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Juve Stabia - Salvatore Di Somma, uno stabiese che ha imparato a fare miracoli

Dopo la storica impresa compiuta da dirigente delle vespe nel 2011, l'attuale ds del Benevento si è ripetuto quest'anno, trascinando in B i sanniti dopo 87 anni di attesa.

tempo di lettura: 5 min
di Mauro De Riso
01/05/2016 02:06:06
Juve Stabia - Salvatore Di Somma, uno stabiese che ha imparato a fare miracoli

La Dea bendata, si sa, fa un po' come le pare. C'è chi nasce con le stimmate del predestinato e chi invece è costretto ad impiegare ogni singola stilla di sudore per conseguire un traguardo sognato per una vita intera. “Fuoriclasse”, tuttavia, non fa rima con “vincente”, categoria a cui appartiene soltanto chi ha temprato il fisico e la mente con le battaglie, chi ha costruito una corazza per difendersi dal mondo esterno, chi pur non disponendo di piedi di velluto trae la sua forza dall'intuito e dal carisma. Salvatore Di Somma ha deciso sin da bambino di inseguire un sogno, ha indossato le scarpette e si è messo a rincorrere quel pallone benedetto e dannato, incurante di risolvere l'annoso dilemma che attanaglia chiunque si affaccia alla vita reale dopo la spensieratezza della gioventù: «Cosa farò da grande?». Beh, il talento degli olandesi era lontano anni luce dall'Italia, patria del catenaccio e del contropiede. Di Somma sapeva che fare gol non era il suo mestiere e ha deciso di coprire le spalle ai compagni, inconsapevole che quel ruolo sarebbe diventato anche la sua straordinaria regola di vita. Uomo di poche parole (ma buone), si è caricato sulle spalle l'Avellino dei miracoli, di cui è stato a lungo il capitano nel corso dell'epocale militanza nella massima serie, ed ha sfiorato persino la convocazione ai campionati mondiali del 1982, chiuso dal mostro sacro Gaetano Scirea. Ha capito a trent'anni che sarebbe diventato un vincente ed ha appeso le scarpette al chiodo con la consapevolezza di aver lasciato un segno indelebile del suo passaggio nel calcio che conta. Ha vissuto anche il dramma del terremoto che nel 1980 ha devastato l'Irpinia, un evento che ha temprato ulteriormente la sua scorza durissima, reso meno amaro dalle imprese epiche che i lupi collezionavano sui più importanti palcoscenici d'Italia. «C'erano delle situazioni drammatiche, morti a terra, gente che tirava i propri parenti dalle macerie. C'è una cosa che però non dimenticherò mai. Una signora, a piazza Libertà, mentre piangeva i suoi cari mi disse: "Salvatore, hai visto che è successo? Però oggi che bella vittoria abbiamo fatto"» ricorda tuttora con il sorriso agrodolce di chi ha vissuto in prima persona una delle più grandi tragedie del secolo scorso. Il distacco dal prato verde, però, proprio non riusciva a sopportarlo. E allora si è lanciato in una nuova sfida, ha indossato la tuta e ha deciso di insegnare quel calcio che per anni ha onorato in giro per il Bel Paese, guadagnandosi una discreta credibilità nelle categorie minori. Un cruccio, però, gli era rimasto dentro. Idolo incontrastato ad Avellino, voleva lasciare il segno anche nella città che 68 anni fa gli ha dato i natali. Perché in fondo Di Somma, come ogni stabiese che si rispetti, ama due colori più di ogni altro, il giallo e il blu. La prima parentesi sulla panchina delle vespe non è stata particolarmente fortunata, mentre la seconda si è rivelata drammaticamente esaltante. Nella stagione 2005/06 è stato lui a prendere in corso d'opera le redini di una squadra costruita per vincere ma costretta suo malgrado a lottare per salvarsi. Lo storico successo ai danni del Napoli ha rappresentato così il preludio allo spareggio playout contro l'Acireale, un duello al cardiopalma risolto in favore delle vespe grazie ad una prodezza in pieno recupero di Cristian Agnelli. La commozione di Di Somma sotto la curva dei tifosi stabiesi accorsi in Sicilia per sostenere i propri beniamini ha avuto un effetto catartico su un uomo che finalmente era riuscito a lasciare un'impronta indelebile nella storia del club a cui ha deciso di legare i propri sentimenti prima ancora che la sua carriera. Ma ancora non gli bastava. In cuor suo sapeva di poter compiere un'impresa epica, magari in un'altra veste. Nel 2010 si è rimesso in gioco e ha deciso di di accettare la proposta della società, intenta ad affidargli l'incarico di direttore sportivo della Juve Stabia. A lui spettava il compito di scegliere il tecnico e consegnargli un organico competitivo almeno per la salvezza. È tripudio. Il suo capolavoro in sede di mercato ha dato frutti finanche inattesi e quel gruppo di giovani di belle speranze sotto la guida sapiente di Molinari, Corona e del condottiero Braglia ha restituito la serie B ad una città che per 60 anni ha atteso di riaffacciarsi nel calcio che conta anche soltanto per una volta. La serie B per la Juve Stabia era una donna affascinante con cui i precedenti incroci di sguardi non si erano concretizzati nell'appuntamento tanto ambito. Eppure la “prima volta” delle vespe è stata intensa come poche e per diversi mesi i sogni degli stabiesi hanno viaggiato ben oltre ogni rosea aspettativa prima dell'inevitabile, ma dolce, discesa sulla terra. Il matrimonio è durato tre anni e quel tre non è stato il classico numero perfetto. Le ingiustificate manie di grandezza di un padre padrone hanno distrutto fatalmente l'idillio e per Di Somma era ormai sopraggiunto il momento di percorrere altre strade. L'amicizia decennale con la famiglia Vigorito lo ha spinto ad accettare la proposta del presidente del Benevento, desideroso di affiancare a sé un dirigente fidato dopo la morte del fratello Ciro. La cooperazione si è rivelata un successo straordinario. Il rispetto del ruolo e della competenza di Di Somma ha consentito al club sannita di conquistare una promozione in B attesa per 87 anni. «Mai stati lì» era il motto che furoreggiava sui social tra i tifosi del Benevento prima dell'entusiasmante scalata sotto la guida di Auteri, un maestro di calcio che in Lega Pro da anni non sa far altro che primeggiare. Per Di Somma è la consacrazione di una carriera che oggi gli consente di indossare un altro cappello. Non è solo un vincente, ma anche un fuoriclasse. Sul campo è stato un imperioso gladiatore, ma dietro le quinte sta dando davvero il meglio di sé. Le orazioni pubbliche sono un orpello di chi si gonfia il petto e promette sogni, raccattando nient'altro che un pugno di mosche. Le parole più importanti, in fondo, si proferiscono in privato. Sono le parole di uno stabiese che conosce a menadito la ricetta per realizzare i miracoli.

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