"Non possiamo candidarci a guidare il cambiamento se non cambiamo profondamente noi stessi". E' da qui che la politica, i politici, devono ripartire.
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E' partita da facebook e, tra ieri e oggi, ha trovato ampio spazio su quotidiani nazionali e regionali. La "lettera aperta ai membri dell’Assemblea provinciale del PD metropolitano" scritta da Nicola Corrado, ex assessore all'ambiente del comune di Castellammare di Stabia, rappresenta probabilmente l'inizio di un'ampia riflessione che non solo il PD, ma anche tanti altri partiti dovrebbero fare: "non possiamo candidarci a guidare il cambiamento se non cambiamo profondamente noi stessi". E' da qui che la politica, i politici, devono ripartire. La prossima primavera si giocheranno partite importanti, a Roma come a Napoli, a Castellammare - per rimanere nel "nostro piccolo". E riflettere sulla lettera di Corrado è certamente un buon modo per iniziare il percorso di avvicinamento all'appuntamento elettorale.
Di seguito il testo integrale della lettera:
Berlinguer non avrebbe votato il PD di Napoli
Cari democratici napoletani,
«I partiti non fanno più politica», diceva Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
In questi ultimi giorni, anche dopo le vicende di San Giorgio, ho riflettuto a lungo su quelle parole dette con nettezza dal segretario del PCI più di 30 anni addietro.
“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss”.
Ecco la domanda crudele che dobbiamo porci: quanto, oggi, il PD di Napoli è lontano da questa fotografia scattata agli inizi degli anni ottanta?
Io penso che la domanda appena posta sia avvertita come “retorica” dalla maggioranza dei cittadini napoletani, e penso che, elezione dopo elezione, gli elettori con il loro voto abbiano risposto a questa domanda, consegnando il PD ad una dimensione di marginalità politica e sociale.
Il tema vero che si pone non riguarda la ricerca di un candidato più o meno unitario, e vincente, con o senza le primarie.
La questione che dobbiamo affrontare è più seria, profonda, ci parla di noi stessi, di come siamo percepiti nella società, del livello di credibilità di cui disponiamo, di quanto siamo utili allo sviluppo ed alla crescita delle nostre terre, di quanto siamo in grado di comprendere fino in fondo che il consenso elettorale, quello vero, quello che serve a cambiare le cose, si misura non solo numericamente ma anche e soprattutto sulla qualità dello stesso.
Il nostro consenso, a Napoli ed in Provincia, si restringe sempre di più e peggiora in termini di qualità.
Il PD napoletano è una federazione di correnti personali, impegnate nella costruzione di un consenso ”personale” intorno ad un consigliere comunale, ad un Sindaco, ad un consigliere regionale, ad un parlamentare.
Con un partito di questo” tipo” non vinceremo mai le elezioni per il Comune di Napoli, perché i napoletani non ci voteranno.
Cari democratici, dopo appena sei mesi dall’ultima assemblea , siamo stati convocati per il giorno 29 ottobre per “decidere” il percorso che ci porterà alla sfida elettorale di primavera; siamo certi di avere le carte in regola per chiedere a personalità come Cantone o Siani di candidarsi per noi alla carica di Sindaco? Di coprire la nostra “mutazione genetica”, Il nostro abbrutimento culturale e morale?
Io penso che non possiamo candidarci a guidare il cambiamento se non cambiamo profondamente noi stessi, ed i cambiamenti sono frutto di una battaglia e non di percorsi unitari, i percorsi unitari servono a coprire la nostra “vergogna” e a perdere.
Le primarie, quelle vere, sono un terreno di battaglia dove si misurano idee e persone, visioni e programmi, e allo stesso tempo, io penso, debbano servire per affermare un altro partito, diverso, profondamente diverso da quello di oggi, che sicuramente Berlinguer non avrebbe mai votato in nome della questione morale.
Nicola Corrado membro Assemblea Metropolitana PD Napoli