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La Campania si affida a Spes sognando di tornare felix. Stilata la mappa delle contaminazioni

Non solo nella “Terra dei Fuochi”, salute a rischio anche nelle valli dell'Irno e del Sabato. In passato inquinamento oggetto di studio anche dai progetti indipendenti Veritas e Task Force Pandora

di Gioacchino Roberto Di Maio


   Foto Google

È denominato Spes, Studio di esposizione nella popolazione suscettibile, il programma di monitoraggio della popolazione umana esposta all’inquinamento ambientale che ha consentito di stilare la mappa delle contaminazioni in Campania. Il progetto è stato sviluppato dall’Istituto Zooprofillatico Sperimentale del Mezzogiorno in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli. Quest'ultimo ha chiuso una prima e complessa fase di ricerca completando un ciclo di attività iniziato con Qr Code Campania, il progetto volto a consentire ai consumatori di conoscere, proprio attraverso l’utilizzo della tecnologia Quick Response e del relativo codice, i dati dell’azienda produttrice di un bene alimentare e quante e quali analisi vengono effettuate e con quali risultati sugli alimenti. Ad esso è poi seguito “Campania Trasparente”, il piano di biomonitoraggio ambientale che ha analizzato migliaia di campioni di tutte le matrici agricole e ambientali del territorio campano grazie all’istituzione della Task force inter-ministeriale Terra dei Fuochi, alla Regione Campania, all’ARPAC e al contributo delle Università campane. Si è trattato di un importante e innovativo piano di monitoraggio su aria, suolo, acque, matrici animali e vegetali. L’obiettivo prioritario è stato valutare la relazione tra inquinanti ambientali (metalli pesanti, IPA, PCB, Diossine, ecc) e salute in Campania, misurando in maniera sistematica biomarcatori di esposizione, di effetto o danno nei fluidi biologici, al fine di verificare eventuali differenze di rischio e/o di salute fra residenti nelle diverse aree territoriali campane.

Stilare una mappa delle contaminazioni è stato possibile dopo anni di lavoro che hanno incrociato gli effetti dei contaminanti ambientali sull’organismo umano. Un’altra novità è stata rappresentata dal catasto delle utenze idriche che ha finalmente portato alla luce migliaia di pozzi non certificati. Uno studio particolareggiato ha, nel dettaglio, portato all’individuazione di 400mila pozzi abusivi, spesso utilizzati per irrigazione o allevamento. Lo studio ha rivelato anche che, al contrario delle falde superficiali, le falde sotterranee sono in buono stato qualitativo.
Orgoglioso il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. «Abbiamo condotto una grande operazione verità – ha sottolineato il Governatore –, si sono riscontrati picchi in alcune aree interessate da una particolare attività industriale e non vi è un inquinamento generalizzato come qualcuno voleva far credere. Questo piano servirà a potenziare le attività di prevenzione e di intervento mirato in quei territori che saranno monitorati».

