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Castellammare - Una spiaggia e un pallone, il sogno salvezza dei ragazzi immigrati passa anche per il calcio e l’Afro Napoli United

Ospiti della struttura Villa Angelina nel quartiere Quisisana, i giovani africani fanno spesso capolino sul lungomare della città per regalarsi momenti di gioia sfruttando le due rustiche porte da calcio lì posizionate anni addietro

tempo di lettura: 9 min
di Gioacchino Roberto Di Maio
09/12/2015 20:36:18
Castellammare - Una spiaggia e un pallone, il sogno salvezza dei ragazzi immigrati passa anche per il calcio e l’Afro Napoli United

I migranti in campo

Una spiaggia, due rustiche porte da calcio e un pallone da inseguire per provare a mettere da parte per qualche ora le sofferenze di una vita da migranti. È lo scenario che regala il lungomare di Castellammare di Stabia, città in provincia di Napoli, la domenica pomeriggio. Ad offrirlo sono i ragazzi ospitati a Villa Angelina, nel quartiere collinare di Quisisana. Sono immigrati di colore che scendono in campo equipaggiati con maglie da calcio e pantaloncini donati loro da alcuni cittadini, ragazzi come tanti che offrono uno spettacolo tanto lieto da spingere decine di passanti a fermarsi per guardarli giocare. Tra loro anche alcuni ambulanti di colore che suonano dei piccoli tamburi destinati alla vendita. Uno ha addirittura la vuvuzela, una sorta di tromba divenuta simbolo del Mondiale di calcio di Sud Africa 2010 con il fragoroso suono emesso. C'è addirittura uno di loro che si presta al ruolo di arbitro guadagnandosi di tanto in tanto qualche epiteto incomprensibile per gli improvvisati tifosi, ma dal tono molto simile a quello che solitamente contraddistingue le partite di calcio di tutte le categorie e nazioni. I migranti in pantaloncini percorrono puntualmente circa 5 chilometri per regalarsi qualche ora di spensieratezza con la speranza che magari qualcuno possa esser visto da qualche osservatore di passaggio come spesso è capitato nella storia del calcio. La loro non è d'altronde una situazione che differisce da quella di tanti altri immigrati sparsi per la penisola. A maggio sono addirittura scesi in strada per protestare contro il tardivo rilascio da parte della Questura di Napoli dei documenti di riconoscimento che molti hanno nei mesi addietro richiesto dopo la scadenza dei vecchi. In quella circostanza gli 85 ospiti di Villa Angelina hanno anche denunciato alle forze dell'ordine un trattamento da molti ritenuto ben al di sotto del livello di civiltà. L'occupazione della strada che conduce alla Reggia di Quisisana è però durata poche ore, quanto è bastato per richiamare l'attenzione della Polizia Municipale. Poi via, tutti giù in riva al mare a giocare a calcio. Pazienza se ormai la spiaggia è ridotta ad una distesa di rifiuti abbandonati dai cittadini dopo la querelle dell'amministrazione comunale con l'azienda di pulizia che sino alla scorsa settimana aveva in gestione l'appalto. I problemi di questi ragazzi sono ben diversi da quelli dei residenti: alcuni vengono dal Gambia, altri dal Senegal, altri ancora dal Ghana, dalle zone di guerra o dal corno d'Africa, tutti alla ricerca di un'ancora di salvezza. Mohammed è un 25enne senegalese che indossa una vecchia maglietta originale del Napoli con sulle spalle nome e numero dell'argentino Ezequiel Lavezzi e si diverte a giocare in attacco proprio come lui. «Guagliò – dice –, sono scappato perché non si riesce a vivere nel mio paese: o si muore di fame, o si viene uccisi dalle bande del posto. Sono arrivato a Lampedusa per miracolo, poi mi hanno spedito qui. Quando gioco a calcio dimentico le sofferenze del viaggio e la lontananza della famiglia. Questa maglia? È della squadra di Maradona, ma non ho mai visto una partita allo stadio. Mi piacerebbe trovare un lavoro, intanto do una mano in villa quando qualcuno ha bisogno». «Sono scappato dalla guerra – confessa l'eritreo Daniel –, sono sbarcato anch’io a Lampedusa sperando di poter arrivare presto nel nord Europa. Non bastassero i confini chiusi, ci ritroviamo anche senza i documenti rinnovati. Abbiamo protestato per veder riconosciuto un nostro diritto, non per dar fastidio alla città che ringraziamo per averci accolti. Qui le persone per strada ci trattano come fratelli, non esistono diversità. Il calcio? È un modo per dimenticare per qualche ora i nostri problemi, con il pallone tra i piedi rimuoviamo tutto. E quando sento i tamburi mi sembra di essere a casa. Il mio futuro? Vorrei trovare un lavoro, qualsiasi esso sia». Pensa soprattutto al calcio invece Sulley, ghanese sbarcato in estate a Salerno. «A casa mi hanno sempre detto che ero bravo, qualcuno mi chiama Muntari perché ho le stesso nome del giocatore della nazionale. Ora cerco di vivere qua, ma il Ghana mi manca tanto - ammette in lacrime -, ancora piango pensando a quelle persone che non sono riuscite a superare il viaggio. È anche per loro che non posso tornare a casa, sarei un folle a rinunciare a ciò per cui altri alcuni hanno perso la vita. Voglio ancora giocare a calcio, un mio amico a Napoli ha trovato una squadra. Magari prima o poi prendono anche me». Non si tratta di un club qualsiasi. L'AfroNapoli United è proprio la squadra dei migranti fondata sei anni fa da alcuni ragazzi napoletani e da una decina di immigrati senegalesi e magrebini che collaboravano con Gesco, un consorzio di cooperative sociali operanti nel terzo settore. Il presidente è Antonio Gargiulo, il vice Francesco Fasano. In origine l'AfroNapoli