La sosta arriva nel momento più opportuno per il Napoli, costretto ad affrontare un avvio di stagione già preoccupante. Il gioco stenta a decollare e i numeri riflettono appieno le difficoltà degli azzurri, capaci di raccogliere la miseria di appena sette punti nelle prime cinque gare.
Sono soltanto due le vittorie conquistate finora: quella all'esordio a Marassi contro il Genoa (penultimo ad appena un punto) e l'affermazione casalinga "di corto muso" firmata Lobotka contro il Bologna. Non se la passano benissimo nemmeno i felsinei, terzultimi con soli due punti e reduci dal cambio in panchina, con Palladino subentrato a Tedesco proprio all'indomani del KO del Maradona. Nel bilancio partenopeo figurano poi il pari nell'ultimo turno contro la Fiorentina — con gli azzurri riacciuffati dopo il vantaggio iniziale di Gilmour — e due sconfitte: il 2-3 di San Siro contro l'Inter (dopo aver sprecato al 53’ il doppio vantaggio firmato da Politano e Hojlund) e l'1-2 casalingo subito contro il Como dei miracoli di Fabregas.
Per il Napoli si tratta della seconda peggior partenza degli ultimi undici anni. Soltanto Maurizio Sarri, alla sua prima stagione, aveva ottenuto meno punti (6). Tuttavia, riavvolgendo il nastro a quell'annata, emergono differenze sostanziali. Nel 2015 la squadra era alla ricerca del proprio assetto ideale: dopo l'inizio turbolento in 4-3-1-2 con la sconfitta di Sassuolo e i pareggi contro Sampdoria ed Empoli, la svolta arrivò in Europa League con il passaggio al 4-3-3 e il perentorio 5-0 al Bruges, punto di svolta della storia azzurra del tecnico toscano.
Nel Napoli di Allegri, invece, le criticità tattiche appaiono strutturali. La squadra gioca sistematicamente con un baricentro troppo basso per una compagine di vertice. Paradossalmente, una volta trovato il vantaggio, invece di aggredire l'avversario per chiudere il match, il Napoli si rintana nella propria area di rigore, cercando una comfort zone che ormai non garantisce più alcuna sicurezza. La fase difensiva, infatti, è deficitaria: gli azzurri non portano una pressione alta, ma accompagnano gli avversari fino al limite dei
propri sedici metri, aggredendo il pallone solo in piena zona di rischio. Le linee restano troppo strette e basse persino per applicare la trappola del fuorigioco, un aspetto che sembra del tutto estraneo all'impostazione dell'ex allenatore del Milan.
In questo scenario, a tirare la carretta sono paradossalmente gli elementi più esperti. Capitan Di Lorenzo e Politano sono stati tra i migliori in campo al Franchi contro la Fiorentina, con Viery incapace di contenere il loro due contro uno, complice la poca propensione al sacrificio difensivo di Njie. In mezzo al campo, De Bruyne lotta contro i mulini a vento: le uniche due vittorie stagionali portano infatti la sua firma, tra il gol e assist di Genova e il filtrante per Favasuli che ha poi liberato Lobotka contro il Bologna. Di contro Hojlund, indiscutibilmente tra i migliori centravanti della Serie A, non viene messo nelle condizioni di incidere. Costretto a fare a sportellate con Dragusin e a un massacrante lavoro sporco lontano dalla porta, contro la Fiorentina ha toccato appena due palloni nell'area difesa da De Gea. Decisamente troppo poco per un attaccante capace, da solo, di estrarre dal cilindro le giocate decisive contro Como e Inter.
Ai problemi tattici si aggiungono i molti infortuni e il ridotto minutaggio concesso da Allegri ai giovani capaci di dare uno strappo alla partita. È il caso dello scugnizzo classe 2003 Antonio Vergara, fresco di convocazione in Nazionale con la selezione di Mancini per la Nations League, rimasto a guardare per 90 minuti a Firenze nonostante un Lang opaco e la paura delle transizioni viola. Soltanto 17 minuti sono stati concessi invece al classe 2004 Costantino Favasuli, entrato con grinta contro il Bologna e subito decisivo con l'assist da tre punti.
Finora il Napoli ha viaggiato controcorrente: ha rinunciato a proporre il calcio idoneo alle qualità dei singoli, preferendo barricarsi nel proprio bunker e affidarsi a sporadiche fiammate individuali. Alla ripresa occorrerà un radicale cambio di marcia e di mentalità per risalire la china in campionato e in Champions League, mantenendo vive le ambizioni su tutti i fronti.