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Era seduta con le gambe incrociate, dinanzi alla finestra, e leggeva un romanzo, quando lo vide in lontananza incedere a passo lento nel grande giardino ed avvicinarsi verso l'entrata della casa.
Immediatamente si alzò e scaraventò il libro sulla poltroncina di velluto verde, sulla quale era comodamente adagiata, aprì la porta e si fiondò fuori a piedi nudi. L'aria era fresca ed il prato umido le bagnò gli orli del lungo vestito a fiori, che svolazzava ad ogni suo passo. Aumentò l'andatura fino al punto di correre. I morbidi capelli ondulati le coprivano il volto duro e severo.
"Che ci fai qui ... cosa sei venuto a fare?" urlò all' uomo che ormai era a pochi passi da lei.
"Sono venuto ad avvisarti che devi immediatamente lasciare questa casa. Sto per venderla e non puoi più stare qui. Trova un modo od un' altra sistemazione. Ti voglio fuori entro domani" le disse sibilando perentoriamente l'uomo. E senza darle la possibilità di rispondere, si voltò e si allontanò. Per molti metri ella lo guardò dileguarsi, nel suo abito, nero fino a diventare un puntino, per poi scomparire nell' imbrunito crepuscolo appena sopraggiunto.
Un mese dopo
Avevo bisogno di concentrazione, credevo che cambiando aria avrei ritrovato l' ispirazione ed invece era trascorso già quasi un mese da quando mi ero trasferito nella nuova casa in campagna, ma ancora non ero riuscito a scrivere l' incipit del mio nuovo romanzo.
La critica aveva lodato il mio precedente lavoro come un capolavoro. Ero stato definito un giovane talentuoso e promettente ed ora tutti erano in attesa di poter leggere la mia nuova storia. Avevo ricevuto molte offerte di pubblicazione da varie case editrici e l' editore che alla fine avevo scelto mi telefonava ogni giorno per sapere a che punto fosse il romanzo. "A buon punto ... è quasi terminato ... è solo da ritoccare" rispondevo ogni volta, ma la verità era che continuavo a fissare il foglio bianco sul monitor del computer, senza riuscire a battere neanche una sola parola.
Avevo acquistato questa casa senza neanche guardarla attentamente, la mia unica priorità era trasferirmi in un posto tranquillo, immerso nella natura. Era arredata con un gusto davvero retrò. Pavimenti in marmo, parati alle pareti, mobili antichi, tappezzerie molto pesanti, poltrone e divani in velluto, tappeti e lampade e tavolini pieni di suppellettili ovunque. La cosa che però mi aveva positivamente colpito era che quella abitazione era piena di libri. In ogni stanza di entrambi i piani, c' era uno scaffale di libri. Quando arrivai il primo giorno ne trovai addirittura uno aperto su di una poltroncina vicino alla finestra in quella che credo fosse un salotto o una sala di intrattenimento. Si intitolava "Il marinaio isolato" ed era di una scrittrice di cui non avevo mai sentito nominare: Greta Eloisa Fortessa. Molti altri romanzi in quella casa erano della stessa autrice.
Trascorsi molte notti a leggere alcuni dei libri della sconosciuta narratrice, in cerca di un' ispirazione.
Erano davvero ben scritti, le trame ben articolate, brillanti, avvincenti ed elaborate, restavano tuttavia di facile comprensione.
Mi chiesi come mai non fosse nota. La casa di pubblicazione era sempre la stessa: Lieti e felici Editore, che come ebbi modo di controllare tramite una veloce ricerca su internet, si trattava di una piccolissima casa editrice che era solita pubblicare autori inediti.
Le uniche notizie che trovai riguardo Greta Eloisa Fortessa erano che era deceduta tempo fa all' età di trentadue anni.
Aggirandomi per la casa notai che al piano superiore sul soffitto c'era una botola. Presi una scala e provai ad aprirla senza però riuscirci. Evidentemente era chiusa a chiave.
Per ben due giorni tentai di mettermi in contatto con il vecchio proprietario della casa, ma aveva sempre il cellulare staccato.
Ricordo che quando lo incontrai per la prima volta pensai subito che fosse un uomo alquanto strano; altissimo e molto magro, con le spalle curve, quasi come se tendesse a chiudersi su se stesso, i lineamenti del volto erano spigolosi come d'altronde la sua intera struttura corporea. Vestiva tutto di nero: abito, camicia, scarpe e portava uno strano cappello simile ad un cilindro, anch' esso di colore scuro. Di primo impatto mi inquietò molto e quasi rabbrividii quando iniziò a parlare e la sua voce mi sembrò simile al sibilo di un serpente.
Non sapevo nulla di quel uomo al di furori del suo nome. Era stato lui a contattare me. Io avevo messo un annuncio su un giornale locale, in cui richiedevo una casa in campagna. L' uomo mi aveva telefonato presentandosi come il Signor Cataldo De Grimoni.
