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Cultura & Spettacolo

San Catello: dalla sua Cattedrale di Varano l’impegno di fervido apostolato in tempi oscuri

La Ricorrenza della festa “invernale”.

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Anche quest’anno, come ormai da molti decenni, si festeggia san Catello, veneratissimo  Patrono di Castellammare di Stabia.  La ricorrenza ha sempre visto la mobilitazione non solo degli stabiesi ma anche di tutti i cittadini dei paesi  limitrofi che, ricordiamo,  in gran parte, lavoravano e lavorano  a Castellammare non solo nei cantieri navali, ma anche nelle numerose industrie che, molte delle quali, oggi a causa della persistente crisi industriale, della concorrenza “spietata” sul mercato nazionale e internazionale, sono scomparse.
L’episcopato di san Catello,  il periodo in cui ha svolto la sua missione, la dimensione della sua opera, trovano spazi discordanti tra gli studiosi più autorevoli (ma tutti meritano rispetto per le loro opinioni), i quali sono concordi solo su una data: quella della morte di  Sant’Antonino avvenuta nell’ 832. Quindi san Catello ha retto la diocesi in quel periodo. Ferdinando Ughello, nella sua monumentale opera “Italia Sacra” pone san Catello all’827. Le lunghe diatribe non giovano all’impostazione di nuove ricerche metodologiche. Altrimenti chi contesta tali date deve necessariamente ammettere l’esistenza di due “S. Antonino”, vissuti in tempi ovviamente diversi. Ritengo ipotesi giudiziosamente da scartare.
In tempi meno antichi la storia ci documenta l’esistenza di due cattedrali (una vecchia) e la nuova sempre in località Quartuccio , ci riferiamo ad un arco di tempo che va dal 1500 ad oggi. Una terza cattedrale, più antica, perché andiamo intorno all’anno  Mille, era ubicata a Varano, in località Stagli di sopra, o “cattedrale di San Catello Vetere”, cioè vecchia, su terreni appartenenti ad Amalfi, in cui, ovviamente, pontificò anche il Santo Patrono della Città. Stiamo parlando di una cattedrale, cioè di una costruzione che, se non danneggiata, è di durata secolare. La notizia è precisa perché in un atto notarile del 1315, viene precisato che la Regina Sancia (moglie del re Roberto d’Angiò e regina del regno di Napoli),  fa donazione di un territorio infruttuoso nelle pertinenze  della terra di Gragnano nel luogo detto Varano vicino ai terreni dell’Arcivescovo di Amalfi, ma rientrante nei vasti confini diocesani stabiesi. I ruderi di una quarta cattedrale sarebbero stati individuati presso il castello aragonese. Ora, bisogna tenere presente lo sconvolgimento dei territori, tutti documentati, dovuto  ad alluvioni, terremoti,  dissesti geologici, spostamenti continue di popolazioni, guerre, battaglie, invasioni soprattutto di orde longobarde.
Ritornando alle festività di quest’anno, va detto che quella di san Catello, è stata sempre una ricorrenza molto sentita dal popolo e autorità. Una testimonianza, più “recente” la notiamo all’inizio del secolo passato nel programma stilato per i festeggiamenti “in onore del Patrono che si svolgeranno… nei giorni…e assurgeranno ad un eccezionale fasto.. La commissione Comunale – si legge, tra l’altro,  nel lungo “bando” diffuso - si  è giovata dell’apporto prezioso ed encomiabile dei signori… che hanno speso le più belle energie per preparare un programma che risponda a quella  venerazione profonda che i cittadini di Castellammare in ogni tempo hanno esternato per il loro inclito Patrono… la fantasmagorica illuminazione sarà organizzata da tre ditte per conto delle Maestranze dei Cantieri le  spese per le gare pirotecniche, bande musicali, concerti, sono state affrontate anche dai cantieri metallurgici, Lega Mugnai e Pastai, Magazzini generali, Corderia, Comitati Cittadini… (il lungo testo chiude aggiungendo che alla parte esteriore del vasto programma, il Comitato ha aggiunto una grande beneficenza. E di ciò va dato ampio riconoscimento a tutte le maestranze di Stabia che con grande fede e carità festeggiano il loro grande Patrono…”.
Ora, in breve, un accenno, per completezza di notizia. Gli studiosi, agiografi e semplici appassionati di tradizioni e storia, si sono divisi   pressappoco in due schiere; un gruppo, di cui fanno parte autori di enciclopedie e pubblicazioni di carattere storico-scientifico-religioso, che ha condotto a livello nazionale ricerche direttamente su codici antichi custoditi sia negli archivi apostolici, sia in raccolte documentali di conventi, abbazie e monasteri soprattutto benedettini, trattando le vicende di Castellammare di Stabia, colloca san Catello al IX-XI secolo o dopo.
Di tale gruppo fanno parte, tra gli altri Agostino Amore (Bibliotheca Sanctorum), Acta Sanctorum Februarii, Agrain, Lanzoni, Martirologium Romanorum, Mallardo, Baudot, Chaussin, Capaccio, Caracciolo, Della Noce, Ughelli, Mabillon, Muratori, i vescovi Milante, Sarnelli.
 
