero una medaglia piccolissima che ho portato in tasca per una ventina di giorni. Agli occhi dei ragazzi che frequentavo non aveva neanche valore, come fosse il frutto di un sacrificio inutile. Io, invece, ero un bambino che credeva in quello che faceva, ma che non sempre trovava sostegno. Del successo alle Olimpiadi mi è rimasta la mia Scampia, che per me è stata una scuola. Quando affrontavo i campioni, ricordavo che sul tatami c’era una sola persona di fronte a me. Quando ero piccolo, dovevo difendermi da solo contro un intero gruppo di compagni che voleva rubarmi la merendina”.

Grazie ai suoi successi è stato arruolato dal Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro. Cosa ha rappresentato per lei questo riconoscimento?

“Entrare a far parte della Polizia era il mio sogno sin da bambino. Non era scontato per un giovane come me riuscire ad avere un lavoro e, soprattutto, a guadagnare coltivando la propria passione. Un campione non è tale soltanto per le vittorie, ma lo è quando riesce a portare avanti il suo esempio e quest’esperienza mi ha consentito di mettere a disposizione degli altri le mie competenze”.

Dopo il successo olimpico a Sidney 2000, come è cambiata la sua vita?

“La mia vita è sicuramente cambiata tanto, perché vincere un oro olimpico significa entrare nella storia dello sport e questo è fonte di orgoglio per me e per la mia gente. I soldi guadagnati dalla vittoria li ho reinvestiti nel judo, nei giovani, perché ciò mi dà felicità".

Dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Pechino 2008, però, ha deciso di appendere il judogi al chiodo. Come mai ha smesso di combattere?

“A Pechino ero favorito, in quanto ero nelle prime cinque posizioni del ranking mondiale. Però, non ho smesso di combattere a causa della sconfitta, ma perché credo che nella vita ci sia un tempo per tutto e che ognuno di noi debba sentire quando è il momento di cambiare ruolo e di lasciare spazio ai giovani. Avevo programmato di porre fine alla mia carriera con quella gara perché volevo concludere su un tatami olimpico. Infatti, non avevo potuto partecipare alle Olimpiadi del 2004 ad Atene, perché mi ero infortunato cinque mesi prima, quindi non mi sembrava giusto finire in quel modo. Sicuramente, dopo la sconfitta l’amarezza fu tanta. Infatti al mio rientro da Pechino lasciai le borse all’interno della palestra ed ebbi il coraggio di riaprirle solo dopo sette anni. Però, posso affermare che dopo quell’esperienza, la mia passione per questo sport è diventata ancora più forte”.

Le hanno dedicato un film che è diventato un cult: “L’oro di Scampia”. Nel lungometraggio, ricorre un’espressione emblematica che recita: “A Scampia non abbiamo niente, ci differenzia la rabbia”. Crede che sia proprio così?

“Non penso che a Scampia non abbiamo niente, anzi. Più che di rabbia parlerei di carica agonistica, di fame di vincere. La rabbia acceca, la carica agonistica aiuta a ragionare e a dare sempre il massimo. A me non è mai piaciuto perdere, il che è diverso dal voler sempre vincere. A tutti piace vincere, ma chi non ama perdere reagisce e trova dentro di sé lo stimolo per fare sempre di più. Se oggi sono qui a raccontarmi, lo devo alla fame, al fatto di non essermi mai sentito arrivato, nemmeno quando ho vinto l’oro a Sydney. Il mio motto è “nessun alibi, combatti”. Dietro ogni sogno ci sono tanti sacrifici. Ad esempio, quando facevo le prime gare all’estero, ci andavo in pullman e non in aereo; nelle camere si dormiva in venticinque; per andare nella mia palestra da Scampia a Marano dovevo prendere tre autobus ogni giorno”.


a cura di Rossella De Simone - Aldo Pettorino - con il contributo della VA Classico - III, IV, V A Sportivo del Liceo Statale “Pitagora – B. Croce” di Torre Annunziata (Na)

foto di Teresa Esposito (V A Sportivo).

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