L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, ha inviato una lettera al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres in cui accusa Stati Uniti e Israele di avere una “responsabilità legale diretta e innegabile” per la morte di civili innocenti, in particolare giovani.
Nella missiva, Iravani sostiene che la politica statunitense nei confronti dell’Iran sarebbe orientata a un cambio di regime attraverso sanzioni, minacce e disordini orchestrati, utilizzati come pretesto per un possibile intervento militare. Il contenuto della lettera è stato rilanciato dalla missione iraniana presso le Nazioni Unite sul social X.
L’organizzazione per i diritti umani Hrana, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver verificato la morte di 2.571 persone dall’inizio delle proteste in Iran. Secondo quanto riportato da Reuters, tra le vittime ci sarebbero 2.403 manifestanti, 147 persone affiliate al governo, 12 minori di 18 anni e nove civili non coinvolti nelle manifestazioni.
Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso processi rapidi per le persone arrestate durante le proteste. Lo ha riferito la televisione di Stato iraniana, citata dai media internazionali. Durante una visita a un carcere che ospita manifestanti detenuti, Ejei ha affermato che in presenza di reati gravi occorre agire rapidamente, aggiungendo che i processi dovrebbero svolgersi in pubblico. Le sue dichiarazioni sono state riportate anche dalle agenzie di stampa iraniane.
Intanto prosegue il blocco nazionale di internet imposto dalle autorità iraniane nel contesto delle proteste antigovernative. Secondo l’organizzazione NetBlocks, l’interruzione dura da oltre 130 ore ed è iniziata giovedì scorso. Lo riferisce Sky News. Nella giornata di ieri il governo di Teheran ha consentito alcune telefonate verso l’estero e i media statali hanno diffuso elenchi di siti web ai quali è consentito l’accesso.
Sul piano internazionale, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha criticato l’Unione europea per l’attenzione riservata alla situazione in Iran, invitando i funzionari europei a con
centrarsi invece sulla Groenlandia. Intervenendo a radio Sputnik, Zakharova ha sostenuto che l’Iran sarebbe diventato un pretesto per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica europea da altre questioni, tra cui quella della Groenlandia. In un altro passaggio, citato dall’agenzia Tass, la portavoce ha accusato l’Ue di sostenere apertamente le azioni antigovernative in Iran, definendole un tentativo di ribellione, mentre allo stesso tempo impone sanzioni e invoca il rispetto delle libertà di associazione e di riunione.
Secondo un rapporto diffuso oggi dall’organizzazione Porte Aperte, i cristiani in Iran subiscono una repressione pesante e sistematica. L’Iran si colloca al decimo posto nella classifica dei Paesi dove la persecuzione per motivi di fede è più elevata. In particolare, i cristiani convertiti sarebbero i più colpiti: le chiese domestiche vengono regolarmente perquisite e le operazioni sono spesso seguite da arresti, lunghe detenzioni e interrogatori, con accuse legate alla sicurezza nazionale.
Il dossier segnala che i detenuti vivono in condizioni igienico-sanitarie precarie e che le cauzioni richieste per la scarcerazione possono essere molto elevate. Anche dopo il rilascio, vengono imposte restrizioni severe, come l’esilio interno o l’autocensura. Le comunità cristiane storiche armene e assire, pur riconosciute dallo Stato, sarebbero trattate come cittadini di seconda classe e soggette a discriminazioni sul lavoro e nel diritto di famiglia. È inoltre vietato l’uso della lingua persiana nelle funzioni religiose e il coinvolgimento di persone di lingua persiana nelle attività ecclesiali.
Porte Aperte sottolinea inoltre che il conflitto con Israele avrebbe aggravato la pressione sui cristiani, spesso percepiti come vicini all’Occidente. Dopo il cessate il fuoco, almeno 54 cristiani sarebbero stati arrestati in 21 città con accuse di spionaggio. I media statali, si legge nel rapporto, avrebbero alimentato una narrativa che collega i cristiani evangelici ai servizi di intelligence stranieri, aumentando il rischio per l’intera comunità. Le chiese clandestine continuano a crescere, ma restano esposte a forti pericoli.