La ricostruzione di una grave complicanza ostetrica che sarebbe stata gestita in violazione delle linee guida e il successivo smaltimento dei reperti biologici fetali, che secondo l'accusa sarebbe stato finalizzato a impedire gli accertamenti medico-legali. È su questo impianto indiziario che si fonda il provvedimento restrittivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torre Annunziata, in relazione al decesso di un neonato avvenuto il 28 marzo 2024, un mese dopo la nascita presso l'ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia.
Secondo la ricostruzione tecnica supportata dalle indagini suppletive della Procura, il neonato sarebbe venuto al mondo in arresto cardiorespiratorio con conseguente encefalopatia tossica dovuta a una grave ipossia-asfissia durante il travaglio. L'evento patologico critico sarebbe coinciso con una distocia di spalla, una rara e improvvisa complicanza meccanica in cui il corpo del feto rimane incastrato nel canale vaginale dopo la fuoriuscita della testa. Stando al teorema accusatorio, l'equipe medica avrebbe omesso di eseguire le specifiche manovre posturali ed esterne previste dai protocolli sanitari e avrebbe proceduto invece per diversi minuti con presunte erronee e prolungate trazioni dal capo, che avrebbero compresso il torace del piccolo in assenza di ossigeno.
Il quadro indiziario si focalizza in modo dettagliato anche sulle ore successive al parto. La cartella clinica, giudicata dall'ufficio del GIP estremamente scarna e incompleta in merito ai tempi e alle modalità degli interventi attuati, recherebbe l'annotazione secondo cui il bambino sarebbe nato con un "nodo vero" sul cordone ombelicale. I magistrati inquirenti ipotizzano che tale anoma
lia biologica non fosse preesistente, ma che sia stata confezionata artificialmente in sala operatoria per precostituire una giustificazione medica e attribuire il soffocamento a una causa naturale. Per dare forza a questa versione, il nodo sarebbe stato tempestivamente fotografato. Subito dopo lo scatto, la placenta e l'intero cordone ombelicale sarebbero stati infatti smaltiti tra i rifiuti speciali in violazione dei regolamenti interni. Tale smaltimento avrebbe reso impossibile per i consulenti della Procura l'effettuazione dei necessari esami istologici, gli unici che avrebbero potuto verificare la genuinità dei tessuti e rivelare se la stretta sul cordone fosse avvenuta durante la vita intrauterina o post-mortem. L'ipotesi trova riscontro in intercettazioni ambientali in cui si registravano confronti sulle versioni di comodo da fornire agli audit interni della direzione sanitaria.
In relazione all'attività di alterazione della scena clinica e documentale - rubricata come presunta frode processuale, falso ideologico e depistaggio - il teorema accusatorio della Procura, recepito in sede cautelare dal GIP, ripartisce i ruoli formali all'interno del reparto. Le contestazioni individuano infatti l'ex primaria Eutalia Esposito nella veste di presunta istigatrice, mentre un'ostetrica viene indicata quale esecutrice materiale sia della falsificazione della scheda del parto sia dello smaltimento dei tessuti fetali volti a occultare quanto realmente accaduto in corsia. Le contestazioni si collocano nell'ambito delle indagini preliminari, i fatti non sono ancora stati accertati con sentenza definitiva e per tutti i sanitari coinvolti vige la piena presunzione di innocenza fino all'ultimo grado di giudizio.