C’è un’immagine che resta più della sconfitta, più del risultato, più persino dell’eliminazione playoff. È quella di una squadra uscita dal campo tra gli applausi, dopo aver lottato fino all’ultimo secondo contro il Monza, senza paura, senza complessi, senza mai rinunciare alla propria identità.
La Juve Stabia saluta la corsa verso la Serie A, ma lo fa lasciando qualcosa di molto più importante di una qualificazione sfumata: lascia un esempio. E Castellammare di Stabia, oggi più che mai, ha bisogno di esempi.
Per settimane la città ha sognato davvero. Lo ha fatto dopo l’impresa di Modena, lo ha fatto nel pareggio del Menti pieno di rimpianti e orgoglio, lo ha fatto anche nella gara di ritorno, quando contro una squadra costruita per vincere le Vespe hanno continuato a giocarsela senza smettere mai di crederci. È lì che si misura la grandezza di una squadra: non solo nei risultati, ma nella capacità di restare fedele a sé stessa.
Questa Juve Stabia ha ricordato a tutti cosa significhi il motto stabiese: “Post fata resurgo”. Dopo la caduta, mi rialzo. Una frase che appartiene alla storia della città, segnata da ferite industriali, crisi economiche, occasioni mancate e ripartenze continue. Ma anche una frase che oggi trova nel calcio una delle sue rappresentazioni più autentiche.
Perché la Juve Stabia di Ignazio Abate è stata esattamente questo: una squadra capace di rialzarsi sempre, di superare i limiti, di andare oltre i pronostici. Una “piccola&rdquo
; che non ha accettato il ruolo della comparsa e che ha avuto il coraggio di guardare negli occhi realtà economicamente e strutturalmente più forti.
E forse è proprio questo il messaggio più potente lasciato da questa stagione. Castellammare troppo spesso si racconta attraverso ciò che non funziona, attraverso le emergenze, i problemi, le difficoltà quotidiane. Invece questa squadra ha riportato al centro parole diverse: appartenenza, sacrificio, organizzazione, ambizione.
Ha restituito entusiasmo a una città intera. Ha riempito lo stadio, i bar, le piazze. Ha fatto sentire i tifosi orgogliosi di essere stabiesi anche lontano da casa. E soprattutto ha dimostrato che non servono necessariamente i budget più alti o i nomi più altisonanti per competere: servono idee, lavoro, identità.
Ignazio Abate e questo gruppo di calciatori hanno costruito qualcosa che va oltre il calcio. Hanno creato un modello emotivo e sociale in cui Castellammare può riconoscersi. Una squadra operaia, feroce, imperfetta ma vera. Una squadra che non si è mai arresa.
La Serie A non è arrivata. Ma forse, per una volta, il risultato finale racconta meno della strada percorsa.
E gli applausi ricevuti al termine della sfida col Monza valgono quanto una vittoria. Perché ci sono sconfitte che chiudono un ciclo e altre che invece aprono una consapevolezza.
Questa Juve Stabia ha ricordato a Castellammare che si può ancora sognare. Anche partendo da dietro. Anche contro i più forti. Anche quando nessuno ci crede davvero.