È uno degli allenatori emergenti più interessanti del panorama calcistico italiano. Ignazio Abate ha attirato l’attenzione di numerosi club tra Serie B e Serie A dopo l’ottima stagione alla guida della Juve Stabia. Le Vespe hanno chiuso il campionato al settimo posto, sfiorando l’accesso alla finale playoff per la promozione in massima serie.
Negli ultimi giorni il nome del tecnico è stato accostato con insistenza al Torino. Secondo le indiscrezioni, Abate avrebbe già incontrato i vertici del club granata e il confronto si sarebbe concluso con sensazioni positive da entrambe le parti. Uno scenario che rende sempre più probabile un futuro lontano da Castellammare di Stabia.
Nel frattempo, l’allenatore si è raccontato ai microfoni di Cronache di Spogliatoio, ripercorrendo le tappe che lo hanno portato a intraprendere la carriera in panchina.
«Ho avuto tanti allenatori che mi hanno lasciato qualcosa dentro, ma credo che sia fondamentale essere se stessi. Altrimenti non si riesce a trasmettere la propria identità», ha spiegato Abate.
Tra le figure che più lo hanno segnato c’è Leonardo: «Sono legatissimo a lui. Prima di ogni partita mi chiedeva qu
anti cross avrei fatto. Il problema è che Thiago Silva e Nesta riuscivano a superarci tutti. Era un gruppo spettacolare».
Importante anche l’influenza di Massimiliano Allegri: «Mi ha lasciato tanto». Ma il riferimento principale resta Roberto De Zerbi: «È l’allenatore che mi ha influenzato maggiormente. Ho studiato molto il suo modo di giocare e, al di là dell’aspetto tattico, mi piace soprattutto ciò che riesce a trasmettere ai suoi calciatori».
Abate ha poi approfondito la sua idea di calcio: «Il risultato è fondamentale, ma la qualità del gioco contribuisce ad aumentare l’autostima dei giocatori e il loro livello di fiducia. Anche il pubblico ha un ruolo importante, perché vuole divertirsi e identificarsi in una squadra propositiva».
Infine, il tecnico ha raccontato il momento in cui è nata la sua passione per la panchina: «Quando ho deciso di smettere di giocare pensavo a una carriera da dirigente. Mi affascinava l’idea di lavorare con i giovani. Poi un giorno mi chiamò Daniele De Rossi e, dopo un mese di frequenza al corso per allenatori, si accese qualcosa dentro di me. In quel momento ho capito che quella sarebbe stata la mia strada».