Meritano riguardo per l'impegno profuso nell'illustrare la figura del santo Patrono, molti studiosi ritenuti locali che assegnano l'episcopato di san Catello al VI - VII secolo. Nulla di nuovo è stato aggiunto a quanto detto e scritto dal 1600 in poi perché nessun documento nuovo è stato trovato.
 
Il nome di san Catello, patrono di Castellammare di Stabia, è citato per la prima volta in un "manoscritto" (non originale !) del cosiddetto Anonimo Sorrentino, un monaco vissuto, secondo i più,  verso l'XI  secolo o dopo.
 Tale manoscritto è stato pubblicato, dal Padre teatino, Antonio Caracciolo (S. Antonini coenobii Agrippinensis apud Surrentum quodam abbatis Vita ab anonimo auctore", Napoli, 1626), il quale lo trasse probabilmente da almeno altri due manoscritti, uno custodito nel monastero di  San Gaetano di Napoli, l'altro nel monastero di S. Maria del Toro in Vico Equense. Erano certamente codici più antichi che si trovavano nel monastero benedettino di S. Renato  in Sorrento", dove, secondo alcuni autori, esisteva, tra l'altro, un altro antichissimo codice, nel monastero di S. Giovanni e Paolo, andato distrutto nel corso dell'incursione dei Turchi, nel 1588. Altri manoscritti (lezionari, dittici, omelie, "novene", "sonetti", ecc.), erano diffusi nei vari archivi diocesani, sedi sociali di Congreghe, confraternite,   monasteri, conventi, sacrestie di rettorie  e di parrocchie. L'Anonimo, intanto,  ha scritto: "...post decessum B. Antonini non multo tempore evoluto Princeps Beneventanus Sicardus.."donde – dice  mons. Di Capua, insigne latinista,  parrebbe che l'assedio posto da Sicardo (835) fosse avvenuto dopo la morte del Santo. Ma, aggiunge ancora il Di Capua,nel suo “San Catello e i suoi tempi”,  per uno scrittore che attinge alla tradizione, quelle parole possono significare sia pochi anni sia due secoli (sic). Del resto, è sempre il Di Capua che dice tutto, l'Anfora dimostrò che esse debbono riferirsi non alla morte di Antonino, ma all'età in cui viveva l'Anonimo" (cioè XI secolo, anche secondo i più recenti studi effettuati da docenti dell'Università di Bari).
 
E, non a caso, tra le tante incertezze, Celoro Parascandolo nei suoi libri su Castellammare di Stabia, con particolare riguardo ai vescovi e a S. Catello, appare più concreto e credibile in quanto, pur segnando san Catello al VI secolo, asserisce  di aver rinvenuto un documento  del 1569, copia di un atto del 1362, col quale viene attestato il culto di S. Catello in quell'epoca... „Questo documento - dice Celoro Prascandolo - per la diocesi stabiese, è superiore storicamente a quello dell' Anonimo Sorrentino...". Quindi, anche questo autore palesa prudenzialmente non poche perplessità sugli antichi documenti citati. Va detto che il ministero pastorale di san Catello, sin dal Settecento, è  storicamente sancito dagli atti ufficiali pontifici.
 
