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Terra dei fuochi, la scienza “purifica” i prodotti agroalimentari campani. Ma bonifiche e neoplasie rappresentano l’altra faccia di una medaglia che deve tornare Felix

L’Istituto Zooprofilattico della Campania conferma con le proprie ricerche gli studi della Task Force Pandora sulla purezza dei frutti dell'agricoltura locale, destano tuttavia ancora preoccupazione la questione bonifiche e l’incidenza dei tumori

di Gioacchino Roberto Di Maio


   Foto Google

Solo 6 casi di positività su 30mila campionamenti effettuati presso 10mila aziende dell’agroalimentare dell’intera Campania, ovvero il 99,98% dei casi ha superato gli esami per la ricerca di contaminanti chimici e microbiologici. Sono questi i risultati diffusi dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mediterraneo che ha presentato gli esiti di una ricerca durata tre anni al fine di smentire definitivamente gli allarmismi circa l’agricoltura campana contaminata da agenti tossici. «La Terra dei fuochi è una “fake news”, il mondo scientifico sta dimostrando che ciò non è frutto di opinioni» ha dichiarato il direttore Angelo Limone. Ad oggi, a conti fatti, solo 33 ettari su 50mila di suolo agricolo nella cosiddetta Terra dei fuochi sono stati interdetti alla coltivazione per presenza di rifiuti o di contaminanti. Ovvero lo 0,06% del totale. Peraltro un terreno può essere interdetto alla frequentazione anche solo in via precauzionale per evitare danno alla salute degli agricoltori, non perché gli ortaggi sono nocivi. Caso simbolo è in tal senso quello di un terreno coltivato a patate interdetto nel febbraio 2015 a causa della presenza di piombo. Il generale della Guardia forestale Sergio Costa, in coppia con don Maurizio Patriciello, famoso per avere maledetto dei pomodori, denunciò l’accaduto dichiarando di aver effettuato delle verifiche da cui era emerso che la presenza di piombo superava di gran lunga i parametri di legge. Salvo poi scoprire che quei dati erano dovuti alla presenza in zona di un poligono di tiro. Il colpo reputazionale, incentivato dalle dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone, ha inferto danni notevoli alla filiera agroalimentare campana. Le speculazioni maggiori si sono registrate sui prezzi al ribasso per un valore stimato in 500 milioni di euro nel biennio 2014-2015. I volumi dei prodotti in commercio sono di contro rimasti pressappoco inalterati. Il trattamento grave ricevuto da una delle regioni più importanti per biodiversità e prelibatezza del proprio cibo non è comunque stato vano. «In fondo sono grato alla Terra dei fuochi perché siamo la regione dove si fanno più controlli che altrove – sottolinea il direttore Limone –, c’è maggiore senso di responsabilità per l’ambiente da parte dei giovani che vivono in Campania e abbiamo messo assieme gruppi nazionali e internazionali di ricerca di grandissimo spessore». L’antica Terra Laboris si sta liberando dello stigma della Terra dei fuochi. Le esportazioni campane, secondo Banca d’Italia, sono cresciute del 14,3% nel primo semestre 2017 rispetto all’anno precedente (a quota 271 milioni di euro) e del 19% rispetto al 2015. La filiera del pomodoro campano ha fatto registrare un più 13% e i prodotti ortivi più 18. Oggi nei 2.500 ettari della Piana del Sele si produce il 50% dell’insalata in busta del mercato europeo. 
I primi a scendere in campo in difesa dei prodotti agroalimentari della Terra dei fuochi sono stati gli scienziati della Task Force Pandora, i quali nel 2016 hanno organizzato proprio il Festival del Pomodoro per promuovere la rinascita della Campania Felix. «Qui – spiega la ricercatrice Paola Dama –, come in tutta Italia, vige un sistema di controlli sugli alimenti attuato da enti che hanno l’obbligo di lanciare l’allarme qualora si dovessero riscontrare situazioni potenzialmente pericolose. Il RASSF, il sistema di allerta rapido agroalimentare Europeo che prevede la chiusura delle frontiere per i prodotti esportati da un’area nel caso in cui qualche alimento sia ritenuto contaminato e pericoloso per la salute, non ha mai lanciato un segnale negativo in tal senso per nessuno dei nostri prodotti. Una parte rilevante delle produzioni viene acquistata dalla grande distribuzione commerciale che effettua controlli sistematici particolarmente severi. In aggiunta a questo sistema di sorveglianza, in Campania sono state attuate anche campagne di analisi straordinarie che non