Chi lasciava la cosca doveva morire. È questo il diktat del boss Vincenzo D'Alessandro, al momento in libertà, che ha gestito la cosca di Scanzano per anni prima di essere arrestato. A rivelarlo è il pentito Renato Cavaliere che sta raccontando i segreti della camorra stabiese ai magistrati dell'Antimafia. Nei verbali, secondo quanto riporta il quotidiano Metropolis, sono descritti nel dettaglio i movimenti del boss stabiese che non accettava l'addio dei giovani rampolli di Scanzano. Chi decideva di entrare a far parte dei D'Alessandro, non poteva lasciare l'organizzazione come se nulla fosse. Per questo motivo, se qualcuno decideva di opporsi, doveva essere ucciso. Rivelazioni che descrivono 'Enzuccio D'Alessandro' come un capoclan sanguinario pronto a tutto pur di mantenere unita la cosca e continuare a gestire gli affari dentro e fuori la città di Castellammare.
Renato Cavaliere era considerato il braccio destro del boss D'Alessandro. Sia nell'inchiesta Tsunami che in quella Olimpo il suo nome compare più volte proprio come referente del capoclan di Castellammare e come protettore di lady camorra Teresa Martone (oggi ai domiciliari). Da diversi anni però è diventato collaboratore di giustizia e sta raccontando tutti i segreti dei D'Alessandro, dalle alleanze con le altre cosche ai rapporti con i colletti bianchi. Dichiarazioni importanti che permettono alle forze dell'ordine di ricostruire anni bui della città di Castellammare all'interno dei quali il potere della camorra era indiscusso.
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