Cronaca

Castellammare - Persica Fest, don Antonio Gargiulo: «Non condanniamo per sempre le persone, condanniamo ciò che ferisce la dignità umana»

Il parroco di Santa Maria dell’Arco interviene sulla partecipazione di CL4VO: «Il passato non va cancellato, ma non può diventare una condanna a vita. Se crediamo nel recupero sociale, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere chi sceglie di cambiare»



Dopo le perplessità emerse sulla partecipazione del rapper Raffaele Di Martino, in arte CL4VO, al Persica Fest di Ponte Persica, in programma dall’11 al 13 settembre, interviene anche don Antonio Gargiulo.

La discussione era stata rilanciata anche a mezzo stampa, evidenziando i riferimenti alla criminalità presenti in alcuni testi del rapper e le reazioni di una parte della cittadinanza rispetto alla sua presenza nell’ambito di un evento benefico.

Il parroco della parrocchia Santa Maria dell’Arco di Ponte Persica ha scelto di intervenire sulla vicenda, condividendo lo spirito con cui l’associazione Quartiere Attivo ha motivato la propria posizione.

«Non condanniamo per sempre le persone: condanniamo ciò che ferisce la dignità umana».

«Come parroco della parrocchia Santa Maria dell’Arco di Ponte Persica, sento di condividere lo spirito con cui l’associazione Quartiere Attivo ha scelto di intervenire in questa vicenda.

Lo faccio perché credo che, prima ancora di discutere di un evento, di un artista o di un testo musicale, dobbiamo chiederci quale comunità vogliamo essere.

Una comunità capace di indignarsi davanti al male, certamente. Ma anche una comunità capace di riconoscere il bene quando comincia a farsi strada nella vita di una persona.

Non ho difficoltà a dire che dobbiamo avere un sussulto di indignazione davanti a tutto ciò che presenta come normale, desiderabile o vincente la violenza, la sopraffazione, il disprezzo dell’altro, la mortificazione delle donne o la criminalità. Soprattutto quando questi linguaggi raggiungono i nostri ragazzi e rischiano di diventare modelli di vita. Su questo non possiamo essere ambigui.

Ma proprio perché prendiamo sul serio la nostra responsabilità educativa, credo che non possiamo fermarci alla condanna immediata di un testo, né tantomeno trasformare quella condanna in un giudizio definitivo sulla persona.

Abbiamo bisogno di una lettura più profonda. Un testo musicale va ascoltato e contestualizzato. Occorre distinguere ciò che viene raccontato da ciò che viene realmente celebrato, la provocazione dalla convinzione, la rappresentazione di un mondo dall’adesione a quel mondo.

E c’è una questione ancora più importante: una persona non coincide per sempre con il proprio passato.

Questo non significa cancellare ciò che è stato. Non significa giustificare gli errori. Non significa dimenticare le responsabilità

;. Significa, però, riconoscere che il cambiamento è possibile.

Ed è proprio questo che leggo nel comunicato di Quartiere Attivo: l’associazione non intende celebrare il passato di nessuno. Intende offrire una possibilità al presente e al futuro di una persona che, dopo una storia difficile, sta cercando di percorrere una strada diversa. Io credo che questo sia un valore.

Se diciamo di credere nel recupero sociale, nel reinserimento, nella rieducazione e nella prevenzione, dobbiamo poi avere il coraggio di essere coerenti. Perché non possiamo chiedere a una persona di cambiare e, quando prova a farlo, continuare a ricordarle soltanto ciò che è stata.

Condannare un comportamento non significa condannare per sempre una persona.

Anzi, forse proprio qui si misura la maturità di una comunità. Una comunità adulta non è quella che non vede il male. È quella che sa riconoscerlo e chiamarlo per nome, senza però smettere di credere che una persona possa scegliere un’altra strada.

Ponte Persica ha bisogno di questo sguardo.

Ha bisogno di una comunità che non neghi le proprie ferite, ma che non permetta nemmeno che quelle ferite diventino l’unico modo per raccontare il territorio e le persone che lo abitano.

Abbiamo bisogno di cultura, di musica, di lavoro, di relazioni positive, di occasioni di incontro e di responsabilità. Abbiamo bisogno di spazi nei quali un giovane possa scoprire che la propria storia non è necessariamente il proprio destino.

E abbiamo bisogno di adulti capaci di dire ai ragazzi che alcune strade fanno male, distruggono e non possono essere imitate, ma anche capaci di dire a chi sta cercando di cambiare: “Noi vediamo il tuo cambiamento. Adesso dimostralo con la tua vita”.

Questo, a mio avviso, è il senso più profondo del recupero sociale.

Come parroco, sento che questa è anche una responsabilità della Chiesa: non essere ingenua davanti al male, ma non diventare nemmeno una comunità che inchioda le persone ai propri errori.

Il Vangelo ci insegna una cosa difficile e preziosa: dire la verità sul male senza smettere di credere nella possibilità del bene.

Perché una comunità non deve soltanto chiedere alle persone di cambiare. Deve anche essere capace di riconoscere, sostenere e accompagnare chi quel cambiamento lo sta realmente scegliendo.

Il passato non va cancellato.

Ma non può diventare una condanna a vita».


venerdì 11 settembre 2026 - 20:47 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

 



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