Torna a parlare Emanuele D'Apice, il neo eletto presidente del consiglio comunale di Castellammare di Stabia finito al centro delle polemiche dopo il discorso di ringraziamento (al momento dell'insediamento) nei confronti di suo padre, condannato per associazione al clan dei Cesarano. A quelle parole rispose l'intera maggioranza di centrodestra che decise di applaudire il giovane consigliere scatenando la feroce reazione delle forze politiche di minoranza e anche dell'intera opinione pubblica. Sono seguite interrogazioni parlamentari, accuse al veleno fra i rappresentanti dell'amministrazione comunale e infine l'arrivo della commissione d'accesso nelle stanze di Palazzo Farnese per volere di Prefettura e Ministero dell'Interno.
«Dal momento in cui è scattato quell’applauso in aula la mia vita è diventata un inferno, un tormento – ammette D’Apice - Quello doveva essere un mio momento di riscatto sociale, il riscatto di un giovane che ha vissuto sulla propria pelle il male della camorra e lo ha sconfitto con tutta la propria famiglia. Un giovane che dalla periferia di Castellammare con le sole proprie forze è riuscito a raggiungere una carica così importante. Invece, seguendo un disegno ben definito, l’opposizione politica in aula ha strumentalizzato quell’applauso in aula, ritagliando il momento alla perfezione ed inviando un messaggio lontanissimo e distorto dalla realtà. Un’opposizione in cui c’è chi fa due pesi e due misure per motivi di convenienza politica, puntando il dito contro di me che non ho mai commess
o reati e difendendo invece un ex presidente di Regione, solo perché suo amico, che ha appena ricevuto una condanna a 3 anni e mezzo di reclusione ed ha attaccato aspramente la magistratura, offendendo chi opera ogni giorno per affermare i valori di legalità e giustizia sui territori. La realtà è ben diversa ed è quella che ho appena descritto. Io rappresento il desiderio di riscossa dal cancro che ancora oggi martorizza la nostra terra. Mi dispiace di essermi espresso male, di non essermi fatto capire. Mi rendo conto che le mie parole, così pronunciate, hanno avuto l'effetto di un'offesa, uno sfregio, alle istituzioni. Istituzioni che ogni santo giorno, come prova a fare da tre anni a questa parte l’amministrazione di cui faccio parte, combatte per sconfiggere e abbattere la criminalità. Da quando è passato quel messaggio non vivo più. Sto pensando a tante cose, inutile negarlo. Vengo guardato con sospetto, vengo additato, non riesco a godere dei miei affetti. Con me le mie sorelle, anch’esse giovani professioniste votate al sociale, alla cultura. La camorra ha reso la mia infanzia un inferno, e adesso mio malgrado sto rivivendo quei momenti di buio, tormento e smarrimento. Guardo mio figlio e penso oggi ancor di più a ciò che ero io. Un bambino non dovrebbe mai provare quelle sensazioni, e farò ogni cosa in mio potere e lotterò fino a che avrò fiato in corpo affinché nessun bambino della mia terra martoriata dalla camorra possa provare sulla propria pelle quello che ho provato io».