«Varano va liberata dall'edilizia civile quanto da quella abusiva e da ogni altro ostacolo alla realizzazione di nuovi scavi e del Parco Archeologico di Stabiae». Olimpia De Simone non ammette discussioni in merito al destino della collina di Varano, che a suo dire andrebbe liberata da qualsiasi ingombrante opera edilizia, non solo abusiva, per consentire la valorizzazione dell'area archeologica e la crescita degli scavi di Stabia. La sua entrata a gamba tesa accresce persino il tenore delle accuse rivolte da Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei, nei confronti della gestione della collina di Varano, oppressa dall'abusivismo edilizio. Da anni in quell'area è invocato l'impiego del georadar, che consente di visionare fino a 12 metri di profondità se ci sono reperti archeologici e di realizzare un quadro completo dell'entroterra, come avviene con la tac per gli esseri umani. Ma questo strumento non è mai stato adottato su quel territorio, per giunta alle prese a lungo con un dilemma legato alle competenze tra due Soprintendenze e alla difficoltà da parte di tante passate amministrazioni di porre un freno al proliferare degli abusi. Se gli edifici insistono sui reperti, dovranno essere abbattuti, ma nessuno ha ancora mai messo a punto un serio percorso di valutazione dello stato di cose sulla collina di Varano, trascurando pertanto anche il potenziale del sito archeologico stabiese. Nominata da poco responsabile del progetto “Stabiae nel sistema archeologico vesuviano”, Olimpia De Simone analizza le prospettive di Varano e di Quisisana e il loro ruolo chiave nel progetto di rilancio e di valorizzazione del territorio.
«La situazione della nostra città richiede scelte lungimiranti, chiare e coraggiose. - spiega Olimpia De Simone - Riportare ricchezza e lavoro è possibile ma bisogna mettere al centro dell’agenda politica la collina di Varano (Stabiae) e il borgo di Quisisana. Questi luoghi della città possono restituire fama e orgoglio a Castellammare se riportati alla legalità, alla coscienza sociale e alla fruizione collettiva, recuperandone il valore storico e culturale, fino a permetterci l’inserimento in circuiti turistici culturali di fama mondiale e l’acquisizione dello status di Patrimonio dell’Umanità Unesco. Quisisana, dal canto suo, deve tornare ad essere l’avamposto del polmone verde degli stabiesi, il luogo di rappresentanza, quello in cui Stabiae e Castellammare si raccontano, l’emblema della Città Farnese e borbonica, della Cit
tà delle Acque. Da terre di confine, Varano e Quisisana devono tornare, insieme, ad essere luoghi di collegamento, fisico e concettuale, delle singole parti di Castellammare e della Città con i comuni del sistema stabiano, del sistema vesuviano, della penisola sorrentina e della costiera amalfitana, le risorse ambientali dei Monti Lattari, il nostro passato e il nostro futuro... il mondo. Queste scelte ci daranno il diritto e il dovere di accedere ai fondi del Grande Progetto Pompei per colmare le lacune sociali e quelle infrastrutturali, offrire i budget per realizzare le soluzioni allo steccato che si è creato tra gli abitanti del pianoro che nasconde Stabiae e la vocazione archeologica della città, che ha bisogno di ritrovare le testimonianze della propria storia affondando fin dentro le viscere di quella collina per ritrovare Grotta San Biagio e le radici della storia del nostro cristianesimo. Queste sono le scelte che ci permetteranno di affermare il ruolo di Stabiae e di Castellammare all’interno dell’ampio sistema, chiamato Buffer zone, che si sta sviluppando intorno al sito seriale Unesco "Pompei, Ercolano, Oplonti" che già conta più di 4 milioni di visitatori all’anno».
Olimpia De Simone, infine, teme che il Grande Progetto Pompei possa essere inquinato da intenti privati dei “palazzinari”. «La “carrozza” dei finanziamenti del Grande Progetto Pompei - spiega la De Simone - deve essere trainata dal cavallo della scelta politica più importante della nostra contemporaneità: essere una città che conserva, tutela, valorizza e promuove la propria storia, riconoscendo a questa vocazione turistica culturale tutto il potenziale economico che porta con sé, sostenibile per l’ambiente e la comunità. Bisogna lavorare con la popolazione perché questa scelta sia condivisa e sostenuta, perché la cittadinanza stessa se ne appropri e si trasformi in un popolo di imprenditori di sé stessi e del proprio territorio, assumendo i termini “accoglienza”, "storia", "identità", "professionalità" e "sistema territoriale" quali parole d'ordine della nuova coscienza degli stabiesi. In questa ottica risulta evidente che tale visione fa a cazzotti con qualsiasi ruolo nell'ambito dello stesso terreno di discussione parallelamente affidato a “palazzinari pubblici” e curatori di interessi privati, odierni o passati, sulle aree in questione, che darebbero lo stop alla nostra ultima potenziale grande risorsa economica».