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"Stiamo cercando di salvare la vita di nostro figlio", così si è difesa la madre del piccolo J., un bimbo di due anni affetto dalla sindrome di West, accusata dalla pubblica opinione spagnola per aver somministrato ad un minore un dosaggio di cannabis maggiore di quello consentito dalla legge per gli adulti.
La patologia di cui soffre il bambino è una particolare e rara forma di epilessia che registra 1 caso ogni 150.000 ed è caratterizzata soprattutto da crisi epilettiche: nel piccolo J. queste terribili crisi arrivavano a causare fino a 250 spasmi muscolari al giorno. Dopo aver tentato di curarlo con tutte le terapie tradizionali possibili - che non avevano dato alcun cenno di miglioramento ma provocato soltanto una serie di gravi effetti collaterali - i genitori hanno deciso di provare con la marijuana, dopo essersi opportunamente documentati. Una scelta coraggiosa che li ha portati al centro della polemica, ma che finalmente ha restituito a J. una qualità della vita che fino ad allora non era neppure immaginabile, come hanno spiegato i genitori intervistati dalla rivista El Mundo: somministrando quotidianamente una dose di cannabis attraverso il biberon, oggi le condizioni fisiche di J. sono nettamente migliorate, riesce a camminare (con l'aiuto di un girello), interagisce con le persone, ride, annuisce e pronuncia alcune parole. Ma soprattutto il suo encefalogramma non rileva più alcuna anomalia e le crisi epilettiche sono praticamente scomparse.
Per la Spagna, si tratterebbe del più giovane consumatore di cannabis mai riconosciuto. In questo Stato, l'uso di marijuana a scopo ricreativo è legale grazie alla presenza su tutto il territorio dei famosi Cannabis Social Club, associazioni in cui è possibile (per i maggiorenni) coltivare e consumare cannabis in spazi appositamente adibiti. Differente è invece la questione legata all'aspetto terapeutico: in Spagna è possibile curarsi con la cannabis, ma l'unico farmaco attualmente autorizzato è il Sativex, riconosciuto efficace nella terapia contro la sclerosi multipla o come cura palliativa, a costi molto elevati per i pazienti.
E' più o meno ciò che accade anche in Italia: la legge autorizza i pazienti all'uso terapeutico della marijuana, ma di fatto è difficile - se non impossibile - accedere alla terapia, a causa di costi proibitivi e procedure burocratiche complesse. Da qui la battaglia di molte associazioni no-profit e di alcuni politici, che chiedono alle istituzioni la possibilità per i malati di coltivare semi di CBD per impiego medicinale, da cui poter ricavare cannabis per uso personale e curativo.
I genitori di J. desidererebbero poter essere testimoni della bontà e dei benefici dei cannabinoidi portando pubblicamente a conoscenza la storia del loro figlio: in questo modo, attraverso una campagna di sensibilizzazione e di informazione, aiuterebbero tanti bambini che soffrono della stessa patologia o di altre malattie rare trattabili con la marijuana medica, così come accade in Colorado, ad esempio. Tuttavia, la legge spagnola attuale costringe questa madre e questo padre all'anonimato, per non rischiare che il bimbo venga loro tolto e messo in affidamento.