hanno, ad oggi, riscontrato alcuna situazione di allarme sui nostri prodotti ortofrutticoli e zootecnici nonostante abbiamo assistito ad azioni cautelative. Inoltre, diversi studi hanno evidenziato che alcune specie di piante coltivate in terreni contaminati ed irrigate con acque contenenti inquinanti possono non presentare accumuli significativi di metalli pesanti». La Task Force Pandora ha in tal senso partecipato come soggetto consulenziale alla proposta di legge “Interventi di bonifica, di ripristino ambientale e di messa in sicurezza in materia di siti contaminati” depositata il 27 maggio 2016 dal consigliere regionale Gianpiero Zinzi nella sua qualità di Presidente della III Commissione Speciale su Terra dei fuochi, Bonifiche e Ecomafie. Il pomodoro incarnava in quest’ottica il riscatto di una Campania Felix che sogna la risoluzione dei propri problemi così da poter tornare a risplendere orgogliosa. Ed è proprio su questo fattore che intende porre l’accento Task Force Pandora. Fondato nel dicembre 2013 da Paola Dama, ricercatrice presso l’Ohio State University di Columbus, il gruppo di studiosi ha coinvolto professionisti da ogni parte di Italia e del mondo al fine di raccogliere dati ed informazioni riguardanti la Terra dei fuochi, analizzarli criticamente con un approccio rigorosamente scientifico ed elaborare eventuali proposte in merito alla caratterizzazione dei siti e della loro bonifica attraverso il metodo del peer review, ovvero la procedura di valutazione e di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca effettuata da specialisti del settore per verificarne l'idoneità alla pubblicazione o al finanziamento. La sfida è fornire materiale tecnico-scientifico nell’ambizione di poter mettere a sistema i dati e le informazioni a disposizione per poter combattere gli errori logico-deduttivi che hanno tratto in inganno la popolazione della Terra dei fuochi, area in cui avviene quotidianamente lo smaltimento criminale di rifiuti combusti e riciclo illegale di metalli. Si tratta di una entità geograficamente indistinta che ha finito con l’identificare, nell’immaginario collettivo, tutta la zona centro-occidentale della Campania. Lì la terra maltrattata restituisce quotidianamente lacrime e danni sotto forma di barili contenenti idrocarburi e altro materiale nocivo rinvenuto anche in una cava in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, al di sotto di un campo coltivato a pomodorini. «Non sono mai state presentate certificazioni inerenti la nocività dei nostri prodotti – sottolinea Paola Dama, forte anche dei dati raccolti da Task Force Pandora –, in realtà tutte le piante, dai pomodori ai broccoli, non accumulano sostanze tossiche nelle parti che mangiamo anche se coltivate in terreni contaminati o irrigate con acque contenenti inquinanti. Il degrado ambientale in alcune zone ha creato un danno di immagine, ma questo non deve intaccare il nostro comparto agroalimentare, considerato una eccellenza in tutto il mondo. Sostenere che frutta e verdura delle nostre terre non siano contaminate, ovviamente non vuol dire negare l’esistenza di discariche abusive destinate all’abbandono di rifiuti o allo smaltimento illegale attraverso combustione ed incenerimento. Abbiamo ancora un territorio massacrato dal degrado e dal fenomeno criminale dei roghi, bisogna trovare sinergia nell'opera dei cittadini, della politica e delle istituzioni».
Il cibo campano risulta dunque sano, tuttavia altrettanto non si può dire della popolazione. La questione bonifiche in Campania continua ad essere una priorità, ad Acerra risultano ad oggi impossibili da coltivare l’80% dei suoli, a Giugliano il 10% e a Caivano il 70%. Qui a destare l’allarme sono i livelli di diossina, policiclici aromatici e piombo. E la coltivazione e il pascolo di animali sono stati vietati a inizio novembre anche su quasi 80 ettari di terreni agricoli intorno a una cava nel comune di Maddaloni, in provincia di Caserta, dove per anni sono stati sversati rifiuti pericolosi. «Speriamo che adesso non si dica che la Terra dei fuochi è un’invenzione di stampa e ambientalisti e che il problema non esiste. Servono subito le bonifiche, ancora ferme a meno dell’1%» grida ai quattro venti il Presidente di Legambiente Campania Michele Buonomo. Da una perizia realizzata dal geologo Giovanni Balestri per la Dda di Napoli sull’area della piana di Giugliano, emerge una forte contaminazione antropica della falda acquifera per un&rsquo