Procediamo con ordine.
 
Ciò che va detto subito, ed in modo inconfutabile, è che il primo vescovo di Stabia, di cui  conosciamo il nome, è  Ursus. Al secondo posto gli scrittori antichi, sulla base di congrue documentazioni, pongono Lubentinus, seguono Catellus,  Stephanus, Gregorio I.  Quindi, per i successivi quattrocento anni,  e c'è veramente poco da fantasticare, a partire da Orso, si registrano solamente quattro vescovi di cui si conoscono con certezza i nomi. Togliendo un paio di date e nomi, senza fondamento, è catalogato un vescovo per ogni secolo.
 
La collocazione al VI secolo dell'episcopato di san Catello, sostenuta da mons. Francesco Di Capua, è risolta, secondo il mio avviso, e come ho detto già da moltissimi anni,  dalle affermazioni stesse sottolineate dall'erudito Autore. Infatti, mons. Di Capua, dice, tra l'altro, che„ la  fonte dalla quale attinge 1'Anonimo, é la tradizione popolare. Secondo il Caracciolo, analizzando scrupolosamente gli antichi documenti, S. Antonino e S. Catello, sarebbero vissuti nel IX secolo in quanto l'Anonimo, tra l'altro, così scrisse: "Quo tempore Longobardorum ferina immanitas Campaniae provinciam hostili gladio et incendio vastavit, sanctus iste noster patronus Antoninus ad has partes advenisse et episcopo Stabiensis Ecclesiae dicitur adhaesisse... ". Monsignor Francesco Di Capua, esperto latinista, così traduce: "Si dice che nel tempo, in cui la feroce crudeltà dei Longobardi ostilmente devastò col ferro e col fuoco la provincia della Campania, il nostro santo protettore Antonino sia venuto in queste parti e si sia rifugiato presso il vescovo della chiesa di Stabia (S.


Catello)". Poi l'Anonimo Sorrentino dopo aver parlato della vita del Santo, aggiunge: "Post decessum Beati Antonini non multo tempore evoluto (sic), Princeps Beneventanus, Sicardus, caeteris finibus suae ditioni subjugatis, in terram etiam Syrrentinorum eadem intentione invasit... ", cioé: "dopo la morte del Beato Antonino, scorso non molto tempo, Sicardo Principe Beneventano, soggiogati gli altri confini al suo dominio, invase anche con la medesima intenzione la terra Sorrentina...". Sicardo,  personaggio storico, citato in tutti gli elenchi dei principi beneventani, assalì Sorrento nell'835. Questa è la storia, anche se mons. Di Capua definiva „ignoranti" quelli che non condividevano le sue tesi basate su presunte corrette interpretazioni di testi.
 
Interpretazione più accreditata del manoscritto.
 
Era passato, dunque, non molto tempo dalla morte di S. Antonino, se dobbiamo credere a quanto scritto dall'Anonimo (forse un anno, cinque, dieci..., non lo sappiamo), quando il truculento principe Sicardo (832 - 839), invase anche Sorrento spargendo sangue e disperazione.  Questi sono gli elementi che emergono dal manoscritto con reali riscontri storici. Il resto? Sono tutte illazioni e chiacchiere!
 