LO STUDIO. Una massiccia attività di comunicazione e divulgazione ha consentito di raccogliere circa 30.000 adesioni su base volontaria tra cui sono stati arruolati 4.200 cittadini della Regione Campania residenti in 175 Comuni delle province di Napoli, Caserta, Avellino e Salerno. Sulla base di un indice di pressione ambientale calcolato mediante un modello di valutazione dei livelli di contaminazione delle matrici ambientali e di altri fattori di rilievo quali la presenza di discariche o siti contaminati, sono stati raggruppati in 3 differenti aree di impatto (alto, medio e basso) e 21 differenti clusters. Il modello di biomonitoraggio ha rappresentato un unicum nel contesto sanitario e di ricerca sia per il volume della popolazione arruolata e sottoposta a screen, che per aver introdotto un nuovo approccio di Sanità Pubblica in Regione Campania basato sulla valutazione preventiva del rischio sanitario ambientale e sulla sua gestione. I soggetti selezionati sono stati sottoposti ad un monitoraggio attraverso lo studio dello stile di vita, in relazione all'ambiente circostante e ai suoi fattori inquinanti, e dell'analisi di urine, sangue e feci, evidenziando situazioni in alcuni casi in contrasto con le informazioni conosciute finora. In 5 anni aree di particolare rilievo sono state rilevate nella Vale del Sabato, nella Valle dell’Irno e in alcuni comuni del confine tra Napoli Nord e Caserta, quella “Terra dei Fuochi” devastata dai roghi tossici. Nella Valle dell’Irno, in particolare, i livelli medi sierici di mercurio rilevati sono superiori alla media dell’intera popolazione esaminata e i livelli medi delle diossine e degli altri composti simili (PCB, PCDD, PCDF) risultano costantemente superiori rispetto a quelli misurati nei restanti cluster. I risultati delle analisi dei biomarcatori di effetto sono proporzionali alla concentrazione di metalli o diossine nel sangue. «Questo studio ci consente di intervenire non soltanto con azioni mirate per rimuovere i fattori inquinanti – spiega il direttore dell’Istituto Zooprofilattico, il dottor Antonio Limone –, ora potremo organizzare una medicina preventiva che intervenga prima che si conclamino patologie strettamente legate a quegli elementi inquinanti. Abbiamo un quadro aggiornato della realtà campana e siamo impegnati a contrastare ed eliminare le cause dell’inquinamento. Questo lavoro si unirà con la realizzazione di strutture di prevenzione sui territori».
Non solo lo Spes, la questione inquinamento in Campania era stata oggetto negli anni addietro anche di alcuni studi indipendenti.

VERITAS. Nel dicembre 2019 l’oncologo Antonio Giordano, presidente della Sbarro Health Research Organization di Philadelphia, aveva presentato alla Camera dei Deputati, alla presenza del ViceMinistro Pierpaolo Sileri, il progetto “Veritas”, studio epidemiologico indipendente da cui emergevano alterazioni dei livelli ematici di metalli pesanti ed inquinanti organici persistenti su un gruppo di pazienti oncologici residenti in Campania. Analisi pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale di medicina Journal Cellular Physi

ology che in Italia non raccolse la giusta risonanza, un po’ come capitato anni prima alla dottoressa Paola Dama, ricercatrice presso la Ohio State University di Columbus e fondatrice della Task Force Pandora, un gruppo di studiosi che ha focalizzato i propri studi sulla “Terra dei Fuochi”.

