Due nuovi capitoli, il settimo e l'ottavo, di una ricerca effettuata dal Dott. Raffaele Scala, sul Movimento Operaio di Castellammare di Stabia inviataci dallo stesso autore. In questo caso si ricordano, in occasione del 90° anniversario, i luttuosi fatti di Piazza Spartaco del 1921.
7. L'altra faccia di Piazza Spartaco.
Le elezioni del 31 ottobre 1920 premiarono gli sforzi della Camera del Lavoro e della sezione del Partito socialista, entrambe schierate sulle posizioni rivoluzionarie di Amedeo Bordiga e già avviate verso la costituzione del Partito Comunista d'Italia. Per 63 giorni si visse un epopea che per molti doveva somigliare a quanto accadeva in Russia dove la rivoluzione aveva trionfato e per la prima volta nella storia si sperimentava la costruzione di una nuova società non più fondata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Un'utopia che nell'Unione Sovietica non sarebbe durata molto, trasformando ben presto il sogno in incubo e per molti l'inizio di sofferenze inenarrabili a partire da alcuni degli stessi protagonisti della rivoluzione d'Ottobre, molti dei quali, travolti dagli eventi, pagarono con la vita il tentativo di ribellarsi, quando si resero conto che con l'avvento di Stalin ci si avviava non verso la libertà ma verso un regime di terrore e di morte. Ma questo in quegli anni nessuno lo poteva sapere, a nessuno era dato di immaginare fino a che punto si potevano tradire ideali così nobili quali erano e rimangono la costruzione di una società più giusta, senza nessuna distinzione in classi sociali, senza lo sfruttamento di pochi a discapito dei tanti costretti a subire le prepotenze dei forti, le umiliazioni dei ricchi, le violenze del potere costituito.
A Castellammare dunque il sogno, diventato realtà, di "fare come in Russia", era già per tanti altri l'incubo della dittatura del proletariato, dell'espropriazione dei beni, della fine della libera iniziativa, del libero mercato. E allora cominciarono ad organizzarsi. Le vicende di quei giorni, passati alla storia come i fatti di Piazza Spartaco, sono troppo note perché siano di nuovo qui riportate e si rinvia dunque per ogni ulteriore approfondimento al libro di Antonio Barone - lo sfortunato storico locale, precocemente scomparso a 55 anni il 30 marzo 1995 - che ha brillantemente ed esaurientemente raccontato quanto avvenne durante quei 63 giorni in Piazza Spartaco, edito dagli Editori Riuniti nel 1974.
Meno conosciuta, ormai scomparsa dalla circolazione, da almeno mezzo secolo e più, è invece la versione raccontata dallo storico fascista, Giorgio Alberto Chiurco, nella sua ponderosa e minuta ricostruzione degli eventi che portarono il Duce a conquistare il potere, Storia della Rivoluzione fascista. 1919-1922; cinque densi volumi di pura, sconfinata apologia pubblicati nel 1929 dalla Vallecchi Editori. Nel terzo volume, nelle pagine 29 e 30, si ricostruiscono sinteticamente i fatti di quei giorni, così come sono stati vissuti dal popolo di destra, l'altra faccia di Piazza Spartaco che qui riportiamo integralmente:
A Castellammare di Stabia la situazione era molto tesa per ragioni politiche, avendo tra le altre cose i popolari fatta combutta con i comunisti ed avendo questi ultimi perpetrato ogni sorta d'abusi appena giunti al potere. Così avevano soppresso molte spese devolute alla beneficenza per versarle a favore della Camera Confederale del Lavoro e delle organizzazioni estremiste. Avevano anche aumentato di alcune migliaia di lire l'assegno per il sindaco e pare che avessero anche stabilito delle indennità speciali per gli assessori. Tutti i partiti dell'ordine si ribellano ed è indetto in Piazza Giardino un comizio. Il Fascio di combattimento affigge un manifesto. Tutti i negozi nell'ora fissata sono chiusi. E, incolonnati in diversi cortei, gli elementi dell'ordine si recano alla piazza del comizio che riesce imponentissimo, e nel quale un Ordine del giorno vibrante è votato da trasmettersi al Governo. Intanto i sovversivi si erano tutti mobilitati presso la Camera del Lavoro.
