S.Maria la Carità - Estorsione a vivaio, processo bis
IN PRIMO GRADO INFLITTI 20 ANNI DI CARCERE AGLI IMPUTATI. DISPOSTO ANCHE IL RISARCIMENTO ALLA VITTIMA PICCHIATA E MINACCIATA.
di Vincenzo Sbrizzi
StabiaChannel.it
Partito il processo d’appello per l’estorsione al vivaio di Francesco Longobardi in cui sono imputati Antonio Somma, Salvatore Cannavacciuolo e Giuseppe Sicignano. Dinanzi alla Corte d'Appello di Napoli, il processo di secondo grado parte subito con uno slittamento per questioni preliminari. La corte ha, infatti, disposto il rinvio del dibattimento ad aprile per discutere le posizioni dei tre condannati in primo grado. Venti anni di carcere. Questo il totale delle condanne inflitte dalla seconda sezione penale ai danni di Antonio Somma, Salvatore Cannavacciuolo e Giuseppe Sicignano a giudizio per i reati di estorsione e minaccia aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso. Principale responsabile della vicenda secondo il trio giudicante presieduto da Maria Rosaria Aufieri, Antonio Somma condannato a nove anni di reclusione. A Tonino “votasole” erano, infatti contestati entrambi i reati. Solo la minaccia aggravata invece valse la condanna a cinque anni e sei mesi a testa per il dipendente comunale Sicignano e per l’ex assessore sammaritano Cannavacciuolo. Il computo totale delle pene disposte dal tribunale oplontino fu lo stesso di quello delle richieste invocate dalla pubblica accusa. Il pm della Dda, Pierpaolo Filippelli, chiese al tribunale la condanna ad otto anni per Somma e sei a testa per Sicignano e Cannavacciuolo. Come nelle sue richieste il tribunale escluse l’aggravante secondo cui il reato era stato messo a segno da un appartenente ad un sodalizio
criminale mafioso. Venne disposto anche il risarcimento dei danni alle costituite parti civili da liquidarsi in altra sede. Come provvisionale i tre dovrebbero versare quattro mila euro a favore di Francesco Longobardi vittima dei soprusi dei tre. Il floricoltore di Santa Maria la Carità lo scorso 24 febbraio denunciò ai carabinieri estorsioni e minacce subite dai tre imputati, in particolare dal Somma, emissario del clan Esposito dei Monti Lattari. La denuncia venne sporta dopo una tremenda aggressione subita dall’imprenditore quattro giorni prima e fu redatta appena lo stesso lasciò l’ospedale. Il 19 febbraio nel vivaio di Longobardi si presentò Antonio Somma che senza mezzi termini gli intima di pagare le “rate arretrate” del pizzo. Duemila e cinquecento euro mensili che da qualche mese l’imprenditore non riusciva più a corrispondere ai suoi aguzzini. Il giorno successivo alla sua porta bussarono due malviventi incappucciati. Dopo averlo picchiato a sangue con un spranga di ferro i due gli legarono al collo un cavo della corrente elettrica e lo trascinarono per diversi metri prima di scaraventarlo contro una vetrata. Con Longobardi ormai privo di sensi, i due diedero fuoco alla sua auto rischiando di incendiare tutto il vivaio e di bruciare vivo l’uomo rimasto a terra. Solo l’intervento dei parenti della vittima evitarono il peggio. Nei mesi successivi Sicignano e Cannavacciuolo, invece, gli “consigliarono” di ritrattare la denuncia.
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