Non sarebbe bastato cambiare amministrazione, tornare alle urne e restituire Palazzo Farnese agli organi elettivi: secondo il decreto di scioglimento del Comune di Castellammare di Stabia, la rete di relazioni e contiguità che aveva già portato allo scioglimento dell’ente nel 2022 sarebbe rimasta, almeno in parte, intatta. È questo uno dei passaggi più pesanti del provvedimento firmato il 14 luglio e pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale, che consente di leggere nel dettaglio le ragioni della decisione.
Il decreto parte da una premessa: «La pervasività e l'efficacia della criminalità organizzata nel condizionare il comune di Castellammare di Stabia trova diretta dimostrazione anche nel fatto che quell'ente è già stato sciolto, ai sensi dell'art. 143 del decreto legislativo n. 267/2000, con d.P.R. del 28 febbraio 2022». Quello scioglimento aveva aperto una lunga fase commissariale, conclusasi soltanto nel giugno 2024 con l’insediamento degli organi elettivi usciti dalle nuove elezioni.
Proprio la nuova amministrazione, secondo il documento, avrebbe dovuto rappresentare «il primo presidio istituzionale di legalità, discontinuità e impermeabilità rispetto a ogni forma di condizionamento mafioso». Ma la conclusione contenuta nel decreto è netta: «la rigenerazione formale dell'organo elettivo non ha determinato un'effettiva bonifica degli ambigui circuiti politico-amministrativi esistenti negli anni precedenti il commissariamento del febbraio 2022».
Il punto centrale dell’analisi è dunque la continuità. Continuità non soltanto politica, ma soprattutto «soggettiva e relazionale». La relazione prefettizia richiamata nel decreto evidenzia infatti «la presenza di numerosi consiglieri confermati nella carica già rivestita, di soggetti già candidati nelle precedenti consultazioni, di figure segnalate nella precedente attività di accesso quali elementi indicativi di un'infiltrazione camorristica nell'apparato comunale, di candidati subentrati a prossimi congiunti o espressione dei medesimi bacini elettorali».
È un passaggio che pesa particolarmente perché chiama in causa la composizione stessa dell’ultima competizione elettorale. La commissione d’i
ndagine avrebbe infatti riscontrato la presenza di candidati già segnalati nella precedente relazione che aveva preceduto lo scioglimento del 2022.
Il decreto si sofferma anche sui presentatori delle liste. «In molti casi i presentatori di lista sono risultati gravati da controindicazioni di tali gravità da non poter avanzare la propria candidatura», si legge nel provvedimento. Tra gli episodi richiamati, quello relativo a un candidato poi eletto tra le file della minoranza: tra i sottoscrittori della lista, secondo quanto riportato nel decreto, figurava un suo stretto parente «avente legami familiari con un esponente di vertice dell'egemone consorteria camorristica», oltre a un altro soggetto la cui contiguità con la criminalità era già stata evidenziata dalla commissione d’indagine del 2021.
Ma il capitolo più delicato riguarda due candidati coinvolti, secondo il decreto, nel procedimento penale sfociato nell’ordinanza cautelare emessa nell’ottobre 2025 dal gip del Tribunale di Napoli. Uno dei due era stato eletto in Consiglio comunale e successivamente si era dimesso; l’altro, non eletto, era stato sottoposto agli arresti domiciliari.
Il decreto non presenta dunque lo scioglimento come l’effetto di un singolo episodio, ma come l’esito di una valutazione complessiva sulla capacità dell’ambiente politico-amministrativo di recidere i legami e le relazioni già emersi prima del precedente commissariamento.
È questo, forse, il dato più significativo che emerge oggi dalla pubblicazione integrale del provvedimento: a distanza di oltre quattro anni dal primo scioglimento, per lo Stato la questione non sarebbe stata soltanto quella di ricostruire un’amministrazione, ma di verificare se fosse stata davvero spezzata la continuità di quei circuiti che avevano già messo in discussione l’autonomia dell’ente.
Il decreto del 14 luglio, ora reso pubblico dalla Gazzetta Ufficiale, consegna così alla città una fotografia istituzionale molto più dettagliata delle ragioni che hanno portato al secondo scioglimento. Una fotografia nella quale la parola più ricorrente, al di là delle contestazioni e delle singole posizioni, è proprio «continuità».