Cultura & Spettacolo

La solennità dell'Immacolata del 2020 nel segno della speranza e della tradizione

Quest’anno, anche la famosa “voce”, che chiamava a raccolta soprattutto i fedeli per le funzioni nelle chiese che aprivano già all’alba, è passata quasi in silenzio.

di Antonio Ziino


La solennità dell’Immacolata, molto sentita nel mondo cattolico e laico con una particolare attenzione a Castellammare di Stabia, si celebra quest’anno in un clima di apprensione e preoccupazione a causa dell’epidemia in corso.

La ricorrenza, più volte secolare, apre le feste natalizie e dell’anno nuovo che deve essere aperto alla speranza  non solo del popolo di Dio, ma dell’intera comunità.

Quest’anno, anche la famosa “voce”, che chiamava a raccolta soprattutto i fedeli per le funzioni nelle chiese che aprivano già all’alba, è passata quasi in silenzio.

La “voce” mattutina, tanto cara agli stabiesi, quasi sempre di anonimi pescatori che vogliono ricordare il voto “per grazia ricevuta” fatto, secondo la tradizione popolare, durante qualche scampata tragedia tra le perigliose acque marine, annuncia soprattutto ai fedeli (fratelli e sorelle che si raggruppano, un tempo più che oggi, nelle storiche congreghe), l’inizio (oltre poco l’alba, nelle chiese dei rioni), della particolare liturgia che dura dal 26 novembre fino al giorno otto, cioè tra “novena”, e “dodicina” (i giorni vengono chiamati stelle e il cantore le enumera progressivamente), forse a ricordo dei dodici apostoli. Le cerimonie religiose si svolgono, sia a Castellammare di Stabia, sia in molte chiese della Penisola Sorrentina, poco oltre l’alba per consentire la partecipazione alla messa soprattutto dei lavoratori del primo turno. Circa le origini della singolare tradizione, che si conclude con un “falò”, anch’esso sacrificato quasi per ragioni di opportunità e di ordine pubblico, intorno al quale si riunisce in preghiera il popolo dei fedeli, la sera del sette dicembre, hann

o il privilegio di essere ricordate con una testimonianza scritta su una parete della villa degli Scavi di Stabiae, che documenta come già nel Settecento il nome dell’Immacolata era largamente diffuso e certamente di grande devozione (le maestranze del cantiere navale fissano sempre una immagine della Madonna sulla nave prossima al varo).

Quindi, già molto prima della definizione dogmatica pronunciata da Pio IX l’8 dicembre 1854, il nome della Madonna Immacolata, così appellata, era popolarissimo e ciò è anche dimostrato dal gran numero di chiese, ben dodici, e cappelle dedicate alla Madonna, compatrona di Castellammare di Stabia (elezione sancita con atto ufficiale del 13 settembre 1838), insieme con san Catello, principale protettore ed altri santi. La scritta scalfita sull’intonaco dell’antica villa, opera di un ignoto scavatore, o di uno dei tanti manovali che si avvicendavano durante i lavori di scavo per riportare alla luce le antiche ville, risale alla seconda campagna di scavo promossa da Carlo di Borbone il 7 giugno del 1749 e condotta fino al 1762; poi i lavori, dopo una interruzione, furono ripresi nel 1775 e durarono fino al 1782. 

Oggi, anche gli Scavi di Stabia, di immenso valore artistico, soprattutto per le soluzioni architettoniche adottate e per le figurazioni pittoriche che dimostrano la “maturità” degli esecutori nell’elaborazione degli originali greci, sono diventati oggetto di contraddizioni politiche e culturali non distanti anche da interessi economici.

Le ville riscavate in modo coordinato dal Cinquanta in poi, grazie alla solerzia e passione del preside Libero D’Orsi, hanno bisogno solo di essere meglio conosciute e valorizzate.

Non di sterili  lungaggini burocratiche  e di progetti.


martedì 8 dicembre 2020 - 09:18 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

 



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