si iscrisse all'AICS, Associazione Italiana Cultura e Sport, perché consentiva il tesseramento anche di ragazzi che avevano il documento di identità, ma non il permesso di soggiorno. Un anno fa, quando ben quindici membri della rosa sono riusciti a mettersi finalmente in regola, è poi giunta l'affiliazione alla Figc e la successiva vittoria del campionato di Terza Categoria ai playoff. Dopo aver giocato a San Giovanni a Teduccio e Piscinola, ora l'AfroNapoli United disputa le proprie gare casalinghe a Mugnano su un campo messo a disposizione anche per gli allenamenti. A consentire al progetto di andare avanti sono alcuni sponsor che coprono le spese base come le trasferte. Un aiuto fondamentale che ha consentito ai presidenti di allestire anche una squadra Juniores con tanti ragazzi under 17 reclutati tramite il passaparola ed il social network Facebook. «Dal punto di vista lavorativo ci sono delle difficoltà oggettive - ammette il vicepresidente Fasano -. Oggi come oggi la maggior parte dei ragazzi ha una condizione abbastanza tranquilla, ma è chiaro che non sono situazioni stabili. In tanti, poi, vivono ancora in contesti precari. Nel nostro piccolo riusciamo a dar loro una mano, soprattutto con le pratiche per garantirgli la permanenza nel nostro paese e il sostentamento quotidiano. Il nostro obiettivo è quello di risultare un bell'esempio di integrazione, di far dimenticare i classici stereotipi che accompagnano questi ragazzi. L'aver formato una squadra composta anche da italiani ci ha aiutati a limitare la diffusione dei luoghi comuni. C'è una bella atmosfera nel gruppo, ci si diverte e si sta bene insieme. Sia sul campo che fuori». Un AfroNapoli United che, proprio come Sulley, ha un sogno nel cassetto legato al calcio. «Sin qui abbiamo ottenuto ottimi risultati - sorride Fasano -, ma possiamo ancora perfezionarci. L'obiettivo principale è quello di andare sempre avanti, non vogliamo fermarci alla conquista della Prima categoria. Il sogno è quello di diventare la seconda squadra della città, dato che Napoli, contrariamente a Roma, Milano, Torino o Genova, ha una sola squadra a livello professionistico. Vogliamo poi dar vita ad un vero e proprio settore giovanile composto da immigrati di seconda generazione. Il nostro messaggio è sempre lo stesso: l'immigrato è una risorsa e non un peso per la società. Noi abbiamo scelto la strada più facile che è quella dello sport. Nel correre dietro ad un pallone siamo tutti uguali, non c'è discriminazione e nessuna differenza di ricchezza, provenienza, religione. Con la Figc abbiamo poi un ottimo rapporto, siamo in continuo contatto e spesso promuoviamo attività formative insieme. Tuttavia si potrebbe fare molto meglio, andrebbe ad esempio migliorato lo statuto dei tesseramenti anche se dal punto di vista umano abbiamo sempre trovato grande disponibilità». Un progetto di integrazione ambizioso, quello dell'AfroNapoli United, di cui i tanti immigrati attualmente ospitati a Castellammare di Stabia sognano di entrare a far parte godendosi nel frattempo il sole e l'ospitalità degli stabiesi che sin qui hanno consentito loro di integrarsi al meglio nel comunque non semplice tessuto sociale. «Guardarli ci regala un sorriso - spiega Catello, uno degli spettatori anziani appoggiati alle ringhiere -, ci riportano agli anni della nostra adolescenza in cui ci bastava il minimo indispensabile per esser felici. Ormai i nostri figli sanno solo prenotare i campetti privati lamentandosi poi dei costi, un po' come alcuni adulti che si piangono addosso dimenticando le bellezze della nostra terra che, come le 28 sorgenti termali o i cantieri, potrebbero essere valorizzate. Invece le Terme sono chiuse da più di un anno e la cantieristica navale, che per anni è stato il nostro orgoglio dando alla vita anche la nave scuola Amerigo Vespucci, è in affanno. La verità è che la voglia di lavorare di alcuni di questi ragazzi di colore dovrebbe rappresentare una risorsa in più per il territorio, non un peso di cui doversi obbligatoriamente disfare in fretta e furia. Chi è in regola potrebbe ad esempio essere impiegato in quei settori che, a dispetto della crisi, vengono scartati dagli italiani perché non vogliono sporcarsi le mani. Guardate ad esempio i lavori di riammodernamento della villa comunale - sottolinea indicando l'area interessata -, qualche tempo fa, quando c’era la ditta precedente, era stato affisso un cartello in cui veniva segnalata la ricerca di personale e a presentarsi sono stati per la quasi totalità ragazzi stranieri. E poi, al di là della manodopera, tra i migranti vi è anche chi ha studiato nel suo paese scegliendo poi la fuga solo per cercare di salvarsi. Pensare che basti un pallone e una spiaggia per regalar loro attimi di felicità è straordinario, ci ricorda i veri valori della vita». E chissà che, nella speranza che qualche cooperativa possa magari emulare il progetto dell'AfroNapoli, rincorrendo un pallone sulla sabbia dura del litorale campano non possa davvero cambiare la vita di qualcuno di questi ragazzi impegnati nel raggiungimento di un traguardo chiamato sopravvivenza. Perché quella che per i locali è solo una spiaggia ormai adibita a deposito illegale di rifiuti, per chi alla natura è legato visceralmente rappresenta una miniera di divertimento e speranze per scacciare i timori. Cullando in cuor loro il sogno, per nulla velato, che un giorno non troppo lontano tali sensazioni possano essere godute per ben più di un paio d'ore.

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