Tentò di imporre assunzioni ad un imprenditore, il ras del clan Cesarano di Ponte Persica incassa una condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione. È arrivata la stangata per Vincenzo D'Apice dai giudici del tribunale di Torre Annunziata che lo hanno condannato per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Con lui è stato condannato anche Agostino Cascone, operaio incensurato che lo accompagnava nelle sue richieste. L'inchiesta della Dda di Napoli si basa sui filmati delle telecamere di videosorveglianza di un negozio alla periferia tra Castellammare e Pompei. Gli occhi elettronici nell'estate del 2016 hanno immortalato D'Apice e Cascone entrare e uscire poco dopo dall' attività. Secondo l'accusa il ras del clan Cesarano avrebbe approfittato di un permesso premio, dopo aver scontato circa 20 anni
di galera, per andare a imporre due assunzioni. "Non li voglio più i posti, domani meglio che non apri proprio", questa la minaccia all'imprenditore impaurito visto che conosceva i trascorsi di Vincenzo D'Apice alias 'o bumbularo. Il ras ha provato a difendersi davanti ai giudici oplontini spiegando di voler dare "un futuro" a due suoi parenti "perché qua funziona che ci vuole la raccomandazione". Poi i suoi legali hanno spiegato che non è più un affiliato al clan di Ponte Persica da quando scopri che dietro la morte del padre c'era proprio la mano della cosca. Per Cascone invece la difesa è stata strenua, si tratta di un incensurato e di un buon uomo trovatosi al posto sbagliato al momento sbagliato. Argomentazioni che non hanno convinto i giudici torresi che hanno inflitto le due condanne.