La folla, all'uscita del comizio improvvisa un corteo che giunto all'altezza di Via Bonito, tra il seminario e il teatro, viene a contatto coi sovversivi i quali avevano, sul palazzo del Comune, issato la bandiera rossa. I sovversivi sparano colpi di rivoltella e lanciano bombe. Un proiettile raggiunge in piena fronte il maresciallo Carlino Clemente e l'uccide. Dinanzi all'aggressione improvvisa i dimostranti, per la maggior parte disarmati, fuggono. I carabinieri reprimono la rivolta a gran fatica e con l'aiuto di alcuni rinforzi circondano il Municipio nel quale si asserragliano i rivoltosi. I gravi disordini portano 8 vittime e cioè oltre il maresciallo Carlino anche i marinai Michele Esposito e Sabato Amato, e alcuni operai. Vi sono inoltre una diecina di feriti gravi e altri leggeri. E' proclamato lo sciopero generale nonostante le proteste degli operai. Sono operate numerose perquisizioni con sequestri di armi in gran copia. Sono arrestati il prof. Michelangelo Pappalardi, segretario della Camera del Lavoro e l'avv. Cecchi. E' perquisita la Camera del Lavoro. Unanime il cordoglio per la morte del maresciallo Carlino, che col sacrificio della sua vita, evitò la strage di diecine di persone.
Le contraddizioni e le omissioni sono evidenti, ma non poteva essere diversamente tenendo conto dello spirito partigiano di chi ha scritto. Ottanta anni dopo, all'indomani delle celebrazioni dei fatti di Piazza Spartaco, un protagonista di quella vicenda, scomparso nel 2004 a 105 anni, ritornò su quei giorni raccontandolo in uno scritto che consegnò ad un giornalista del Corriere del Mezzogiorno, Gimmo Cuomo. [1] Anche questa è una lettura di destra e ci è utile per completare una storia che ancora oggi suscita polemiche per le diverse verità che emergono, tanto più in una fase di revisionismo quale quella che oggi attraversiamo.
Le elezioni amministrative dell'ottobre 1920 portarono al comune i comunisti che festeggiarono la vittoria con cortei, con bandiere rosse e banda in testa, rami di limone carichi di frutta, al canto di "Bandiera rossa" e lancio di invettive agli avversari politici.
Il passaggio delle consegne dal Regio commissario, Prefetto Muffone, ai nuovi eletti avvenne in un clima euforico, il consigliere Martorano, in piedi su uno scanno agitava una foto di Lenin. Dopo che era stato designato il Sindaco, nella persona del prof. Pietro Carrese, il prefetto Muffone lasciò l'aula. ( preciso che al passaggio dei poteri, che il Commissario cedeva in nome del Re, gli scalmanati consiglieri gridavano "In nome di Lenin.
Nella prima seduta consiliare fu deciso di intestare a Spartaco, Piazza Municipio. La notte del 16 gennaio 1921 avvenne la sostituzione della targa. Il mattino del 17 gennaio gli studenti della scuola tecnica "G. Bonito" notato il cambiamento, in segno di protesta lanciarono un calamaio contro la nuova targa. Erano Giuseppe Monti e Michele Santaniello. Alcuni comunisti presenti all'atto li schiaffeggiarono e dissero: "Questo vale anche per i vostri amici.
Avevo appuntamento con amici in Piazza Municipio, notai un gruppo di studenti che si agitavano. Incuriosito mi avvicinai; i due predetti raccontavano l'accaduto; nel contempo giunsero i miei amici, Gaetano Canino, avvocato, Pasquale Erto, il medium Michele Bocchetti, vice cassiere della Banca d'Italia, il capitano Catello Criscuolo; ci facemmo raccontare da Monti e Santaniello ciò che era accaduto e stabilimmo di dimostrare pubblicamente contro l'Amministrazione Comunale. Costituimmo un Comitato, Canino Presidente, io Segretario. Ci recammo in questura per l'autorizzazione ad un corteo; il Commissario dottor Antonio Vignali ci presentò al Sottoprefetto Farina che ce lo concesse con la seguente riserva: "Fra tre giorni e percorso prestabilito", la richiesta fu firmata da noi cinque.
Nei tre giorni che precedettero la manifestazione, ci demmo da fare affinché la manifestazione ottenesse il più alto consenso, come recapito l'Associazione Combattenti, presso la cappelleria Grottola, di proprietà del Presidente Capitano Gioacchino. Fu aperta una sottoscrizione tra commercianti e anticomunisti; si cercava una banda, quelle conosciute non aderirono, dovemmo optare per una sconosciuta. S'incaricò l'operaio Pasquale Laus a cercarla, a Castellammare non c'era ancora il Fascio di combattimento, nella zona c'era solo una sezione a Pimonte. Avevamo bisogno di un locale per riunirci, il dott. Salvatore Imparato ci mise a disposizione la sede dell'Associazione Democratica, della quale era Presidente, il locale al Corso dove attualmente c'è la Scavolini.
