L’ubriacatura è passata. E come tutte le sbornie, il giorno dopo ci si è svegliati con un terribile, insopportabile mal di testa. Il mal di testa che fa girare a velocità doppia il vortice di messaggi e gli attestati di stima indirizzati a Ciro Moccia. Sono passate appena due settimane dall’agguato all’imprenditore pastaio. Quindici giorni solamente per far sì che quell’ondata di indignazione civile si squagliasse come la neve di marzo. Quindici giorni che avrebbero potuto – e non è un esagerazione si badi bene – cambiare la storia civile di Gragnano, almeno quella recente. Perché sarebbe bastata una scintilla, un attrito tra le forze sane della città, per innescare una manifestazione che avrebbe potuto lanciare un messaggio forte – e definitivo – a tutti. Alla criminalità in tutte le sue forme e soprattutto al mondo delle istituzioni e, in ultima analisi, alla classe dirigente della città della pasta. Invece, le strade sono rimaste vuote. Vuote di quel silenzio assordante. Di quel silenzio che è capace di uccidere peggio di una raffica di spari. Le strade sono rimaste vuote, perché forse il sentimento di indignazione civile si è presto svuotato, una volta che il trauma emotivo generato dalla vicenda Moccia si è esaurito. Il punto centrale della non manifestazione – della quale pure si era parlato e che era in procinto di essere organizzata per lo scorso 4 dicembre – è che essa costituisce l’esempio, ennesimo, di quanto bisogno ci sia a Gragnano – e non solo – di costruire un tessuto civile forte, resistente e soprattutto compatto. Costruire che implica lavoro, sacrificio e tanto tempo. Costruire vuol dire, ancora, impastare le parti vive che in città esistono, nonostante tutto. Il riferimento va alle associazioni – attive sul versante del volontariato o sul fronte della cultura – ma anche ai tanti cittadini singoli, che non si arrendono, che non vogliono arrendersi. I mattoni di un futuro civile a Gragnano sono questi. Ma singoli mattoni non fanno un edificio. Perché la legalità venga fuori, superba, e si imponga come realtà e non più come semplice emotività – istantanea e precaria peraltro – serve un collante forte: la politica. La politica intesa come esempio, come dedizione, come impegno civile. E non, al contrario, la politica che negli ultimi vent’anni ha tagliato le gambe alla città della Pasta. E lo ha fatto assicurandole instabilità, governi a tempo e commissariamenti. La stessa politica che, oggi, a fronte delle sfide di sviluppo che attendono Gragnano litiga e si azzuffa sui futuri schieramenti in vista di futuribili elezioni. L’esempio che la politica gragnanese deve necessariamente dare – e darlo da subito – si lega a un’azione di responsabilità e di coraggio nelle scelte. Riformandosi o, per utilizzare un termine più in voga negli ultimi tempi, rottamandosi. Favorendo quel reale cambiamento che risiede nei volti nuovi e soprattutto nella lungimiranza dei programmi.