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Castellammare/Gragnano - Blitz antidroga, la marijuana in serra e il ruolo di coltivatori e criminalità

L’ingente sequestro di marijuana dei giorni scorsi avvenuto tra Gragnano e Pagani potrebbe aver nuovamente destabilizzato il mercato illegale e gli equilibri dei gruppi criminali dell’area.

tempo di lettura: 3 min
di Giovanni Stanzione
23/10/2017 09:22:06
Castellammare/Gragnano - Blitz antidroga, la marijuana in serra e il ruolo di coltivatori e criminalità

L’ingente sequestro di marijuana dei giorni scorsi avvenuto tra Gragnano e Pagani potrebbe aver nuovamente destabilizzato il mercato illegale e gli equilibri dei gruppi criminali dell’area. I poliziotti di Castellammare sono giunti con successo al sequestro di diversi quintali di marijuana che era pronta per invadere le piazze di spaccio di tutto il Vesuviano, da Castellammare all’agro nocerino-sarnese ed oltre. Due gli elementi particolari da tenere in considerazione. Il primo è quello della coltivazione della cannabis in serra: ben 21 strutture contenenti arbusti di marijuana mentre altre piante sono state rinvenute in delle celle frigorifere. Da quelle piante fiorite si ricava la droga, con gli arbusti che dovrebbero avere già sviluppato il principio attivo. Ma perché questi coltivatori poi arrestati, padre e figlio, si sono affidati alle serre per le coltivazioni? I motivi potrebbero risiedere dietro la stretta delle forze dell’ordine nella lotta al narcotraffico. Nel 2016, infatti, i carabinieri hanno rinvenuto e sequestrato tra le piazzole dei monti Lattari, gran parte della droga che sarebbe finita nelle strade. Coltivazioni individuate anche tramite elicottero, ma senza nessun arresto da parte dei narco-coltivatori. La stretta ed i controlli avrebbero quindi portato sì ad un cambio parziale di metodo, sacrificando la sicurezza di non essere scoperti scappando tra i monti a favore del business e del fiume di denaro che non deve fermarsi mai. È una piccola economia da milioni di euro quella che sui Lattari gira attorno alle piantagioni. Altro elemento che potrebbe aver determinato il cambio di metodo è quello della siccità che quest’anno si è registrata in tutta l’area. Come noto, infatti, la marijuana ha bisogno di molta acqua per crescere rigogliosa e, se è vero che tra i boschi i narcos riuscivano comunque ad irrigare tramite impianti improvvisati, è anche vero che un’altra parte di acqua deve arrivare dalla natura. Cosa che quest’anno non è successa. Così in molti, e non solo quindi padre e figlio arrestati dalla polizia, potrebbero aver preferito fare le cose più in fretta, in serra, ma con minore possibilità di scappare ad eventuali blitz. Il secondo elemento da tenere in considerazione è il collegamento con le organizzazioni criminali che gestiscono il business. Un’affermazione di per sé vera ma che nasconde delle insidie. I clan, infatti, rappresentano solamente l’ultimo anello della catena di produzione, ovvero la distribuzione. I criminali veri e propri, quelli che hanno contatti con le piazze di spaccio, entrerebbero direttamente in scena solamente alla fine. Quando la marijuana è essiccata e pronta, quando ormai non resta altro da fare che venderla. Appena prima gli emissari della criminalità sondano il terreno per capire quanta droga è stata prodotta, che li ha e di che qualità, in modo da fare un prezzo. A quel punto la comprano dai coltivatori, pagano in contanti anche centinaia di migliaia di euro e poi si danno appuntamento al prossimo anno. Per quello è assai difficile collegare criminali e coltivatori, ovvero dettaglianti e produttori di una delle droghe più apprezzate e costose in giro sul mercato illegale.

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