A Castellammare il futuro rischia di diventare una questione di geografia: per trovarlo, sempre più giovani pensano di dover cambiare indirizzo. Il 72% emerso dall'indagine dell'Associazione Giovani Stabiesi non è soltanto un numero da registrare. È la conseguenza visibile di una distanza che negli anni si è allargata tra ciò che la città potrebbe essere e ciò che riesce concretamente a offrire. Perché Castellammare non è una città senza risorse. È una città che troppo spesso non è riuscita a trasformare le proprie risorse in un progetto. Ha il mare, il porto, la cantieristica, le Terme, il patrimonio storico e archeologico, una posizione privilegiata tra Napoli, Pompei e la penisola sorrentina. Ha avuto industrie, competenze, professionalità e una tradizione economica che per decenni ha rappresentato un riferimento per l'area. Eppure continua a interrogarsi sul proprio modello di sviluppo. Il punto non è trovare l'ennesima vocazione. È mettere finalmente insieme quelle che già esistono. Le Terme non possono essere una vicenda separata dal turismo. Il porto non può essere estraneo alla strategia urbana. La cantieristica ha bisogno di formazione e filiere. Il patrimonio culturale deve diventare economia e occupazione. La mobilità deve accompagnare tutto questo. Se ogni risorsa procede per conto proprio, nessuna diventa davvero una leva. Poi c'è la qualità della vita. Le percentuali dell'indagine su pulizia, verde, aggregazione, sanità e trasporti fotografano un problema che non si risolve con un grande progetto inaugurato una volta l'anno. Una città competitiva è anche quella nella quale funzionano le cose ordinarie. La fiducia, del resto, si perde raramente in un giorno. Si consuma attraverso attese, servizi che non funzionano, progetti annunciati e rinviati, occasioni che passano senza lasciare risultati. Castellammare ha conosciuto anche una lunga stagione di instabilità amministrativa, culminata nel duplice scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni della criminalità organizzata. Al di là delle responsabilità specifiche, che appartengono alle sedi competenti, una discontinuità istituzionale
lascia inevitabilmente conseguenze sulla capacità di programmare. E una città che deve continuamente ricominciare fatica a costruire. Il problema è che molte delle partite decisive richiedono tempi più lunghi di un mandato amministrativo. Le infrastrutture, la riqualificazione urbana, la mobilità, il rilancio delle Terme, la formazione e l'attrazione degli investimenti hanno bisogno di continuità, non di ripartenze. Per questo il tema della classe dirigente non può essere eluso. Non soltanto quella politica, ma l'insieme delle persone e delle istituzioni chiamate a costruire una strategia per il territorio. Anche la rappresentanza conta. Una città non può pensare di incidere sul proprio futuro soltanto dentro il palazzo comunale. Regione, Città Metropolitana, Governo ed enti di settore decidono una parte rilevante delle risorse e delle infrastrutture che riguardano Castellammare. Essere presenti nei luoghi che contano significa avere una voce, ma anche avere idee precise da portare a quei tavoli. Ed è forse qui che bisogna ricominciare: non dalla domanda su come convincere i giovani a restare, ma da quella su quale città si vuole consegnare loro. Il dato più interessante dell'indagine è infatti che, dietro la voglia di partire, non sembra esserci soltanto disinteresse. Molti giovani dichiarano di voler partecipare, chiedono spazi, immaginano il rilancio delle Terme, cercano luoghi nei quali fare cultura e costruire relazioni. Non stanno necessariamente chiedendo di essere trattenuti. Stanno chiedendo di avere una città nella quale valga la pena investire. Nessuno può promettere che una generazione non partirà. Sarebbe persino sbagliato. Una città sana deve consentire ai propri giovani di andare, crescere e conoscere altre realtà. La vera sconfitta sarebbe non riuscire più a convincerli che, un giorno, possono tornare. Castellammare ha ancora risorse, posizione e identità per invertire questa percezione. Ma deve trasformare le potenzialità in scelte, le scelte in opere e le opere in opportunità. Il tempo delle promesse è finito da tempo. Adesso bisogna capire se c'è ancora il tempo per costruire il futuro.