;estensione di 221 ettari causata dal percolato di una serie di discariche, tra cui Resit, e destinata ad espandersi nei prossimi decenni. La contaminazione del percolato, al fondo e al bordo degli invasi non a tenuta, se non confinato con tecniche di bonifica, continuerà inesorabile per altri 70 anni da oggi. "Per quanto riguarda il biogas, nella situazione attuale, cioè senza interventi di bonifica, vi sarà una forte migrazione nel sottosuolo e dispersione in atmosfera per almeno altri 10-15 anni", si legge inoltre nella perizia. 
Non bisogna in tal senso dimenticare i dati sulle patologie tumorali in Campania. La relazione approvata il 15 novembre scorso dalla commissione Igiene e sanità del Senato al termine dell’indagine conoscitiva sugli effetti dell’inquinamento ambientale nella Terra dei fuochi non è tranquillizzante quanto quelli dell’Istituto Zooprofilattico di Portici. La ricerca, avente come oggetto l’“Inquinamento ambientale ed effetti sull’incidenza dei tumori, delle malformazioni feto-neonatali ed epigenetica”, individua in quest’area tassi di incidenza oncologica più alti del 46% negli uomini e del 21% per le donne rispetto alla media del Sud Italia. Rispetto ai dati nazionali, ci sono tassi di incidenza più alti per entrambi i generi per i tumori del fegato, nei maschi per i tumori del polmone, fegato, melanoma della cute, sarcoma di Kaposi e maligni della vescica. Lo studio, soprattutto nella parte dedicata alle malformazioni neonatali e all’epigenetica, sarà comunque soggetto ad ulteriori approfondimenti a causa della talvolta solo parziale disponibilità dei dati. In ogni caso, si tratta del primo tentativo di sistematizzare i risultati delle diverse fonti sull’area, che comprende 90 Comuni delle province di Napoli e di Caserta. I dati centrali sono quelli dei Registri tumori: quello dell’Asl Napoli 3 Sud 2008-2013 (che copre 35 Comuni della Terra dei fuochi) e quello dell’Asl di Caserta (104 Comuni, di cui 34 inseriti nel perimetro della Terra dei fuochi). L’indagine evidenzia come l’area metropolitana del capoluogo campano stia perdendo in modo rapidamente progressivo le caratteristiche di area con “fattori protettivi” che storicamente hanno caratterizzato le popolazioni meridionali nei confronti della patologia neoplastica. Da qui il divario statisticamente significativo con il pool dei Registri Tumori del Sud (incidenza +46% per gli uomini e +21% per le donne) e, limitatamente alla mortalità, con il pool nazionale. Lo stesso accade nei Comuni del casertano, dove in 3 anni i nuovi casi di tumore sono stati 11.940 e i decessi 6.071, con tassi di mortalità inferiori rispetto al Nord soltanto per le donne. La buona notizia è che dal Registro tumori infantili della Campania non emergono scostamenti significativi tra l’incidenza e la mortalità delle neoplasie nei bambini della Terra dei fuochi (che sono oltre 720mila, adolescenti compresi) rispetto alla media italiana. I decessi registrati tra il 2008 e il 2012 sono stati 114 con un tasso di 2,9 per 100mila bambini nella fascia 0-14 anni, «compatibile con i confronti regionali e nazionali», e di 3,9 per 100mila nella fascia 15-19 anni, lievemente più basso rispetto alla mortalità in Italia e in Campania. La relazione non attribuisce ai roghi tossici e ai rifiuti interrati il ruolo esclusivo di causa dell’insorgenza dei tumori, ma sottolinea l’elevato inquinamento ambientale dell’area: la presenza di metalli tossici nei suoli, di arsenico, cadmio, vanadio e zinco è spesso ben oltre i limiti d’intervento fissati dal Dlgs 152/2016. Servono altri elementi, si attendono i risultati di altre ricerche, come il progetto Spes, studio di esposizione nella popolazione suscettibile. Ma certamente, come ricordano i senatori, il degrado ambientale si somma ad altri fattori di rischio: la deprivazione socio-economica, la bassissima adesione agli screening, la debolezza della rete sanitaria (la rete oncologica campana è stata istituita soltanto l’anno scorso), il fumo di sigaretta, e la diffusione dei virus dell’epatite B e C, spesso determinante nello sviluppo delle neoplasie del fegato.