Il giorno stesso lo avevo incontrato, mi aveva mostrato la villa in foto e dicendomi che avrei potuto visionarla dal vivo il giorno successivo, poiché da lì a breve sarebbe sceso il buio e non avrei potuto ammirare la casa in tutto il suo splendore. Tuttavia, mi erano state sufficienti le fotografie per decidere che la casa avrebbe fatto al caso mio, poiché l' unica cosa che mi premeva era la sua tranquillità campestre. Così dopo avergli firmato un assegno, il giorno dopo mi ero già trasferito lì.
Rinunciai all' idea di continuare a telefonarlo e mi dissi che prima o poi avrei fatto venire un fabbro per aprire la botola.
Riuscii finalmente a comporre le trame di più racconti, ispirata dalle storie di Greta, ma ogni volta che rileggevo ciò che avevo scritto, trovavo le mie narrazioni neanche lontanamente all' altezza dei lavori di quella donna.
Più passavano i giorni e più mi sentivo consumato dalla rabbia, dall' invidia e dall' inettitudine.
Ormai neanche quasi dormivo e mangiavo, non mi lavavo da giorni e non respiravo aria fresca da oltre una settimana.
Mi sembrava che stessi addirittura impazzendo; sentivo spesso dei rumori in casa, soprattutto di notte.
Divoravo i libri della misteriosa scrittrice, ne ero diventato totalmente dipendente.
Il mio editore cominciava a chiamarmi in continuazione, ma io non rispondevo più a nessuna delle sue telefonate.
Mi sentii improvvisamente un uomo distrutto e logorato a soli trentuno anni.
Una notte mentre ero a letto e non riuscivo a dormire, sentii un cigolio provenire dal corridoio così mi alzai per andare a vedere. Mi accorsi subito che era venuta meno una striscia di legno che incrociata con altre formava un baule. La cassa era abbastanza vecchia e malandata, reputai che sarebbe stato più conveniente buttarla via anziché ripararla, così l' aprii per verificare il contenuto. Era quasi vuota, c'era solo un plico di fogli legati con un nastro verde. Quando lo sollevai, mi accorsi che i fogli erano tutti scritti a mano con una calligrafia fittissima. Diedi un rapido sguardo e mi accorsi che si trattava di un racconto. L' ultima pagina era firmata: Greta Eloisa Fortessa.
Lo lessi tutto d'un fiato fino all'alba. Non riuscivo a smettere di farlo neanche per bere un bicchiere d' acqua, la trama e la narrazione erano talmente avvincenti da tenermi fisicamente incollato su quelle pagine.
Era la storia di un uom
o che prima di morire giovane, aveva lasciato alcune istruzioni che la sua amica/amante/compagna di una vita dall' infanzia, avrebbe dovuto eseguire conducendo una serie di ricerche che la avrebbero condotta ad una scoperta, che le si sarebbe palesata un po' alla volta, come in una sorta di caccia al tesoro, ogni indizio rinvenuto le avrebbe rivelato il successivo, fino a giungere alla scoperta di una verità assoluta e sconvolgente riguardo il mondo e l' umanità; una scoperta alla quale sarebbe potuta approdare esclusivamente da sola, per sue intuizioni, altrimenti se le fosse stata rivelata, sarebbe morta, come era accaduto a lui.
Feci una delle indagini sul web per assicurarmi che quella storia non fosse mai stata pubblicata, dopodiché ricopiai a computer l' intero manoscritto, lo firmai a mio nome e finalmente rilassato e liberato, lo inviai al mio editore.
Dopo più di un mese trascorso recluso in casa, decisi di uscire a fare due passi e mangiare un boccone che non fosse cibo inscatolato o preconfezionato.
Attraversai il giardino fino a giungere al cancello, ma mi ritrovai immerso nella nebbia. Un senso di inquietudine mi pervase l' animo e senza neanche provare a varcare l' uscita, mi voltai e mi diressi nuovamente in direzione della villa.
Ero sempre stato un uomo scrupoloso, rispettoso e moralmente corretto, eppure essendomi trovato in un grave momento di difficoltà avevo ceduto, senza neanche tentennare o provare rimorsi e sensi di colpa, anzi mi ero giustificato con me stesso, ritenendo che quel manoscritto fosse un capolavoro e che sarebbe stato un errore tenerlo nascosto all' umanità.
Quando rientrai in casa salii subito al piano superiore, per andare nella mia camera da letto a riposare. Nel corridoio la mia attenzione fu subito colpita dalla botola in alto, che non ero stato in grado di aprire; era spalancata.
Rimasi immobile, incerto sul da farsi, poi nel tombale silenzio della villa, un colpo di tosse proveniente da giù, risuonò in tutto l' ambiente.
Mi affrettai disarmato a scendere, entrai nel salotto e la vidi; una giovane donna, molto bella, con morbidi capelli chiari che le scendevano ondulati sulla lunga veste a fiori, seduta su di una delle poltroncine, con le gambe incrociate.
"Chi sei? Come sei entrata in casa mia" domandai cercando di mantenere un tono che non facesse trasparire il mio timore.
