Una crepa che si apre nel cuore del dibattito politico italiano. Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia segna la vittoria del No, fermo al 53,7%, contro il 46,3% del Sì. Un esito che, mentre lo scrutinio volge al termine, accende immediatamente le piazze e irrigidisce il confronto tra maggioranza e opposizioni.
Nel giro di poche ore, la reazione si sposta dalle urne alle strade. Da Roma a Milano, passando per Napoli e Torino, sono state annunciate manifestazioni con un messaggio diretto: “Ha vinto il no. Meloni dimissioni!”. Le mobilitazioni, promosse da organizzazioni come Potere al Popolo e il Comitato No Sociale, puntano a trasformare il voto in una pressione politica concreta sul governo.
"La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. - ha dichiarato la premier Giorgia Meloni - Il governo ha fatto quello che aveva promesso: portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale. L'abbiamo sostenuta fino in fondo e poi abbiamo rimesso la scelta ai cittadini, e i cittadini hanno deciso. E noi, come sempre, rispettiamo la loro decisione".
Sul piano istituzionale, però, la lettura del risultato si divide nettamente. Per le opposizioni è una bocciatura politica senza appello. “Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare. Noi dieci anni fa lo abbiamo fatto, Giorgia Meloni av
rà lo stesso coraggio? Io mi sono dimesso da Premier, da Segretario, da tutto. Vedremo che farà Meloni dopo una sconfitta clamorosa”, ha dichiarato Matteo Renzi.
Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, che parla di un segnale destinato a pesare nel tempo: “Abbiamo visto crescere un’onda, hai voglia a dire che il risultato non è politico. E’ un dato clamoroso. […] La destra voleva stravolgere il sistema delle garanzie, le è andata male. Da qui in avanti cambia la musica”.
Di segno opposto la posizione della maggioranza. “Quando gli italiani si esprimono è sempre importante […] avevamo il dovere di farlo”, ha spiegato Galeazzo Bignami, ribadendo però che “questo Referendum non incideva sulle sorti del governo, né in un senso né nell’altro”. Una linea condivisa anche da Giorgio Mulè, che invita a evitare tensioni interne: “Quando il popolo ha parlato quello conta, poi serenamente rifletteremo su quanto è successo ma nessun processo o critiche agli amici della maggioranza”.
Intanto il Paese resta sospeso tra numeri e interpretazioni. In attesa dei risultati definitivi, il dato politico è già evidente: il voto sulla giustizia ha riaperto il confronto sul rapporto tra governo e cittadini. E, soprattutto, ha riportato le piazze al centro della scena.