Infatti, sempre il Di Capua dice che l'Anonimo, dopo aver narrato la vita del Santo, aggiunge: „post decessum B. Antonino non multo tempore evoluto Princeps Bneventanus Sicardus... donde parrebbe che l'assedio, posto a Sorrento da Sicardo (835), fosse avvenuto poco dopo la morte del Santo. Ma, per uno scrittore che attinge alla tradizione - aggiunge sempre il Di Capua - quelle parole possono significare sia pochi anni  sia due secoli...del resto fu dimostrato che debbono riferirsi non alla morte di Antonino, ma all'età in cui viveva l'Anonimo...". Quindi,  S. Antonino secondo la corrente di studiosi che ha maggiore credito, sarebbe morto il 14 febbraio dell'830, naturalmente prima del racconto dell'Anonimo. Come si può notare,  non cambiano le cose e i riscontri storici rimangono inoppugnabili.
  Un'altra dichiarazione dello studioso (peraltro di riconosciuta preparazione scientifica), che lascia un po' perplessi, riguarda la statua marmorea di S. Michele nella omonima cappella della concattedrale di Castellammare di Stabia, che il Di Capua la fa risalire al VI secolo  (da tutti accettata per buona),  e solamente a seguito dei miei studi, come faccio sempre con l'ausilio di autorevoli consulenze, la stessa è stata ritenuta opera del tardo 1400. Purtroppo, si ripete, che è viva e diffusa la mania di taluni di voler attribuire a tutti i costi, senza alcun fondamento, una maggiore "anzianità" a uomini e cose, "atteggiamento tipico di quegli agiografi che cercano di vantare le loro gloriole paesane". Bartolomeo Capasso e Francesco Pratilli nel deprecare più volte il municipalismo dei cronisti locali, hanno scritto che costoro "per encomiare le proprie cose riempivano di favole le loro istorie".
 
Ecco di seguito, intanto,  un riepilogo più dettagliato dei vescovi di Stabia del primo millennio.
Ricordiamo che san Catello non è inserito nè nel Martirologium romanorum, nè nel Calendario Marmoreo di Napoli, letto la prima volta nel 1744. Segue la cronotassi dei vescovi :
Orso 499 
Sottoscrisse gli atti del sinodo indetto da papa Simmaco;
San Catello 
(Acta Sanctorum: Catello, "incertae aetatis: il solo riferimento cronologico è la morte di Antonino, avvenuta verso l'830"), e altri;
Lorenzo (600 - 612;
Lubentino - 649;
 (Sergio)? - 850: (la diocesi sarebbe rimasta senza vescovi per 200 anni;
Stefano - 986 - la diocesi sarebbe rimasta senza vescovi per 136 anni;
Gregorio I - 1085 - la diocesi sarebbe rimasta senza vescovi per 94 anni. In sostanza, da Orso (primo vescovo, ma non in senso assoluto), a Gregorio I, cioè in 586 anni Stabia avrebbe avuto solo cinque vescovi con una certa attendibilità.
 
Ora, va ricordato che sul nostro Santo Patrono esiste, diciamo così, una sorta di  „disputa"  che si è protratta per secoli, anche con toni aspri e che ha visto coinvolti direttamente o indirettamente,  vescovi, sacerdoti e agiografi locali, soprattutto perché, quando mancano notizie certe, ognuno tenta di  imporre i propri punti di vista. Specie per il passato,  la storia (non storielle) ha registrato risvolti religiosi e politici legati soprattutto al santuario di S. Michele sul Faito „ ritenuto a buona ragione molto ricco", di qui la confusione tra alcuni studiosi cosiddetti locali che, legati a concezioni campanilistiche,  hanno  sottovalutato gli aspetti storici.
 
Per meglio capire l'importanza del santuario di Faito è necessaro riflettere sulla posizione strategica che esso più o meno occupa almeno da un migliaio di anni. La  vasta pianura della valle del Sarno, prossima al mare, protetta dai bizantini per tutelare le grandi vie di comunicazioni e con la possibilità di raggiungere anche i mercati del Mediterraneo e orientali, era rappresentava un privilegio  da difendere, mentre i monti erano controllati dai longobardi che, con continue sanguinose scorrerie, tentavano di raggiungere le coste del golfo e quindi   il mare.
 