Tre giorni d'intenso movimento, ma si raggiunse lo scopo. La mattina del 20 gennaio, grande adunata presso l'Associazione Democratica. Erano presenti le varie associazioni, con le bandiere, i fascisti di Pimonte erano intervenuti con il loro gagliardetto; si attendevano i popolari, Silvio Gava era il segretario del partito e Raffaele Russo del loro sindacato. Volevano che il corteo si muovesse dalla loro sede, Palazzo Alvino, ma dovettero recedere. La manifestazione l'avevamo organizzata noi e non doveva avere sfondo politico. Si mosse, Banda in testa, dall'associazione Democratica. In villa comunale, dalla Cassa Armonica lessi il comunicato e l'ordine di percorso: Largo Quartuccio, Via Prima e Seconda De Turris, Santa Caterina, ritorno per Via Bonito e senza sosta in Piazza Municipio, attraverso via Mazzini, al punto di partenza.
Tutto si era svolto con la massima tranquillità, si seguiva il binario della ferrovia, la testa del corteo era giunta in vista di Piazza Municipio, sulla torretta di Palazzo Farnese fu issata la bandiera rossa con falce e martello, dai balconi stipati di compagni, con megafoni si lanciavano invettive contro i dimostranti e s'invitava ad avvicinarsi. I carabinieri formarono un cordone dall'angolo dell'ospedale San Leonardo al portone del Seminario per impedire ai dimostranti di aderire all'invito dei facinorosi, diversi audaci riuscirono ad attraversarlo.
Dal comune si sparava, cadde il maresciallo dei carabinieri Clemente Carlino, Luigi Musolino corse in aiuto, era morto, spostò il cadavere accostandolo al muro del Seminario. Con Renata Fusco ed Andrea Cosenza volevamo ripararci nel Seminario, il portone vigilato da un agente di finanza fu chiuso, rimanemmo esposti ai proiettili, fui ferito alla gamba destra, la Fusco atterrita non cessava di battere il martelletto, il portello si aprì. Dal terrazzo sovrastante l'officina dell'acquedotto si poteva vedere la piazza cosparsa di rottami di marmo. La notte avevano divelto tutti i divisori degli orinatoi per farne proiettili, le scale della cattedrale, occupate da gente armata di randelli, gente venuta da Gragnano che, nonostante la festività di San Sebastiano, era scesa a dar man forte ai compagni. I carabinieri, visto cadere il loro maresciallo aprirono il fuoco contro il comune e verso la cattedrale, da dove erano partiti i primi colpi. Cessato il fuoco, le forze dell'ordine entrarono nel palazzo comunale, impedendo a tutti di uscirne. I comunisti si erano asserragliati ai piani superiori; si attendeva l'arrivo del Procuratore del Re.
Chi ha ucciso veramente il maresciallo Clemente Carlino? Il processo che si celebrò nei mesi successivi in Corte d'Assise, tra il 7 febbraio e il 6 aprile 1922, giorno del verdetto definitivo, assolse i quindici imputati rimasti in carcere dopo le centinaia d'arresti seguiti ai tragici eventi di quelle ore e Antonio Barone, nella sua r
icostruzione storica, tende a dimostrare come effettivamente il colpo di pistola non poteva essere partito dai socialisti. Dice, anzi, chiaramente come, dalle testimonianze a favore degli imputati, emerge quasi subito il vero probabile uccisore del maresciallo: Andrea Esposito detto Raimo, così descritto dal giornalista stabiese, Piero Girace, nel suo volume, Le acque e il maestrale:
Un tipo tra il signore di campagna ed il mercante di cavalli, alto robusto, di carattere rumoroso e guascone, il quale vestiva quasi sempre alla cacciatore, stivaloni gialli, frustino e cappello sulle ventitrè.
Ardente nazionalista e organizzatore di manifestazioni patriottiche, candidato senza fortuna nelle elezioni del 31 ottobre 1920, Andrea Esposito riuscirà a conquistare l'agognato seggio nelle amministrative tenutesi il 10 aprile 1922 e diventare perfino assessore.
