Cronaca

Torre Annunziata - Niente carcere per il crollo di Rampa Nunziante

La sentenza che spegne le ultime speranze. Il sindaco: «Dopo nove anni auspicavamo che la Suprema Corte mettesse la parola fine al processo».


A quasi nove anni da quella mattina d’estate che sconvolse Torre Annunziata, la parola “fine” pronunciata dalla Corte di Cassazione ha un suono amaro. Non è la chiusura che i familiari delle otto vittime attendevano, ma un epilogo che riporta tutto sul terreno arido dei termini scaduti e delle regole procedurali. L’accusa di omicidio colposo è ormai estinta per prescrizione. Le condanne, inevitabilmente, saranno ridimensionate. E il carcere resta fuori scena.
La decisione maturata nelle aule di Piazza Cavour non entra nel cuore della tragedia: nessuna nuova valutazione sui lavori di ristrutturazione ritenuti imprudenti nei precedenti gradi di giudizio, nessun ritorno su quei pilastri che cedettero all’alba del 7 luglio 2017. Il confronto si è consumato interamente su un nodo tecnico: l’ammissibilità dei ricorsi presentati dalle difese in relazione ai tempi di prescrizione.

Accogliendo quei ricorsi, i giudici hanno scelto una strada che cambia radicalmente lo scenario. Se la richiesta della Procura Generale fosse stata accolta, per i cinque imputati si sarebbe aperta immediatamente la prospettiva del carcere. Così non è stato. Con la prescrizione dell’omicidio colposo plurimo — che teneva conto delle otto vite spezzate — resta in piedi solo il reato di crollo colposo, con pene molto più contenute.

Il passaggio è tutt’altro che simbolico. L’ipotesi di reato più grave consentiva di modulare le condanne sulla base del numero delle vittime, tra cui i piccoli Salvatore e Francesca Guida. Senza quell’impianto accusatorio, le pene scendono sotto soglie che, tra benefici e misure alternative, escludono di fatto l’ingresso in cella. Nel nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello, disposto dalla Sup

rema Corte, le condanne saranno ricalcolate verso il basso.

Sul piano giudiziario, la vicenda non è ancora del tutto chiusa. Sul piano umano, per molti, lo è fin troppo. Per la città, la sensazione è quella di una resa al calendario: il tempo trascorso ha inciso più delle sentenze. Le responsabilità erano state delineate nei primi due gradi di giudizio, ma l’orologio ha lavorato in silenzio, fino a svuotare il capo d’accusa principale della sua efficacia penale.

Resta ora il fronte civile. Per i parenti delle vittime, l’unica strada percorribile sarà quella del risarcimento danni, senza poter contare su una condanna definitiva per omicidio colposo su cui fondare in modo diretto le richieste economiche. Un percorso che si annuncia lungo e oneroso, e che difficilmente potrà restituire serenità.

Il sindaco di Torre Annunziata, Corrado Cuccurullo, affida a poche parole il sentimento diffuso: «Dopo nove anni auspicavamo che la Suprema Corte mettesse la parola fine al processo sul crollo di Rampa Nunziante. Il 7 luglio 2017 rappresenta una pagina triste della storia recente di Torre Annunziata, una ferita per l’intera comunità. Dispiace che il tempo trascorso abbia inciso sull’esito finale. Ci attendiamo che il nuovo giudizio in Appello sopraggiunga velocemente, per consentire a tutti di voltare pagina. I familiari hanno diritto a ritrovare un po’ di pace».

Parole che fotografano una città sospesa tra memoria e disillusione. Le macerie materiali sono state rimosse da tempo. Quelle giudiziarie, invece, restano come un monito: a volte la verità processuale non coincide con la percezione di giustizia. E quando accade, a pesare non sono solo le sentenze, ma il vuoto che lasciano.


mercoledì 4 marzo 2026 - 10:32 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

 



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