"Sono sempre stata qui, ho vissuto nascosta in soffitta. Sarei dovuta andare via quando tu sei arrivato ... ma non potevo farlo"
La guardai perplesso: "Puoi esser più chiara?"
"Mi chiamo Greta Eloisa Fortessa e prima del tuo arrivo questa è stata la mia casa per circa dieci anni" sostenne ferma e decisa.
"Ma non è possibile ... tu sei morta" dalla mia voce iniziava a trasparire l' irritazione che aumentava sempre di più.
"No, io non sono morta, anche se è quello che credono tutti."
"Allora cosa sei? Un fantasma? Io credo che tu sia un' impostora" la accusai.
"Ah ... ah .. io?" rispose ella sarcastica, pungendomi nell' orgoglio.
Restai in silenzio.
Ed ella continuò: " Non sono un fantasma e non sono morta. Sono maledetta"
"Maledetta?"
"Si, sono vittima di una maledizione."
Perplesso la esortai a continuare ed ella:
" Un uomo dannato me l' ha subdolamente inflitta- deglutì e poi riprese il racconto-
egli era stato il mio primo ... ed unico editore. Un giorno di moltissimi anni fa gli spedii una delle mie opere. Mi contattò dopo pochissimi giorni dicendomi che era rimasto impressionato dal mio romanzo e che era intenzionato a pubblicarlo al più presto. Così ci incontrammo per stabilire le clausole dell' accordo. Il contratto stabiliva che avrei dovuto pubblicare solo con lui tutte i miei successivi lavori, in cambio mi avrebbe fatto vivere in una grande villa lussuosa e retribuita in modo altamente vantaggioso.
Firmai immediatamente, senza sapere che in realtà altro non stavo facendo che siglare la mia eterna condanna."
"Continua." La incitai
"Non potevo sapere che quello che avevo firmato era un contratto maledetto in forma anagrammata."
"Intendi che anagrammando tutte le lettere del contratto veniva fuori un altro testo?" domandai, iniziando a sentirmi coinvolto.
"Esatto ... secondo quanto era scritto egli mi avrebbe fatto dono dell' immortalità e non sarei mai più invecchiata ma sarei stata costretta a restare per sempre in questa casa e a scrivere romanzi che egli avrebbe fatto pubblicare. Ho tentato in tutti i modi di uscire da qui, ma era impossibile a causa della maledizione. L' unica maniera per farlo sarebbe stato quello di far uscire da questa villa, non per mano sua, uno dei miei racconti. Ma era un paradosso, perché se io non potevo varcare i limiti di questa proprietà, non avrei nemmeno mai potuto portare fuori una mia opera."
"Non potevi chiedere aiuto a qualcuno e farla consegnare ad un' altra casa editrice?"
"Mi credevano tutti morta, ed ho vissuto qui completamente isolata. E poi non so se avrebbe funzionato o se neanche i miei lavori erano stati maledetti come me Poi finalmente sei arrivato tu ... la mia unica ancora di salvezza ... e per di più eri addirittura uno scrittore."
"Sei stata tu a farmi trovare il manoscritto ... io l' ho ricopiato ... ed inviato via mail ed è per questo che è riuscito ad eludere la maledizione" farfugliai incredulo.
"Credo di si- mi rispose - ora posso finalmente andare via di qui ed invecchiare e morire ... la maledizione è stata spezzata.
"Ma l' editore dannato che ti ha maledetto è lo steso uomo che mi ha fittato la villa?" domandai con i nervi in tensione ed il cuore in palpitazione.
"No, quello è suo figlio Cataldo, un povero sciocco, che non è mai riuscito, o forse non ha mai voluto, comprendere la natura maligna del padre e l' intera storia della maledizione ... ha perfino sempre preteso che io andassi via, come se non avessi voluto farlo se solo avessi potuto. Ma io ti consiglio di scappare via da questa villa, ora che puoi."
Annuii.
Prima che Gregorio De Grimoni maledica anche te." Aggiunse Greta.
"Come hai detto? Gregorio?"
"SI, è questo il nome di quel maledetto dannato."
"Ma il contratto che ho firmato per venire a vivere nella villa era a nome di Gregorio De Grimoni" balbettai con la voce spezzata dai sussulti.
"Mi dispiace." Furono le ultime parole che Greta disse prima di alzarsi dalla poltroncina verde e dirigersi verso l' uscita della casa.
La seguii fino al cancello, ogni passo che facevo, mi sembrava sempre più pesante.
Greta si fermò sulla soglia del cancello e si voltò a guardarmi.
"Aspetta .. non andare via ... ti prego" le urlai.
Ma ella con un lieve cenno della mano, mentre varcava l' uscio e riconquistava finalmente la sua libertà fisica e spirituale, mi salutò dicendo: "Addio"
Tentai di seguirla, ma né
il mio piede né un solo dito della mano riuscì ad oltrepassare il confine maledetto.
La guardai mentre andava via con la veste ed i capelli mossi dal suo incedere frettoloso, fino a quando non divenne un puntino per infine dissolversi all' orizzonte.