È ritornato a Pompei dopo sette anni vissuti in una località protetta, un prezzo che deve pagare chi come lui decide di mettersi contro la camorra. Grazie ad un progetto del ministero degli Interni che consente il reinserimento nelle zone di origine per i testimoni di giustizia, Luigi Coppola, impreditore coraggio di 43 anni, ha potuto fare ritorno a casa con la sua famiglia. Un ritorno pieno di speranze e di progetti, tra cui l’idea di riaprire l’attività di automobili che sette anni fa fu costretto a chiudere a causa dei debiti, e la fondazione di un’associazione anti-racket chiamata “Legalità organizzata”, di cui sarà presidente, con l’aiuto di Tano Grasso e di Geppino Fiorenza. «Ma da quando sono tornato - dice Luigi Coppola - mi sento come un detenuto in casa. Al contrario di quello che era stato deciso dal Viminale nel programma di protezione, mi sono dovuto scontrare contro le inefficienze delle istituzioni partenopee, che a parole garantiscono protezione a chi denuncia la camorra, ma nei fatti non sono in grado di offrirla per mancanza di soldi». Un esempio per tutti è il servizio di scorta. «Dal Viminale - continua l’imprenditore coraggio - mi era stato garantito un servizio 24 ore su 24. Invece, ho saputo (anche se non ho ancora avuto modo di leggere il dispositivo) che il Comitato per l’ordine pubblico presieduto dal prefetto Pansa ha limitato la scorta dalle 8 di mattina alle 20 di sera». Ancora, la protezione alla famiglia è garantita ma a patto che si dia un preavviso di 24 ore. Nel senso che i carabinieri devono sapere con un giorno di anticipo quello che la moglie di Coppola o le sue figlie faranno il giorno successivo. «Questo significa - prosegue l’imprenditore - che anche fare la spesa diventa un problema. Non siamo più in grado di vivere la nostra vita in libertà, perché qualsiasi movimento deve essere comunicato con un anticipo di 24 ore. Paradossalmente ero molto più libero quand
o vivevo sotto protezione al Nord. Qui le istituzioni non sono in grado di gestire la situazione perché dicono che non hanno i soldi. Ma allora che senso ha rivolgere continui appelli ai cittadini perché collaborino se poi quando lo fanno non sono garantiti?». Inutili sono stati i tentativi di Coppola di parlare con il prefetto Pansa. Inascoltate sono state le sue continue richieste di spiegazione. «Ho denunciato 32 camorristi, ne ho fatti condannare 16. Con la mia testimonianza ho evitato che altri imprenditori subissero le mie stesse angherie. Eppure ora che sono ritornato nella mia città, ora che posso essere un esempio positivo per chi vuole trovare il coraggio di ribellarsi alla camorra senza essere costretto a lasciare la sua città, proprio ora vengo trattato come un detenuto in casa, privato della mia libertà e della mia vita. Da Roma in su ho sempre sentito le istituzioni vicini, a Napoli invece mi sono sentito abbandonato». Nonostante la delusione per il trattamento subito Coppola non tornerebbe mai indietro, rifarebbe esattamente tutto quello che ha fatto, senza alcun ripensamento. Forse però non tornerebbe più a Napoli, la città a cui ha dato sette anni della sua vita e da cui ora riceve solo tanta amarezza. «Rifarei cento volte quello che ho fatto - ribadisce Coppola - ma io sono forte, ho avuto il sostegno della mia famiglia che ha sempre appoggiato tutte le mie scelte. Se dovessi dare un consiglio a chi si trova nella mia situazione, non so se gli direi di seguire il mio esempio». Nell’attesa di essere ricevuto dal prefetto Pansa, l’imprenditore coraggio continua a lavorare ai suoi tanti progetti. Prima di tutto la riapertura a settembre di una nuova attività di automobili. Poi, la fondazione di un’associazione anti-racket, “Legalità organizzata”, di cui sarà presidente. Infine, un libro in cui raccontare la sua esperienza, i pro e i contro di chi come lui ha deciso di ribellarsi alla camorra.