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Juve Stabia - Da 'fuori rosa' a capitano e allenatore, mister Caserta si racconta

Mister Caserta racconta la sua avventura da calciatore e l'esperienza alle Vespe, prima da capitano poi da allenatore: "Manniello mi costrinse a smettere di giocare. La Juve Stabia è la mia casa"

tempo di lettura: 6 min
di Luca Piedepalumbo
27/04/2020 10:36:54
Juve Stabia - Da 'fuori rosa' a capitano e allenatore, mister Caserta si racconta

Mister Fabio Caserta è intervenuto in diretta sulla pagina Instagram “Lae Soccer” ed ha rilasciato importanti dichiarazioni circa il proprio passato da calciatore e l’esperienza alla Juve Stabia, prima da capitano poi da allenatore: “I ragazzi stanno seguendo uno specifico programma d’allenamento, da svolgere in casa, e stanno dando davvero il massimo. La squadra ha un atteggiamento positivo ed è vogliosa di tornare in campo. Qualora il campionato ripartisse, la difficoltà, non solo per noi ma per tutti i club, sarà quella di ritrovare il ritmo partita. Scongiurando, ovviamente, una nuova sospensione della stagione calcistica”.

Le prime esperienze e i campionati in A con Catania, Palermo, Lecce, Atalanta e Cesena - “Non desideravo fare il calciatore da piccolo, preferivo il karate. Non ho mai fatto scuola calcio, giocavo in piazzetta con gli amici. Poi a 17 anni ho cominciato a giocare con maggiore serietà ed ho avuto alcuni allenatori che hanno creduto fortemente in me. Sono stato fortunato a passare dall’Eccellenza a categorie superiori in poco tempo. Lo Monaco, in particolare, mi ha dato la possibilità di giocare in una squadra importante come il Catania, quella è stata la svolta della mia carriera. L’esordio in B al “Massimino” è stata una grandissima emozione. La promozione in Serie A, poi, è avvenuta a seguito di una cavalcata stupenda, nonostante un avvio complicato. In pochissimo tempo mi sono ritrovato dalla C2 alla A. In Sicilia ho giocato anche per il Palermo, molti tifosi del Catania sono ancora oggi arrabbiati con me. Dovevo andare all’Udinese, avevo già parlato con Marino, ma la società mi ha venduto al Palermo all’ultimo momento e senza consultarmi. Si tratta di due piazze importanti e calorose, dove si vive di calcio. Auguro ad entrambe di tornare presto ad alti livelli. Ho un bel ricordo anche del campionato disputato a Lecce, nonostante la retrocessione finale. L’anno successivo, nel 2010, all’Atalanta ho giocato poco e non mi sono mai ambientato davvero. Ero il vice Doni, che a Bergamo era una vera e propria bandiera, e non giocavo praticamente mai. Ho, invece, un bel ricordo del campionato disputato a Cesena. Ci davano tutti per spacciati ma ci siamo salvati a due giornate dalla fine, è stato un anno meraviglioso. Ho trovato anche il gol contro la Fiorentina. Avevo un buon rapporto soprattutto con Giaccherini, stavamo sempre insieme”.

L’arrivo a Castellammare e il rapporto con Braglia“Dopo Cesena, una volta tornato all’Atalanta per fine prestito, dovevo andare alla Nocerina che era ultima in classifica in Serie B, Auteri mi chiamava tutti i giorni. Poi, incontrai il direttore Di Somma, nelle sedi del calciomercato a Milano, che mi invitò a venire a Castellammare. L’ultimo giorno del mercato di gennaio la Nocerina preferì prendere Barusso dalla Roma e in extremis sono rientrato nella trattativa per Cazzola che passò dalla Juve Stabia all’Atalanta. Ho raggiunto l’accordo con le Vespe in cinque minuti. I primi sei mesi in gialloblé sono stati difficili. Arrivavo dalla Serie A e l’impatto non è stato dei migliori, soprattutto a livello organizzativo. La Juve Stabia, nonostante fosse una neopromossa, stava facendo benissimo in campionato e Braglia non mi vedeva di buon occhio. Con lui, infatti, mi sono scontrato molto. In quei mesi giocai davvero poco. L’anno successivo fui messo fuori rosa dall’allenatore. Feci tutto il ritiro precampionato da solo perché non rientravo nei suoi piani e in quelli della società. Ma a 33 anni fu difficile trovare una nuova sistemazione. La squadra era in grande difficoltà e un giorno, in occasione di una partita in trasferta contro il Grosseto alla sesta o settima giornata, una delle prime partite in cui fui convocato, Braglia si avvicinò e mi disse che non soltanto avrei giocato titolare ma avrei indossato anche la fascia da capitano. Da lì è nata la mia storia con la Juve Stabia che oggi è diventata la mia casa”.

