Le condizioni attuali dei Campi Flegrei non sarebbero in grado di generare un'eruzione e, se la dinamica di sollevamento del suolo dovesse proseguire con caratteristiche simili a quelle attuali, occorrerebbero decine di anni perchè la sorgente di magma che genera il sollevamento possa raggiungere dimensioni idonee a generare un'eruzione, con un accumulo di volumi di magma comparabile a quello che alimentò l'ultimo evento eruttivo dei Campi Flegrei nel 1538.
Lo indica la ricerca pubblicata sulla rivista Communications Earth and Environment da Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e Università di Ginevra.
Basato su modelli termici e petrologici, lo studio propone uno scenario di riferimento per determinare se i Campi Flegrei potrebbero o meno dar luogo a un'eruzione.
L'assunzione sulla quale si basa la ricerca è che il fenomeno di bradisismo in corso dal 2005, come quello registrato negli anni 1950, 1970-1972 e 1982-1984, sia determinato da successive intrusioni di magma alla profondità di circa 4 chilometri. "Si è scelto di partire da questa assunzione poiché è quella più cautelativa per gli abitanti dell'area flegrea soggetti alla pericolosità vulcanica e permette, quantomeno, di definire un possibile scenario evolutivo", osserva Stefano Carlino, ricercatore dell'Ingv e co-au
tore della ricerca.
"Tuttavia - prosegue - i risultati del nostro studio derivano dall'assunzione che il bradisismo degli ultimi 75 anni, dunque il sollevamento del suolo, sia stato alimentato dal magma profondo in risalita e, in parte, dai fluidi da questo fuoriusciti: si tratta di una condizione possibile, ma non facile da verificare".
Per un altro autore della ricerca, Luca Caricchi dell'Università di Ginevra, i calcoli alla base dello studio "suggeriscono che, nonostante potrebbe essere presente magma potenzialmente eruttabile a circa 4 chilometri di profondità e la sovrappressione interna al serbatoio magmatico potrebbe essere sufficiente per fratturare la crosta che lo circonda, un'eruzione sarebbe ostacolata dalla combinazione di diversi fattori, tra cui il ridotto volume del serbatoio magmatico e la deformazione viscosa della crosta circostante".
Altri due autori dello studio, Charline Lormand e Guy Simpson dell'Università di Ginevra, osservano che "il ridotto volume del serbatoio magmatico, in particolare, rappresenta attualmente uno degli ostacoli maggiori all'eruzione, poiché un'eventuale fuoriuscita di magma da esso determinerebbe un repentino abbassamento della pressione interna che, a sua volta, non fornirebbe al magma energia sufficiente per arrivare in superficie".