Ecco perché La „questione San Catello", se così si può dire, è soprattutto di carattere politico-religioso, in quanto Sorrento, mirando all'acquisizione della dignità di sede metropolitana, aveva bisogno di  procurarsi i necessari titoli da far valere sul tavolo delle trattative gestito dai potenti del tempo - siamo in epoca dei ducati - e il principale „titolo" di anzianità era costituito, forse, dalla presenza dell'oratorio di San Michele sul Monte Faito, proprietario di  imponenti, redditizi beni, lasciti e benefici.
 
Si spiegano così le lunghe e violente liti tra la diocesi di Sorrento e quella di Stabia appunto per il possesso del Santuario dedicato a San Michele, probabilmente collegato  ai coevi santuari esistenti, nel sud, specialmente in aree campano-laziale-pugliese (S. Michele di Bari, S. Michele sul Gargano, S. Michele al Volturno, S. Angelo in Formis, Olevano sul Tusciano, Castellammare di Stabia, Grotta di S. Biagio, ecc.). Indubbiamente si tratta di un periodo oscuro in cui i dissidi tra ducati longobardi, strutture militari, magistrature civili,  presenza di vescovi sempre più potenti, il tutto nell'ampio quadro di iniziative anche politiche di pontefici  aggressivi come Gregorio Magno, segnarono svolte nel tessuto sociale ed economico,  che hanno lasciato segni tuttora evidenti.
 
Il culto di S. Michele, diffuso presto in Italia dall'oriente, specie nei  luoghi elevati e solitari, fu portato nelle varie provincie assai per tempo, e vi giunse   anche per opera di quei monaci persiani che, esuli dalla loro patria, erano stati mandati dalla chiesa romana    ad evangelizzare le varie popolazioni ove, come dice san Gregorio Magno, la Chiesa  aveva dei possedimenti.
 
Ora, va detto, in breve, da cronista, perché è inutile continuare a scrivere libri, come fanno in tanti, ripetendo e sostenendo sempre le stesse tesi basate su vacue ipotesi e facendo unicamente sfoggio di gratuita erudizione, per ricordare che le vicende storiche di Castellammare di Stabia si inquadrano nell'ampio scenario della provincia di Napoli e dell'intera Campania con influssi politici  di altre regioni.
 
Le notizie storiche più antiche
 
Le notizie storiche più antiche che abbiamo su san Catello, risalgono, tuttavia, al 1380, anno in cui viene ricordata a Sorrento la confraternita dei nobili ed ecclesiastici di san Catello (Capasso, Ferraiuolo, Russo, Cuomo ed altri). E sempre a Sorrento esistevano nel Cinquecento una Chiesa dedicata al Santo ed altre iniziative caritatevoli (ricordate anche da scrittori antichi). A Castellammare abbiamo una serie di documenti che vanno dal 1510 in poi, nonchè il  documento del 1569 (Celoro Parascandolo, come già detto), l'immagine  (olio su tela) nella Chiesa del Gesù e la statua del Santo che vediamo nella concattedrale, commissionata forse nel 1604 (perché affiorano dei dubbi) e consegnata nel 1609, da me ampiamente illustrata dopo il restauro del 1982.
 
Il culto dei Santi
 
Queste le testimonianze certe. Come pure  é certo che "ufficialmente" il culto di san Catello fu approvato dalla Sacra Congregazione dei Riti con decreto del 13 settembre 1729. Con tale decreto veniva approvata anche la leggenda di san Catello e, il 10 marzo del 1787 venivano pure approvati l'Ufficio e la messa per Castellammare di Stabia e diocesi. Anche la città di Campagna, ove il culto di san Catello é vivissimo, unitamente a quello di sant'Antonino, patrono di quella città (infatti numerosi studiosi sostengono che san Catello e sant'Antonino siano originari di quella terra), ottenne, sempre dalla Sacra Congregazione dei Riti, in data 19 maggio 1870, un decreto che concedeva 1'Ufficio e la messa di san Catello. Va anche chiarito che i due Santi furono elevati agli onori dell'Altare secondo il rito in uso in quel tempo (traslatio ed elevatio).


mercoledì 18 gennaio 2017 - 08:39 | © RIPRODUZIONE RISERVATA



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