Contro "Raimo" aveva provato a testimoniare uno degli stessi imputati, il decaduto assessore socialista all'acquedotto Antonio Esposito affermando di averlo riconosciuto chiaramente sulla loggia del Seminario a causa di un impermeabile chiaro che Andrea Esposito era solito indossare, la stessa loggia dalla quale, secondo i socialisti, era partito il colpo di pistola assassino. Ma contro il giovane socialista - era nato il 17 marzo 1895 - passato al Partito comunista, Antonio Esposito, si erano rivolti, invece, i sospetti del giudice istruttore convinto che fosse proprio lui il maggiore responsabile dell'accaduto e autore del fatidico assassino colpo di rivoltella. Questo sospetto accompagnerà Antonio Esposito per molto tempo, tant'è che nella sua scheda biografica di pericoloso rivoluzionario, redatta dalla Sotto prefettura di Castellammare, conservata presso l'Archivio centrale dello Stato, iniziata il 12 marzo 1923 e nella quale è descritto come un "perduto sovversivo", di lui si dice che dalla voce pubblica fu additato come colui che dal palazzo municipale con una pistola militare avesse ucciso il maresciallo dei RR.CC., Carlino Clemente.. [2]
Di agiate condizioni economiche, Antonio Esposito aveva, secondo l'estensore delle note di polizia, un carattere violentissimo. Uomo di cultura e di grande intelligenza, studente universitario in ingegneria, fu ferito in guerra riportando una cicatrice all'occipite. Ultimo segretario della sezione comunista nel 1923, espatriò in Francia nel giugno 1926. Nel novembre 1941, a Parigi, dove aveva ormai fissato la sua residenza, chiese l'iscrizione al Partito Nazionale Fascista, concludendo in questo modo la sua parabola politica. [3]
Chi fu dunque l'assassino del maresciallo Carlino? Il fascista Andrea Esposito, detto Raimo, l'uomo a cui il 28 ottobre 1922 i gerarchi campani affideranno l'incarico di guidare le camicie nere stabiesi nella storica marcia su Roma, oppure il comunista, "perduto sovversivo", Antonio Esposito? La verità non la sapremo probabilmente mai.
Di questa vicenda ne scrisse anche "Il Risveglio di Stabia" con un editoriale del suo direttore così commentando questa luttuosa pagina di storia cittadina:
Col cuore straziato prendiamo la penna per dire poche parole sulla luttuosa giornata di giovedì 20 gennaio, chiusasi con la morte di sei persone e con innumerevoli feriti. Fra le vittime sono da annoverar due militi della Benemerita, di cui il compianto Maresciallo Carlino Clemente, fulminato da una palla assassina. Ai poveri morti mandiamo il nostro saluto; ma al valoroso Maresciallo Clemente Carlino, caduto vittima del proprio dovere, commossi esprimiamo tutto il nostro dolore e quello della cittadinanza stabile, che spande sul suo feretro fiori d'ammirazione e di rimpianto. [4]
8. La targa in ricordo del maresciallo Clemente Carlino
Alcuni anni dopo, ci fu chi continuava a ricordarsi dello sfortunato Clemente Carlino, nativo di Grazzanise, morto ammazzato ad appena 40 anni. Antonio Vignale, Commissario capo della pubblica sicurezza di Castellammare scriveva, nel febbraio del 1930, al Commissario prefettizio Roberto Ausiello ricordando i luttuosi fatti del 20 gennaio 1921:
L'eroico sottufficiale dell'Arma era in quell'occasione al mio fianco ed a quello del Capitano dei RR.CC. Cav. Romano e mentre nobilmente ed energicamente ci coadiuvava nel resistere alla folla incalzante, che tentava di spezzare i cordoni ivi disposti a sbarramento della Piazza Municipio, cadde in mezzo a noi vigliaccamente colpito a morte. Col suo sacrificio scongiurò il sacrificio di altri, poiché la sua fine contribuì a limitare le conseguenze del conflitto, che di certo sarebbero state ancora più luttuose di quelle che furono.
Unanime fu il cordoglio per l'esecrando delitto, rimasto purtroppo impunito per verdetto negativo della giuria napoletana: unanime la commozione durante il trasporto all'ultima dimora della salma insanguinata, su cui la cittadinanza profuse fiori e lacrime - l'estinto lasciò la vedova, signora Squillante Silvia, nativa di Sarno, ove si ritirò.
Nell'epoca che immediatamente seguiva ai luttuosi fatti... più volte si ventilò l'idea di murare, al posto dove il Carlino cadde, una targa di marmo o di bronzo, la quale ne ricordasse il sacrificio (...) ma questa eroica vittima rimase e rimane tutt'ora immeritatamente oscura.