TASK FORCE PANDORA. Ideato nel dicembre 2013, il progetto Task Force Pandora ha coinvolto sino al settembre 2017 professionisti da ogni parte di Italia e del mondo al fine di raccogliere dati ed informazioni riguardanti la “Terra dei Fuochi”, analizzarli criticamente con un approccio rigorosamente scientifico ed elaborare eventuali proposte in merito alla caratterizzazione dei siti e della loro bonifica attraverso il metodo del peer review, ovvero la procedura di valutazione e di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca effettuata da specialisti del settore per verificarne l'idoneità alla pubblicazione o al finanziamento. La sfida proposta era quella di fornire materiale tecnico-scientifico con l'ambizione di poter mettere a sistema i dati e le informazioni a disposizione per poter combattere gli errori logico-deduttivi che hanno tratto in inganno la popolazione della “Terra dei Fuochi”, area in cui avviene quotidianamente lo smaltimento criminale di rifiuti combusti e riciclo illegale di metalli. Si tratta di una entità geograficamente indistinta che ha finito con l’identificare, nell’immaginario collettivo, tutta la zona centro-occidentale della Campania. Lì la terra maltrattata restituisce quotidianamente lacrime e danni sotto forma di barili contenenti idrocarburi e altro materiale nocivo rinvenuto anche in una cava in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, al di sotto di un campo coltivato a pomodorini. Oltre 250mila tonnellate di rifiuti sono d’altronde stati smaltiti illecitamente in queste zone grazie ad un consolidato sistema che negli anni addietro ha reso la Campania “InFelix”. Eppure nella “Terra dei Fuochi”, su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati in 57 comuni, le aree ritenute sospette rappresentano soltanto il 2% per un totale di 21.5 km quadrati. Il dato è contenuto nell’indagine compiuta dal Ministero delle Politiche Agricole in seguito all’approvazione del Dl 136/2013 per fronteggiare l’emergenza ambientale in questa zona della Campania. È stata inoltre realizzata la prima banca dati centrale del territorio ed istituito un gruppo di lavoro che puntava a replicare la metodologia di indagine messa a punto su qualsiasi altra area. Si trattava del primo passo di un’operazione mirata a restituire credibilità ai prodotti campani che, pur provenendo in larghissima parte da terreni non contaminati, hanno subito un crollo delle vendite. «Tutte le piante – sottolinea Paola Dama, forte anche dei dati raccolti da Task Force Pandora –, dai pomodori ai broccoli, non accumulano sostanze tossiche nelle parti che mangiamo anche se coltivate in terreni contaminati o irrigate con acque contenenti inquinanti. Il degrado ambientale in alcune zone ha creato un danno di immagine, ma questo non deve intaccare il nostro comparto agroalimentare, considerato una eccellenza in tutto il mondo. Abbiamo ancora un territorio massacrato dal degrado e dal fenomeno criminale dei roghi, bisogna trovare sinergia nell'opera dei cittadini, della politica e delle istituzioni. Nel 2017 abbiamo deciso di interrompere il nostro progetto, essendo io stessa stata vittima di attacchi di tutti i tipi, anche i più vili ed al limite del vilipendio. Si è scelto di avvalorare tesi non comprovate da alcuna risultanza tecnica e, in nome di un mal inteso principio di precauzione, di sperperare enormi quantitativi di denaro in azioni probabilmente inutili laddove, invece, avrebbero potuto e dovuto essere spesi in maniera assai più razionale e mirata. Siamo convinti che i cittadini della “Terra dei Fuochi” meritino un futuro molto migliore di quello che gli si prospetta dinanzi oggi. I dati pubblicati in questi giorni dal programma Spes dimostrano che abbiamo avuto ragione su tutto, motivo per cui sta maturando dentro di noi l'intenzione di ripartire riprendendo il nostro lavoro spontaneo, volontario e non retribuito da dove ci eravamo fermati. Lo studio Spes, in tal senso, rappresenta un notevole passo avanti nel tentativo di individuare le zone più critiche e riqualificare il territorio campano».

La situazione ambientale dell’area riguardante la “Terra dei Fuochi” è d'altronde peculiare e complessa: la presenza di siti contaminati, lo scarso stato qualitativo dei corpi idrici, le pratiche di smaltimento illegale dei rifiuti e la combustione incontrollata di sversamenti illeciti, rende molto complessa l’identificazione della popolazione esposta oggetto dello studio. È verosimile che la popolazione residente nei comuni di tale area sia stata sottoposta, nel corso degli anni, all’effetto combinato di diversi fattori di rischio: stile di vita, attività professionale e inquinamento delle matrici ambientali. In tale popolazione l’effetto combinato di tali fattori provoca un’aumentata suscettibilità alle patologie cronico-degenerative, congenite ai tumori.È riconosciuto, inoltre, che l’effetto combinato di diversi fattori di rischio non ha le stesse conseguenze sulle persone, anche se appartenenti al medesimo gruppo familiare, in quanto esiste una specifica risposta individuale (genetica) al danno. E proprio in questo contesto si è calato il programma Spes, di fatto uno studio con approccio innovativo, non-convenzionale, multi-disciplinare e multi-parametrico in grado di perseguire obiettivi diversificati. Spes è di fatto l'acronimo di una Campania ferita che non ha intenzione di mollare, che ci crede, che riparte, che riscrive il suo futuro. Spes, come la speranza di origini latine che presto la Campania possa tornare felix.


domenica 27 giugno 2021 - 00:16 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

 



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