Una culla rimasta vuota, quaranta giorni di agonia e un neonato lasciato soffocare durante il parto per una sequenza di errori medici. Ma un altro capitolo, in questa drammatica vicenda registrata in un ospedale campano, comincia quando il cuore del piccolo smette di battere. In quel momento, secondo la ricostruzione della Procura e della Guardia di Finanza, tra le corsie del reparto di ginecologia sarebbe scattato un piano di insabbiamento. Una sorta di patto tra medici, ostetriche e infermieri per deviare il corso della giustizia, alterare i fatti e costruire una verità di comodo che attribuisse il decesso a una tragica fatalità, spingendo inizialmente gli inquirenti a chiedere l'archiviazione del caso.
Il piano, ricostruito attraverso una fitta rete di intercettazioni e perizie, prevedeva una strategia. Subito dopo la tragedia, gli indagati si sarebbero riuniti in un vero e proprio summit per concordare una versione comune da dare all’autorità giudiziaria in modo da «uscirsene puliti». Per rendere incontestabile il loro racconto, l'equipe medica avrebbe creato artificiosamente un nodo al cordone ombelicale del neonato, finalizzato a rappresentare un evento imprevedibile per i ginecologi. Il finto nodo veniva fotografato come prova clinica e, subito dopo, l'intero cordone e la placenta venivano avviati a un immediato smaltimento per impedire futuri accertamenti. Una messinscena che ha retto per mesi, prima che il giudice per le indagini preliminari ordinasse nuovi accertamenti sulla falsificazione della cartella clinica, modificando l'andamento delle indagini.
Gli atti di inchiesta, che hanno portato all'arresto domiciliari per l'ex primaria e alla sospensione di tre sanitari, delineano i contorni di un reparto diretto «in maniera dispotica» da una figura descritta dal giudice come una vera e propria «dittatrice». La donna, secondo quel che emergerebbe dall'inchiesta, avrebbe esercitato una sorta di potere, forte di una fitta rete di contatti sul territorio e di presunte rivendicate parentele con esponenti di spicco della criminalità organizzata locale.
Di fronte a questo muro di gomma, i genitori del neonato, distrutti dal dolore, non si sono mai arresi, affidandosi alla magistratura per chiedere verità. Dopo i recenti provvedimenti restrittivi, la coppia ha espresso tutto lo sconforto per un sistema che ha tentato di calpestare il loro dramma: «Oggi siamo costernati ma non sorpresi - raccontano i genitori del piccolo - Sapere di essere stati presi in giro in questo modo ci addolora ancora di più. Abbiamo appreso che c’è ancora speranza e abbiamo fiducia nella magistratura: sappiamo che la strada giudiziaria è ancora lunga, ma sono emersi elementi non banali».
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