L’esperienza da allenatore della Juve Stabia e il ritorno in B - “L’anno del ritorno in Serie C ho litigato quasi tutti i giorni con Pancaro. Non accettavo il fatto che non mi facesse giocare titolare. Avevamo caratteri diversi e si discuteva spesso. Gli rimprovero di non essere stato chiaro nei miei confronti. Alla fine di quella stagione il presidente Manniello mi convocò in sede e mi “costrinse” a smettere di giocare. Col senno di poi il presidente aveva assolutamente ragione, non ero più un ragazzino ormai. Ho scelto di intraprendere la carriera da allenatore per non abbandonare definitivamente il campo da gioco. Sono stato prima collaboratore tecnico di Ciullo e Zavettieri, poi con Fontana sono stato allenatore in seconda. A seguito della retrocessione dalla B alla C, da capitano mi ero ripromesso di riportare la Juve Stabia in alto. Per me fu un anno particolarmente difficile perché persi mio fratello a causa di un incidente. Mi sono legato tanto a Castellammare per l’affetto che la società e i tifosi hanno mostrato nei miei confronti in quell’occasione e nei mesi successivi. Nonostante i pessimi risultati sportivi della Juve Stabia, tutti pensavano a sostenermi come persona, dal punto di vista morale, con messaggi e dimostrazioni d’affetto. Aver riportato le Vespe in B da allenatore è stata una grandissima soddisfazione. Il Trapani ci ha dato filo da torcere, ma siamo stati bravi soprattutto a livello mentale. Un’annata irripetibile in cui abbiamo costruito record su record. Non mi aspettavo un successo così imminente. Da allenatore avevo paura di rovinare il mio rapporto con la città di Castellammare. C’è sempre il rischio di essere esonerati quando le cose non vanno bene”.

Il campionato in corso e il presente della Juve Stabia - “La Serie B è diversa dalla C. Abbiamo cambiato tanti calciatori e i risultati sono arrivato con un po’ di ritardo. Castellammare è una piazza molto esigente, si pretende sempre il massimo. All’inizio abbiamo avuto difficoltà. Credevo di poter giocare in modo diverso e ho fatto qualche esperimento di troppo. Ho avuto la fortuna che la società mi abbia aspettato, altrove non sarebbe successo. Hanno grande fiducia in me. In alcune partite abbiamo perso la bussola. Poi a livello mentale siamo cambiati. Non ho un modulo di gioco al quale sono fedele. Importante è capire come interpretare la partita. Il fattore determinante è la voglia di lottare su ogni pallone. Bisogna anche regolarsi in base al gioco dell’avversario. Poi, mi piace cambiare molto a partita in corso. Non mi ispiro ad un allenatore in particolare. Da calciatore mi piaceva l’idea di gioco di Marino col 4-3-3. Poi, ho avuto la fortuna di avere Conte all’Atalanta. Un allenatore di grande carattere che trasmetteva tanto a noi ragazzi. L’allenatore deve vivere la partita come fosse un calciatore. Con trasporto e passione. L’obiettivo quest’anno è quello della salvezza. Vogliamo mantenere la categoria. Non transigo sull’atteggiamento dei ragazzi. Si possono fare errori in campo, ma bisogna comportarsi sempre correttamente nei confronti dei compagni e dell’allenatore stesso”.

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