Uno studio dell’Istituto superiore di sanità del 2016 aveva individuato nella stessa area “una serie di eccessi della mortalità, dell’incidenza tumorale e dell’ospedalizzazione per diverse patologie, che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a inquinanti emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”. Non a caso il Presidente della Regione Campania De Luca ha dato il là alla nascita di quattro centri interforze sul territorio ed all'utilizzo di droni, per i quali c'è già un capitolato d'appalto per 2 milioni di euro con il via libera delle autorità militari all'impiego. L'ammontare complessivo dei fondi destinati alla lotta ai roghi ed agli sversamenti abusivi è di 40 milioni di euro. I centri, insediati a Giugliano, Mondragone, Marcianise e Massa di Somma, avranno anche il compito di combattere i roghi tossici, mentre la Regione si è da par suo posta l’obiettivo di eliminare un lotto di 500mila tonnellate di ecoballe procedendo con una bonifica negli anni addietro andata troppo a rilento. Particolare in tal senso è stata l'iniziativa di un'azienda della filiera Cobat, in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II, condotta al fine di risanare un terreno accanto ad una fabbrica tramite la piantumazione di 17.500 pioppi. In un'area ex Sin, Siti di interesse nazionale classificati come aree contaminate, la Eco-bat, il più grande produttore e riciclatore di piombo al mondo, ha messo in sicurezza in soli 4 mesi un suolo inquinato attraverso una moderna pratica di bonifica ecosostenibile che ripristina la fertilità dei terreni, azzera i rischi per la salute e garantisce costi fino a 10 volte minori rispetto alle prassi comuni. Il terreno si trova nella zona industriale di Marcianise ed era stato inquinato da attività industriali precedenti alla società Eco-bat, attualmente l'unica azienda globale che offre un circuito chiuso di riciclaggio di batterie al piombo. Il polmone verde è sorto a circa 300 metri dal sito produttivo. Il progetto di recupero, primo esempio su scala nazionale nel suo genere, è nato all’interno del sistema Cobat, Consorzio Nazionale di Raccolta e Riciclo, che intende coniugare vocazione ambientale, innovazione e creazione di valore condiviso. L’iniziativa è stata sviluppata dai ricercatori dell’Università di Napoli Federico II all’interno del progetto comunitario Life Ecoremed, di cui è parte attiva la Regione Campania. Nello specifico, il Fitorisanamento è una tecnologia totalmente naturale che emerge nell’ambito dei più moderni sistemi di bonifica sostenibile con lo scopo di raggiungere un triplice obiettivo: disinquinare un suolo contaminato, ripristinarne fertilità e produrre materiali utili per la filiera agro-energetica e della chimica verde. La bonifica ecosostenibile sperimentata a Marcianise ha reso possibile in soli 4 mesi la messa in sicurezza di un terreno di 35.000 metri quadri fortemente contaminato da metalli pesanti, quali piombo antimonio, arsenico e cadmio, dando vita a un grande polmone verde all’interno del sito produttivo contaminato da pregressi stoccaggi di scarti di lavorazione. Nello specifico l’intervento ha previsto un particolare piano di caratterizzazione dei livelli di inquinamento e la successiva messa in sicurezza del terreno con piantumazione di un bosco di 17.500 pioppi, vere e proprie piante “minatrici” ideali a neutralizzare la presenza di metalli pesanti estraendoli dal terreno e impedendo la loro dispersione aerea. In pieno spirito di economia circolare le stesse piante andranno poi a costituire biomassa reimpiegabile nel ciclo dell’impianto. Un progetto encomiabile che non deve far distogliere lo sguardo da una realtà in cui i monitoraggi e le bonifiche dei terreni agricoli vanno completati, gli incendi dolosi vanno combattuti, la salute della popolazione va attentamente salvaguardata. 
Rialzare la testa grazie all’agricoltura è fondamentale, continuare a tenere ben alta la guardia è determinante per poter tornare a narrare la magia della Campania Felix e del suo popolo.


martedì 16 gennaio 2018 - 23:14 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

 



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