Il re di coppe colpisce ancora. Senza pietà. Una lezione tecnico-tattica impartita a Jurgen Klopp, che spazza via tanto ingiustificato pessimismo dopo il ko di Torino contro la Juventus. Un Napoli versione schiacciasassi in Europa come non si era forse mai visto prima, a dimostrazione di un organico importante in tutta la propria interezza, che punta dritto alla qualificazione in un girone di ferro. Corsi e ricorsi storici. L’ultimo precedente tra Ancelotti e Klopp risaliva alle semifinali di Champions League 2013/14 quando il Real Madrid di Carletto eliminò i tedeschi guidati dal principale fautore del gegenpressing con un pesante 3-0 al Santiago Bernabeu che di fatto permise di ipotecare lo step verso la finale vinta contro l’Atletico Madrid per la storica Décima.
Nella notte del San Paolo va in scena un autentico capolavoro. Il ritratto perfetto, dipinto a tinte azzurre con pennellate di gran calcio in fase offensiva, e raddoppi continui e costanti per limitare al massimo le bocche da fuoco dei Reds. Ancelotti alla vigila aveva parlato delle gestione dei momenti di difficoltà come autentica chiave per tentare l’impresa. In realtà non ce n’è mai stato bisogno. Il Liverpool, leader di Premier League con 19 punti in 7 gare e vice-campione d’Europa in carica, è stato letteralmente annichilito sotto tutti i punti di vista. Due soli passi falsi, entrambi contro il Chelsea (1-2 con eliminazione in Carabao Cup e 1-1 in Premier), ma soprattutto uno score impressionante che recitava 16 reti in 8 gare ufficiali: media impressionante di 2 reti a partita dove il Liverpool era sempre e comunque andato a segno. Non nel catino di Fuorigrotta, dove le statistiche nel post-gara rivelavano un impietoso 0 alla voce tiri in porta. Carlo Ancelotti ha preparato la gara nei minimi dettagli, compiendo qualche piccola variazione sul tema a sorprendere nuovamente gli addetti ai lavori, azzeccando ogni mossa perché nel suo verbo esiste soltanto la parola vincere. I numeri sono fatti per essere modellati secondo le esigenze della gara, ed ecco che la squadra passa con assoluta sfrontatezza dal 4-4-2 in fase di non possesso ad un inedito 3-5-2 in fase di possesso con Mario Rui meno bloccato rispetto a Maksimovic, con il compito di alzarsi quasi sulla stessa linea di Callejon per dialogare con Insigne e rendere più fluida la manovra offensiva. Nikola di Serbia dicevamo. Un calciatore completamente ritrovato, rinfrancato nel cuore e nel
la mente dalla cura Ancelotti che su di lui ha scommesso a scatola chiusa. Difensore centrale di ruolo, ma spostato sulla corsia di destra al posto di Hysaj dopo i capogiri di Torino nell’incrociare i guantoni con Cristiano Ronaldo. Un marcantonio, tutto muscoli e senso della posizione, abile a contenere Manè sul quale ringhiava anche Allan in moto perpetuo. Quasi la stessa difesa a 4 come a Torino (sponda granata) a gara in corso, quando Maksimovic rimpiazzava il giovane Luperto e si posizionava proprio a destra dirottando Hysaj sulla corsia opposta. La differenza la fa Mario Rui, sempre pronto a prendere alto Salah e quando gli sfuggiva ecco le lunghe leve della scultura d’ebano Kalidou a riprenderlo senza soluzione di continuità. Altra sorpresa a centrocampo, dove se capitan Hamsik ed Allan si prendevano la zona nevralgica e Callejon la solita fascia destra, a correre e far gioco lungo l’out mancino ecco il talentuoso Fabián, che dopo aver svolto il ruolo di interno sia a destra che sinistra ed il quarto di destra nel turno infrasettimanale contro il Parma, si disimpegna alla grandissima anche nel ruolo di quarto di sinistra. Il fisico imponente di Milik a lottare contro Van Dijk e Gomez, ed in supporto Lorenzo Insigne. Lo scugnizzo di Frattamaggiore scrive una nuova pagina della sua lunga storia azzurra. Quando vede Klopp si esalta, e dopo aver già contribuito a mandarlo a casa a mani vuote con una perla balistica all’incrocio da calcio piazzato all’esordio in Champions contro il Borussia Dortmund, timbra ancora il cartellino per un gol pesantissimo che vale 3 punti. Una combinazione a memoria perché il talento è denominatore comune: da Mertens a Callejon alle spalle della difesa, palla velenosa sul secondo palo per la spaccata di insigne che va vedere alla Curva il proprio numero 24 stampato su una maglietta che è come una seconda pelle. Mai così prolifico Insigne nei primi mesi della stagione: 6 reti in 8 gare ufficiali, 4 nelle ultime 4, a conferma di uno stato di grazia in cui tutto ciò che tocca diventa oro. La metamorfosi del talento di Frattamaggiore, seconda punta o falso nueve, più vicino alla porta e con licenza di uccidere. Il 43% dei gol azzurri portano la sua firma, e non poteva che essere sua la prima firma partenopea nella massima competizione europea per club. Da vittima sacrificale a leader del girone dopo 2 giornate il passo è breve, ed il Psg è già avvisato.