Sin dalla venuta a Castellammare della S.V. Ill.ma mi proposi di prospettare a codesta On. le Amministrazione straordinaria il desiderio(...) perché fosse esternata nel marmo la memoria di tanta vittima del dovere. E poiché sono ben noti ormai i nobili sentimenti della S.V. ill.ma e l'amore e la passione che Ella porta in tutte le opere belle (...) io sono sicuro che Ella senz'altro accoglierà la proposta che le sottometto, con animo tuttora commosso dello scomparso, quella cioè di far murare in Piazza Municipio, all'angolo del palazzo del Seminario, nei pressi della tipografia De Martino, una targa in bronzo o in marmo con epigrafe che ricordi alle generazioni future questa nobile figura dell'Arma Benemerita, caduta vittima del dovere, significando che la data dello scoprimento dovrebbe coincidere con quella dell'inaugurazione del Monumento ai caduti di Stabia.... [5]
Non se ne fece niente e sembrava ormai un'idea perduta, quando il successivo Commissario prefettizio, poi Podestà, il Generale Giovanni Battista Raimondo, la riprese nominando un Comitato che si riunì il 1° ottobre 1931 proponendo di realizzare una targa in marmo con corona di bronzo da murare sulla facciata del palazzo dell'ex Seminario, nei pressi del luogo dove il Carlino cadde; di scoprire la targa il 20 gennaio 1932 e cioè nell'undicesimo anniversario del luttuoso avvenimento; di far tenere l'orazione ad un ufficiale dell'Arma; di lanciare una sottoscrizione popolare; di chiedere al Regio Cantiere la fornitura della corona di bronzo; l'epigrafe da incidere sulla targa era invece già stata dettata dal prof. Francesco Di Capua:
Mentre il popolo d'Italia inneggiava alla Vittoria e all'Italia, qui cadeva Carlino Clemente, Maresciallo dei RR.CC. colpito dal piombo fratricida di pochi traviati da fosche teorie straniere. 20.1.21-20.1.32" [6]
Una nuova riunione si tenne il 31 dicembre per definire gli ultimi dettagli: il conte Nicola De Balzo di Presenzano sarebbe stato l'oratore della cerimonia, la targa di marmo era pronta e mancava solo l'incisione da affidare ad un marmista, bisognava scrivere al comune di Sarno per chiedere l'indirizzo della vedova per essere invitata. Nella prima metà di gennaio pervenne dal Podestà di Sarno la notizia che la vedova del defunto maresciallo era internata nel manicomio di Nocera Inferiore e non avevano lasciato figli. [7]
La cerimonia si tenne puntualmente il 20 gennaio 1932 nella ritrovata Piazza Municipio. Nessuno: né il Cavaliere, Dottore e Commissario capo della Pubblica Sicurezza di Castellammare, Antonio Vignale, né il Commissario prefettizio, poi Podestà il generale Raimondo Giovanni Battista, né il Comitato nominato per la preparazione della manifestazione del 20 gennaio 1921 avevano speso una sola parola per ricordare come quel tragico giorno a perdere la vita non fu soltanto il maresciallo maggiore Clemente Carlino ma anche altri cinque innocenti, cinque povere vittime della follia umana, inermi cittadini, alcuni dei quali ignari passanti la cui unica colpa fu di trovarsi nel posto sbagliato nel momento meno opportuno, per una tragica fatalità. Ma di questo il regime fascista "se ne fregava", come recitava il motto delle squadre d'azione delle camicie nere. Al Maresciallo Clemente Carlino venne anche intitolata un'ala dell'ex Seminario, quella dov'erano dislocate le aule della scuola elementare. [8]
Sarà l'Amministrazione comunale di Centro sinistra guidata dal sindaco post comunista Catello Polito a ricordare, 80 anni dopo i tragici avvenimenti, quei "..martiri semplici..", quando il 10 febbraio 2001 commemorerà i fatti di Piazza Spartaco con un convegno e una lapide, dettata dal giornalista Antonio Ferrara, sulla facciata di Palazzo Farnese:
Il 20 gennaio 1921 in questa piazza l'assalto fascista al Municipio di Castellammare di Stabia provocò la morte di sabato Amato, Michele Esposito, Vittorio Donnarumma, Francesco Laruscia, Raffaele Viesti e del maresciallo dei carabinieri Clemente Carlino, martiri semplici ma fulgidi di gloria, mentre l'Amministrazione comunale guidata dal sindaco Pietro Carrese difendeva i valori di libertà e di democrazia, decidendo di intitolare a Spartaco questa piazza. La città pose nell'80° anniversario. 20 gennaio 2001. [9]